Fine corsa?
Non accenna a spegnersi in Libia la rivolta contro Gheddafi. Che risponde con la forza. Atteso un messaggio alla nazione. Mons. Martinelli, vescovo di Tripoli, ridimensiona la portata della crisi in atto.

Ad una settimana dalle prime manifestazioni anti Gheddafi nella città di Bengasi, la situazione in Libia si fa sempre più complicata. Ora le città coinvolte nella protesta sono una decina, compresa la capitale Tripoli, e il regime sta rispondendo utilizzando mercenari stranieri e, secondo alcune fonti (tra cui la tv Al Jazeera), impiegando aerei ed elicotteri.

 

La Federazione internazionale delle Leghe dei diritti dell’uomo (Fidh) fa questo bilancio: «Dai 300 ai 400 morti». Ma il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, intervistato quest’oggi da Nigrizia (in audio), smentisce alcune notizie di stampa su quanto sta avvenendo nella capitale libica, fornisce un quadro d’insieme assai meno tragico e parla di «rivolta generazionale».

 

Intanto, Muammar Gheddafi ha fatto un’apparizione in tivù per provare di essere ancora in Libia e non fuggito all’estero come aveva dichiarato ieri il capo della diplomazia britannica William Hague. Secondo l’ex diplomatico Abdulmoneim al-Honi, il Colonnello si sarebbe barricato all’interno di una base militare. Abdulmoneim al-Honi, rappresentante della Libia alla Lega Araba, ha rassegnato le dimissioni per protesta contro la brutale repressione di questi giorni. Per le stesse ragioni si sono dimessi il ministro della giustizia Moustapha Abdel Jalil, l’ambasciatore negli Usa Ali Aujali, e l’ambasciatore in India.

 

Fonti governative libiche, citate dalla tv satellitare al Arabiya, affermano che entro sera Gheddafi apparirà in televisione per un messaggio alla nazione e per annunciare l’avvio di riforme.

 

E c’è una crisi nella crisi, messa in evidenza dall’Alto Commissario per i rifugiati dell’Onu (Acnur) che si dice preoccupato per la sorte di migliaia di richiedenti asilo e rifugiati africani. «Somali, eritrei, etiopici – spiega Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr – rischiano di diventare il capro espiatorio della situazione». Le milizie del regime li stanno braccando, probabilmente perché temono che si schierino dalla parte degli insorti.

 

Per valutare quanto sta avvenendo in Libia, si tiene oggi pomeriggio a New York un Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al Cairo, sempre nel pomeriggio, è prevista una riunione straordinaria della Lega Araba, incentrata sui rivolgimenti che stanno interessando Nord Africa e Medio Oriente.

 

Venendo ai riflessi della crisi libica sull’Italia, domani alle 16 il ministro degli esteri Franco Frattini riferirà nell’aula del Senato. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama.

 

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel chiedere l’immediata cessazione delle violenze, ha sottolineato che alle legittime richieste di riforme e di maggiore democrazia va data una risposta nel quadro di un dialogo fra le differenti componenti della società civile.

 

Tra le prese di posizione di queste ore, da segnalare quella di Amnesty International che chiede al presidente del consiglio Berlusconi di sospendere l’accordo sottoscritto con la Libia nel 2008, che prevede operazioni congiunte con la polizia libica sul controllo dei flussi migratori. E quella di Giancarlo Malavolti, presidente del Cocis (federazione di 23 Ong di cooperazione internazionale) che stigmatizza «l’assenza di un’iniziativa diplomatica italiana; un’inerzia inaccettabile di fronte a ciò che sta avvenendo».

 

Molto preoccupata di quanto sta accadendo in Nord Africa è anche Federmeccanica. Il vicepresidente Luciano Miotto afferma che «le esportazioni delle imprese metalmeccaniche italiane in Libia, Egitto e Tunisia, valgono circa 3,8 miliardi l’anno, pari a circa il 3% delle esportazioni complessive di questo settore».

 

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