LETTERE DA NIAMEY 2019
Mauro Armanino

Ad ognuno la sua parte. Voi ci mettete le armi, i ‘Mirage’, i droni e le ditte per garantire la sicurezza dei regimi e noi ci mettiamo le guerre. Così anche il Sahel gioca un ruolo non trascurabile nell’economia-mondo che tutto misura in Prodotto interno lordo. I gruppi armati che continuano ad aumentare, a fare e disfare alleanze, a occupare territori per poi svanire nel nulla, hanno raggiunto e forse superato ciò che da loro ci si attendeva.

Carestie, spostamenti di popolazione, nuove armate per fronteggiare gli attacchi sempre più imprevedibili e soprattutto soldi, di cui i fabricanti di armi e i grandi capi militari sono i principali beneficiari. Crescono in modo preocupante le zone a rischio, in stato d’emergenza, in cui è in vigore il coprifuoco, il divieto di usare le motociclette per gli spostamenti e il controllo sulle attività economiche dei contadini.

Dalle milizie di autodifesa tradizionali si passa a gruppi paramilitari ad appartenenza comunitaria, per terminare con le operazioni di rastrellamnto delle forze regolari governative. A queste ultime si aggiungono i corpi di elite, la costituzione di nuovi eserciti congiunti e dell’immancabile presenza dei caschi blu delle Nazioni Unite. Si stima che l’Africa sia il continente nel quale viaggiano più armi nel mondo. Questo tipo di mobilità sembra essere incoraggiata: armi e mercanzie passano le frontiere e mentre le persone sono incarcerate. 

Il traffico di armi, secondo il rapporto di Small Arms Survey, uccide in Africa 45mila persone all’anno e, sempre secondo lo studio, circolerebbero oltre 30 milioni di armi leggere a Sud del Sahara. In Africa Occidentale le armi leggere si stima siano oltre 8 milioni. Nessuno potrà negare che Il nostro continente assume con autorevolezza la parte che gli è stata assegnata dagli imperi che, da sempre, prosperano con il commercio di armi. E anche l’Africa vuole prendere la sua parte di bottino. Lentamente il continente si muove e non c’è da sorprendersi se il profitto crescerà con la collaborazione di tutti.

L’anno scorso, secondo il rapporto di Ocha, l’agenzia Onu che coordina l’assistenza umanitaria, in Niger sono state uccise 107 persone e 97 ferite, in 184 attacchi condotti da gruppi armati. A questi ci sono da aggiungere 22 conflitti intercomunitari e la ‘scomparsa’ di 131 persone. Secondo l’agenzia almeno 2,3 milioni di persone hanno bisogno di assistenza, specie alimentare, per la crisi provocata dallo spostamento delle popolazioni.

I presidenti e le alte autorità sono ben protetti dai contingenti stranieri, veri stati negli stati, che offrono garanzie di incolumità e di affidabilità a regimi spesso impopolari. La povera gente, invece, per salvarsi scappa. E sono migliaia. Almeno 300mila profugli nella zona di Diffa, nei pressi del lago Ciad, oltre 52mila nel nord e nell’est del paese. A questi si aggiungono i circa 60mila rifugiati del vicino Mali, in preda a turbolenze senza fine malgrado o grazie agli interventi militari.

In queste zone la violenza e le sofferenze sono inennarrabili e in effetti non c’è nessuno che si preoccupi di ascoltarne il silenzio. Si bruciano scuole, si impone l’arabo come lingua franca che nessuno capisce, vengono saccheggiate le case e la storia di conflittuale convivenza delle popolazioni locali, da tempo ostaggio di gruppi armati di ogni tipo.

Lo stesso Dio, o meglio la sua caricatura, è preso in ostaggio da una violenza che non ha nè patria nè futuro. Ci si barcamena come si può, domandandosi come diavolo si sia potuti arrivare in tale imprevisto mondo che è il Sahel. Non c’è motivo, dunque, per cui queste guerre debbano terminare presto, vista la convergenza di interessi di coloro che contano sul campo di battaglia. Non c’è dubbio, siamo un laboratorio interessante da più punti di vista e chi ha dubbi in proposito può azzardare una visita guidata nella capitale Niamey, che sforna superstrade e grattacieli per gli ospiti di riguardo a venire.

Eppure, interrompere questa spirale bellica non sarebbe poi così difficile. Basterebbe chiedere alla sabbia come si fanno le rivoluzioni.