AL-KANTARA – DICEMBRE 2019
Mostafa El Ayoubi

Il Libano è alle prese con una grave crisi sociale e politica. Il 17 ottobre scorso è scoppiata una mobilitazione popolare in gran parte delle città, che ha portato alla caduta del governo, guidato da Saad al Hariri, 12 giorni dopo. Il motivo principale delle manifestazioni è la disastrosa situazione economica in cui versa il Paese, che colpisce sostanzialmente la classe media e quella operaia. La decisione del governo di innalzare le tasse sull’uso dell’applicazione WhatsApp ha fatto infuriare la gente, soprattutto i giovani, ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Un sistema politico obsoleto

Dietro allo stallo economico vi è una crisi politica che dura da decenni, causata dalla frammentazione etnico-religiosa che caratterizza il Paese. La spartizione del potere è basata su un modello politico di tipo confessionale, maturato sotto il dominio coloniale francese. Tale spartizione – prevista dall’accordo di Ta’if del 1943 – prevede che la carica di Presidente della Repubblica spetti ad un cristiano maronita, quella di Premier ad un musulmano sunnita e ad uno sciita quella di Presidente del Parlamento.

Con il sistema elettorale attuale, il 50% dei 128 seggi parlamentari sono riservati ai cristiani con la seguente ripartizione tra le varie denominazioni: maroniti 34, greco ortodossi 14, greco cattolici 8, armeni ortodossi 5, armeni cattolici 1, protestanti 1, altri 1. L’altra metà dei seggi spetta ai musulmani: sunniti 27, sciiti 27, drusi 8, alawiti 2.

Questo modello ha favorito il diffondersi di una corruzione e un clientelismo endemici in tutti i settori della sfera politica, economica e giudiziaria del Paese. I libanesi scesi in piazza hanno chiesto la fine di questo sistema politico che ha impoverito il Paese. Essi chiedono a gran voce la creazione di un modello di Stato moderno basato sulla cittadinanza e non sulla mera appartenenza religiosa, la cui strumentalizzazione porta a scontri e disgregazioni sociali.

In questo Paese – uno dei più istruiti del mondo arabo – ad oggi il matrimonio civile non è legale, ed è un problema per le persone che non appartengono alla stessa confessione religiosa. È legale solo se è stipulato all’estero.

Nel 1998 fu presentato dall’allora presidente Elias Hrawi un progetto di legge per legalizzarlo ma il premier Rafic al Hariri (il padre dell’uscente capo di governo, Saad al Hariri) non lo appoggiò. Il progetto fu accantonato anche perché le autorità religiose, cristiane e musulmane, si opposero chiaramente.

La strumentalizzazione della protesta

Tornando alla crisi in corso, nel giro di pochi giorni dall’inizio della mobilitazione con legittime rivendicazioni sociali e politiche le piazze hanno cominciato ad assumere un connotato diverso. Era il segnale che le manifestazioni erano entrate nella fase della loro strumentalizzazione da terzi per ragioni geopolitiche. Il Libano è un Paese strategico nello scacchiere internazionale: interessa agli Usa, ai Paesi arabi del Golfo, ad Israele e all’Iran. Tutti cercano di condizionarlo (lo seguono con interesse anche la Russia e la Cina).

Il mondo politico libanese è spaccato in due, grossomodo.

Da un lato vi è un blocco filo-americano e filo-saudita incarnato da Saad al Hariri, sunnita, premier dimissionario leader del movimento Futuro (Tayyar al-Mustaqbal) e della coalizione “14 marzo”. Ne fanno parte altri politici come Samir Geagea – maronita, leader del partito “Forze libanesi” – e Walid Jumblatt, druso, capo del “Partito socialista progressista” il quale è noto per la sua posizione anti-siriana.

Dall’altro lato vi è un blocco filosiriano, politicamente vicino all’Iran, che si oppone all’egemonia degli Usa, di Israele e delle monarchie arabe del Golfo nel Medio Oriente. Esso è rappresentato in particolar modo da Hassan Nasrallah (sciita), capo di Hezbollah, da Nabih Berri, presidente del parlamento e capo del movimento sciita Amal; comprende anche Michel Aoun (maronita), attuale presidente del Libano e guida di Tayyar al-watani al-horr (Movimento patriottico libero), primo partito nel Paese in termini di seggi elettorali in seguito alle elezioni legislative del 2018.

Il presidente Michel Aoun ha ritenuto, sin dall’inizio, legittime le rivendicazioni dei manifestanti, ma ha messo in guardia contro una manipolazione esterna della mobilitazione sociale. Washington, Tel Aviv e Riyad sono molto preoccupate del peso politico che Teheran ha su Beirut. L’Iran, attraverso Hezbollah, ha indebolito l’influenza degli americani nel Libano e ha ridimensionato la pressione militare di Israele su di esso.

Ha inoltre impedito ai sauditi di imporre la loro dottrina ideologico-religiosa su questo Paese. Al Hariri, che ha anche la nazionalità saudita, è il loro “agente all’Avana”. A quest’ultimo la famiglia reale al Saud rimprovera il fatto di non essere riuscito ad arginare l’influenza politica dell’Iran sul Libano; e continua a contare su di lui in mancanza di alternative.

Con il passare dei giorni sono apparsi segnali di polarizzazione politica delle varie piazze libanesi. I sostenitori dei vari partiti hanno iniziato a scendere in piazza in difesa dei loro leader: quelli a favore di Aoun, di al Hariri, di Geagea ecc.

E sono spuntati fuori anche gruppi di manifestanti contro Hezbollah, chiedendo il suo disarmo. Cosa che da anni Usa, Arabia Saudita e Israele – che insieme considerano il movimento come terrorista, ma l’Onu non la pensa così – stanno cercando di ottenere. Allora perché non provare ad indebolire Hezbollah – già sotto sanzioni economiche di Washington – anche attraverso la strumentalizzazione delle piazze?

L’ingerenza di Washington

Il 19 novembre scorso, davanti ad una commissione del Congresso statunitense, Jeffrey Feltman, ex sottosegretario delle Nazioni Unite ed ex ambasciatore Usa in Libano, ha dichiarato che in sostanza la grave crisi libanese è da attribuire a Hezbollah e all’Iran. Feltmam ha suggerito all’establishment Usa di intervenire a gamba tesa in Libano; diversamente la Russia e la Cina potrebbero mettere i piedi in maniera pesante in questo Paese strategico nello scacchiere geopolitico mediorientale.

Nel marzo scorso, durante una visita in Libano, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha fatto capire ai dirigenti libanesi che se Hezbollah non esce dalla scena politica ciò costerà caro al loro Paese. Un messaggio che sa tanto di ricatto: o con noi o con Hezbollah/Iran. Washington fa pressione affinché venga costituito un governo tecnico, ma guidato da al Hariri (un politico), il cui partito dispone di soli 20 seggi nel parlamento.

Lo scopo è quello che esclude Hezbollah dal governo da formare. Il che è assurdo perché la coalizione della quale fa parte Hezbollah è maggioritaria con il 54% di seggi (24 del partito del presidente Aoun, 17 di Amal e 13 di Hezbollah).

E gli Usa hanno in mano un’arma micidiale, quella dell’economia.
È da tenere in considerazione che l’economia del Libano dipende molto dal sostegno degli Usa e in parte dagli aiuti delle petromonarchie arabe del Golfo.

Il Libano importa gran parte dei prodotti alimentari: cereali, carne, legumi, frutta ecc; ciò vale anche per i medicinali e i combustibili. E deve pagare tutto in valuta forte, ovvero in dollari, tenendo conto che il sistema bancario libanese è sotto l’influenza politica dal governo americano. La Lira libanese è indicizzata sul dollaro americano.

E la iper-svalutazione della Lira costringe i libanesi all’utilizzo del dollaro, che nell’ultimo periodo ha fatto schizzare in alto il valore della moneta statunitense nel mercato nero. Inoltre, il Libano è uno dei Paesi più indebitati al mondo (150% sul Pil) ed è tenuto sotto pressione dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale.

Per uscire da questa situazione, Hezbollah suggerisce da tempo di trovare nuove alleanze, alternative agli Usa e all’Ue, indicando esplicitamente la Cina, la Russia ed altri; oggi in Libano si importano medicinali dall’Iran pagandoli in Lira locale. E tutto ciò preoccupa molto Washington e i suoi alleati nella regione.

Gli Usa, per proteggere i loro interessi, sono capaci di provocare il fallimento dello Stato libanese. E ciò a danno di tutti coloro che sono scesi in piazza per rivendicare – giustamente – un miglioramento della loro vita socio-economica. Washington dichiara di sostenere i manifestanti, ma molti tra questi ultimi non si rendono conto che possono essere in ogni momento sacrificati se ciò serve per il tornaconto statunitense.

Del resto, è ampiamente dimostrato che le proteste in piazza, nei Paesi fragili, sono spesso state infiltrate e deviate dalle loro rivendicazioni iniziali o addirittura programmate, come nel caso delle tante “rivoluzioni colorate”, e ciò per calcoli geopolitici lontani dalla giustizia sociale ed economica che sta a cuore a chi protesta.
La crisi in atto in Libano è figlia di giochi geopolitici che vanno al di là della volontà di chi manifesta per strada per una nobile causa. L’esito di tale crisi dipende dai rapporti di forza che vedono scontrarsi sul campo da una parte le grandi potenze coloniali e dall’altra le forze che ad esse si contrappongono. Queste ultime sono spesso descritte dai grandi media come l’origine di tutti i mali nel mondo, ingannando così anche molti di coloro che genuinamente, con pieno diritto, scendono in piazza per protestare…

La fine di questo sistema politico
La condizione per interrompere le proteste era l’uscita di scena del primo ministro (che ha dato le dimissioni il 29 ottobre) e la formazione di un governo di tecnici che possa introdurre e gestire le indispensabili riforme economiche e sociali.