Sud Sudan
Gli scontri nello stato di Unità, i movimenti di truppe nello Jonglei e le tensioni nell’Alto Nilo fanno pensare a una ripresa del conflitto civile iniziato quasi un anno e mezzo fa. Si moltiplica il numero dei profughi.

Nell’ultima settimana molte preoccupanti notizie hanno riguardato la ripresa dei combattimenti su larga scala in Sud Sudan, e in particolare nello stato di Unità. Bisogna sottolineare che tra i due contendenti sarebbe ancora in vigore un cessate il fuoco, firmato mesi fa al tavolo delle trattative di pace ad Addis Abeba e di fatto mai del tutto rispettato. Ma le notizie dei giorni scorsi fanno pensare ad una ripresa del conflitto, non a semplici violazioni del cessate il fuoco. Infatti, ci sarebbero ammassamenti di truppe nello stato di Jonglei, e anche nell’Alto Nilo la situazione diventa sempre più preoccupante.

L’esercito fedele al governo di Juba, Spla-Juba, ha sferrato numerosi attacchi contro zone controllate dalle truppe fedeli all’ex vice presidente Rieck Machar, Spla-io, nel nord dello stato, in alcune zone della contea di Mayom, e nella contea di Guit, finora saldamente nelle mani dell’opposizione armata. Combattimenti si sono avuti anche attorno alla capitale dello stato, Bentiu, e in altre località, in particolare nella contea di Panriang, anche per il controllo di un campo petrolifero inattivo fin dall’inizio della guerra, i cui pozzi, non più controllati, avrebbero gravemente inquinato tutta la zona.

L’esercito governativo avrebbe riconquistato diverse postazioni; mentre l’esercito ribelle, con una raffica di comunicati stampa, dice di essersi ritirato per questioni tattico-strategiche.

Questi passaggi di mano di diverse zone hanno provocato almeno 100.000 sfollati in una sola settimana, che si aggiungono alle centinaia di migliaia già assistiti nello stato di Unità, e l’afflusso di altre centinaia di persone nel campo per la protezione dei civili (PoC), difeso dalla missione di pace (Unmiss), che ne ospita già parecchie decine di migliaia dallo scoppio della guerra civile nel dicembre del 2013.

Intanto i combattimenti si diffondono verso il sud dello stato, puntando su Leer, città d’origine di Machar, già distrutta all’inizio del 2014 da un’incursione governativa che aveva messo in fuga l’intera popolazione (compresi i missionari comboniani là presenti da molti anni) che si era rifugiata per settimane nelle paludi che circondano la città, nutrendosi di radici selvatiche e senza assistenza, né sanitaria né umanitaria. Médicins Sans Frontiers (Msf) che gestisce da molti anni il locale ospedale, aveva addirittura evacuato i malati, portandoli nelle paludi, nel timore che potessero essere massacrati nei loro letti, come era già successo nell’ospedale di Malakal, capitale dell’Alto Nilo. Nei mesi successivi Leer era tornata sotto il controllo di Machar e la situazione si era “normalizzata”.

Assistenza umanitaria

Ma proprio ieri Msf ha lanciato un nuovo allarme, comunicando la decisione di evacuare tutto lo staff a causa dell’avvicinarsi dei combattimenti. Venerdì l’esercito governativo aveva raggiunto Khok, distante non più di 40 chilometri da Leer. In un lungo dibattito trasmesso ieri da Al Jazeera, il responsabile dell’organizzazione ha dichiarato che, in un anno dalla ripresa dell’attività, si sono registrati oltre 35.000 interventi, una media di 100 al giorno. Ora la popolazione rimarrà senza nessuna assistenza. Anche la Croce Rossa Internazionale ha evacuato il suo staff internazionale, mantenendo, per ora, un minimo di assistenza.

L’allarme è oggi ripreso da Toby Lanzer, il coordinatore dell’Onu degli interventi umanitari in Sud Sudan, che quantifica in 300.000 le persone che rimarranno non solo senza assistenza sanitaria, ma anche senza cibo e assistenza umanitaria in genere, dal momento che tutto o quasi lo staff dedicato al soccorso della popolazione ha dovuto essere ritirato. Lanzer sottolinea che tutto ciò avviene proprio nel momento più cruciale della stagione agricola, facendo prevedere una situazione disastrosa per la produzione di cibo in loco, e difficilissima anche per la distribuzione di aiuti alimentari. Dunque si prefigura un allarme carestia.

L’Onu, intanto, sta studiando come risolvere il problema dei circa 100.000 nuer, l’etnia del vicepresidente Machar, ospitati nei diversi PoC organizzati nel paese. I combattimenti, infatti, avevano subito assunto una connotazione etnica, e i nuer, attaccati a Juba nei primi giorni degli scontri e successivamente in altre località, si erano rifugiati nei compound della missione di pace, dove ancora si trovano. L’Onu starebbe studiando la fattibilità del loro trasferimento nelle aree sotto il controllo dell’Splm-io, che si sarebbe dato disponibile a riceverli, insieme ai necessari interventi di sostegno. All’ipotesi, però, si oppone fermamente il governo di Juba, per ovvie ragioni politiche (sarebbe come accettare una prima ipotesi di divisione del paese) e militari (gli sfollati potrebbero essere facilmente arruolati nelle fila dell’Splm-io).

Ancora senza data, invece, la ripresa delle trattative di pace e incerta la formazione del nuovo tavolo di mediazione. Solo nei giorni scorsi, infatti, il governa di Juba avrebbe accettato la presenza della troika (Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia), cioè i tre paesi più attivi nel seguire le vicende sudsudanesi.

Insomma, ancora nessuno spiraglio per la risoluzione della crisi sudsudanese, nonostante molti sforzi congiunti della comunità internazionale e dei paesi della regione che devono sopportare il peso di oltre mezzo milioni di rifugiati e dell’instabilità alle loro frontiere.

Truppe dell’esercito sudsudanese fedele al governo di Juba.