Rispetto alla Cina e ai paesi europei, il Sars-CoV-2  è arrivato più tardi in Africa, ma il ritmo della sua diffusione sta aumentando rapidamente con gli ultimi dati che rilevano 16.302 casi confermati.

Per questo, alla fine di marzo, le quattro agenzie umanitarie delle Nazioni Unite hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale è riportato che i diritti e la salute dei rifugiati in Africa devono essere protetti e tutelati.

Nelle ultime settimane sono cresciute le preoccupazioni circa il potenziale impatto del Covid-19 sui 25,2 milioni di rifugiati e sfollati interni attualmente ospitati in Africa. In Uganda, Kenya, Tanzania ed Etiopia sono infatti stanziati quattro dei sei più grandi campi profughi del mondo. Questi insediamenti, sovraffollati e carenti di adeguate strutture idriche, igieniche e sanitarie, rappresentano infatti spazi ideali per la trasmissione del virus.

Alla base dei timori ci sono fattori di salute, in quanto molti dei profughi hanno il sistema immunitario indebolito da malnutrizione, stress elevato e malattie. Le strutture sanitarie poi, sono insufficienti, mentre i ventilatori meccanici e i letti di terapia intensiva sono quasi inesistenti. Senza contare, che, in simili contesti, il distanziamento sociale o l’isolamento sono estremamente difficili da attuare.

Una situazione che determina non poche difficoltà. Come dimostra la decisione delle autorità ugandesi di elevare il livello d’attenzione, segnalando che i rifugiati stanno sfidando le misure di sicurezza istituite per controllare la diffusione dell’epidemia.

Uganda

L’Uganda al primo posto nella classifica dei paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati nel continente, finora ha registrato solo 55 casi confermati di Covid-19 e per continuare a tenere sotto controllo la propagazione dell’infezione ha chiuso tutti i confini e deciso di sospendere l’ingresso di nuovi rifugiati per un mese. Oltre ad annunciare di essere pronta a introdurre nuovi provvedimenti per applicare le restrizioni.   

Tuttavia, Titus Jogoo, addetto alla ricezione regionale per i rifugiati nel distretto di Adjumani, dove è stanziato l’insediamento di Nyumanzi che ospita 40mila rifugiati sud sudanesi, spiega a Voice of America che «mentre le autorità sono riuscite a fermare il movimento in ingresso bloccando valichi e posti di frontiera, il movimento interno dei rifugiati rimane difficile da controllare».

Mentre il ministro per la prevenzione delle catastrofi, Musa Ecweru, ha affermato che «i rifugiati e i richiedenti asilo già presenti in Uganda possono rimanere, a condizione che non si spostino da un insediamento all’altro o che tentino di raggiungere i paesi di origine per far visita ai parenti, per poi rientrare nel paese».

Kenya

Situazione difficile anche in Kenya, dove nei campi profughi di Kakuma e Dadaab, che ospitano complessivamente 411mila rifugiati, una decina di persone sono attualmente in isolamento. Si teme abbiano contratto il virus, ma non è dato sapere se siano stati sottoposti al test.

Nel campo di Kakuma i rifugiati sembrano aver accolto le misure di distanziamento sociale, come documenta un’immagine twittata dall’Unhcr che mostra i profughi ospitati nel campo fare la fila a debita distanza per ricevere il cibo.

Etiopia

Nei sette campi nella regione di Gambella, in Etiopia – che in totale ospita circa 424 mila rifugiati, la maggior parte fuggiti dalla guerra civile che ha devastato il Sud Sudan -, l’Unhcr ha distribuito un volantino per spiegare le norme comportamentali da seguire per prevenire eventuali contagi.

Negli stessi campi profughi della regione etiope il Programma alimentare mondiale, l’ufficio di Gestione nazionale del rischio di catastrofi (National disaster risk management) e il Piano congiunto per le operazioni di emergenza (Joint Emergency Operation Plan) hanno istituito rigide procedure per la distribuzione degli alimenti.

Tanzania

Infine, l’organizzazione Medici senza frontiere (Msf) ha lanciato l’allarme sulla diffusione del Sars-Cov-2 nei campi profughi in Tanzania, dove vivono centinaia di migliaia di persone altamente vulnerabili alle malattie infettive e con un accesso limitato ai servizi sanitari.

In una lettera aperta, il capo missione di Msf in Tanzania ha espresso tutta la sua preoccupazione sui rischi relativi alla diffusione del virus tra i 73mila rifugiati burundesi del campo profughi di Nduta, dove sarebbe praticamente impossibile contenere un’eventuale focolaio.