Guinea Conakry
Il governo ha scelto la via della repressione nei confronti delle opposizioni che protestano contro la possibilità di una riforma della costituzione che permetterebbe al presidente di ricandidarsi nel 2020. Una decisione che rischia di destabilizzare il paese.

La sindrome del terzo mandato ha attecchito anche nella Repubblica di Guinea – l’ultimo a “cadere” è stato l’egiziano al-Sisi -, dove il presidente Alpha Condé sembra più che mai intenzionato a ricandidarsi alla presidenza, malgrado l’articolo 27 della Costituzione in vigore nel paese africano, indichi chiaramente che il presidente è rieleggibile solo una volta.

Condé, il cui secondo e ultimo mandato scade il prossimo anno dopo un decennio al potere, continua di fatto a ventilare la possibilità di riformare la Carta costituzionale per ricandidarsi alle elezioni presidenziali del 2020.

L’ultima ammissione pubblica risale a venerdì scorso, mentre si trovava ad Abidjan per una visita di stato di due giorni in Costa d’Avorio, durante la quale rispondendo alle domande dei giornalisti in merito all’intenzione di ripresentarsi alle prossime presidenziali ha osservato di non avere in proposito «niente da spiegare all’estero, ma solo al popolo guineano ed eventualmente africano».

Intanto, all’inizio di aprile, i principali partiti di opposizione della Guinea Conacry hanno annunciato la formazione di una coalizione per opporsi al paventato tentativo di emendare la Carta, cosa che richiederebbe un referendum o l’approvazione da parte di una maggioranza dei due terzi dell’Assemblea nazionale.

La stretta sul dissenso

Certo è che qualsiasi tentativo di riformare la costituzione porterà a nuove manifestazioni di piazza, riguardo alle quali la Guinea ha già una lunga storia di violenze legate alle elezioni, incluse le presidenziali del 2010, del 2015 e le più volte posticipate e contestate elezioni locali del febbraio dello scorso anno. Elezioni segnate da proteste e scioperi indetti dall’opposizione che hanno causato disordini e scontri tra i dimostranti e le forze di sicurezza, con un bilancio finale di dodici vittime tra i manifestanti e l’uccisione di un gendarme e un agente di polizia.

I tumulti di piazza hanno portato a un giro di vite per reprimere il dissenso e l’esecutivo di Condé ha giustificato l’introduzione di misure liberticide con la necessità di proteggere la sicurezza pubblica. Per questo, ha imposto la limitazione della libertà di riunione e delle manifestazioni di piazza, con partiti di opposizione e organizzazioni della società civile che accusano il governo di aver imposto un divieto generalizzato.

Le autorità di Conacry negano però che nel paese sia in vigore un divieto assoluto di manifestare e lo scorso 2 aprile hanno autorizzato un marcia alla quale hanno preso parte molti giornalisti. Le opposizioni hanno però documentato all’ong Human rights watch l’imposizione di più di dieci divieti di manifestazioni antigovernative per motivi di ordine pubblico.

La gravità delle violenze dell’inizio del 2018 ha anche indotto il governo a schierare, lo scorso novembre, delle unità dell’esercito nei punti più sensibili della capitale, la maggioranza dei quali individuati nei quartieri considerati roccaforti dell’opposizione. I gruppi guineani per la tutela dei diritti umani sostengono che tale dispiegamento viola una legge del 2015 che limita il ruolo dell’esercito nel garantire l’ordine pubblico. 

Inviti al dialogo

Tuttavia, è altamente improbabile che qualsiasi deterrente abbia effetto se Condé decidesse di ricandidarsi per un terzo mandato. In tal caso, il prorompere delle dimostrazioni dell’opposizione potrebbe avere due soluzioni: costringere il governo ad autorizzare qualche forma di protesta, oppure far rispettare con le armi i divieti imposti.

Secondo Corinne Dufka, direttrice di Human rights watch per l’Africa occidentale, il governo della Guinea dovrebbe agire in fretta per salvaguardare la garanzia della libertà di riunione. In primo luogo, dovrebbe dichiarare chiaramente e pubblicamente che non vi è alcun divieto generalizzato di manifestazioni pubbliche e che il governo proibirà le proteste solo se non ci sono altre alternative per proteggere la sicurezza pubblica. 

In secondo luogo, il governo dovrebbe istituire un tavolo di lavoro con i partiti di opposizione e i gruppi della società civile per discutere su come organizzare e controllare le manifestazioni pacifiche. Infine, per garantire che i responsabili degli abusi durante le dimostrazioni siano perseguiti, il presidente Condé dovrebbe creare una task force giudiziaria composta da magistrati, polizia e gendarmi, per indagare e perseguire gli illeciti commessi durante le proteste. E i donatori internazionali dovrebbero fornire formazione ed esperienza forense per il corretto funzionamento di questa unità.

Nella sostanza, il governo della Guinea dovrebbe capire che una repressione della libertà di riunione non è una soluzione idonea per attenuare le crescenti tensioni politiche, che rischiano di destabilizzare il paese.