Nuovo mandato d’arresto contro il presidente
Un nuovo mandato di arresto internazionale e una nuova accusa pendono da ieri sul capo del presidente del Sudan Omar Al-Bashir. La Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un nuovo ordine di cattura per il presidente accusandolo anche di genocidio.

Era il 4 marzo del 2009 quando la Corte penale internazionale dell’Aja ha emesso il primo mandato di cattura per il presidente sudanese Omar Hassan El Bashir, accusandolo di crimini di guerra e contro l’umanità nella regione occidentale del Darfur. Ieri il nuovo mandato di arresto, questa volta recante l’accusa di genocidio.

Dal 2003 le milizie governative Janjaweed hanno commesso massacri e violenze ai danni degli abitanti dei villaggi dei ribelli della regione. Secondo le Nazioni Unite sono state uccise più di 300mila persone e quasi 3 milioni di profughi hanno cercato rifugio nei paesi confinanti. Nel 2009 la Cpi aveva dichiarato che non c’erano prove sufficienti per accusare il presidente di genocidio.

Il procuratore Luis Moreno-Ocampo ha, invece, presentato ricorso e dopo aver raccolto le prove necessarie ha chiesto un nuovo mandato di cattura. La notizia dell’accusa di genocidio è stata diffusa tramite il sito del Cpi con un comunicato in cui si specifica che «questo secondo mandato d’arresto non sostituisce né revoca in nessun caso il primo». Bashir è accusato di «omicidio, genocidio per grave attentato all’integrità fisica e mentale e genocidio per sottomissione intenzionale di ciascun gruppo a condizioni di vita che ne comportano la distruzione fisica». Secondo il tribunale internazionale Bashir sarebbe colpevole dell’uccisione di circa 35.000 civili e della deportazione e lo stupro di centinaia di migliaia di essi.

I fatti sarebbero avvenuti tra il 2003 e il 2005 e le vittime erano appartenenti ai gruppi etnici dei Four, dei Masalit e dei Zaghawa. Il presidente come sempre nega tutte le responsabilità che gli vengono attribuite e sostiene che la decisione della Corte sia frutto di una cospirazione ordita contro di lui dai paesi occidentali. La sentenza dell’Aja è stata accolta con ostilità dalle autorità sudanesi che la giudicano l’ennesimo tentativo per creare instabilità all’interno del paese.

A Khartoum, Kamal Obeid, il ministro dell’Informazione e portavoce ufficiale del governo, ha dichiarato che la decisione della Corte è la conferma che il tribunale internazionale è un tribunale politico. Rabie Abdelatie, membro del Partito Nazionale del Congresso, definisce «ridicole» le accuse rivolte al leader politico. Commenti positivi sono stati espressi invece da Hussein Ahmad, portavoce del gruppo ribelle del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza (Jem), secondo cui la sentenza è una vittoria non solo per il popolo del Darfur, che vede riaccendersi la speranza di avere giustizia, ma è da considerarsi una vittoria per tutta l’umanità.

La decisione della Corte penale ha suscitato tante reazioni anche nel resto del mondo. Il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon si è detto profondamente preoccupato per l’entità delle nuove accuse mosse contro Bashir e ha rivolto un invito al governo sudanese affinché sostenga il lavoro della Corte nell’affrontare i problemi della giustizia e della riconciliazione dopo anni di devastanti conflitti. Philip Crowley, portavoce del Dipartimento di Stato degli Usa, ha esortato il presidente Bashir a presentarsi dinnanzi alla Corte e rispondere alle accuse mosse contro di lui.

La sentenza di ieri potrebbe segnare una svolta nella lunga e difficile ricerca dei responsabili dei crimini in Darfur e si potrebbe arrivare finalmente a fare giustizia. Ma non sarà facile ottenere l’arresto del presidente sudanese che oltre a godere del consenso politico, recentemente è stato rieletto alla guida del Paese con elezioni contestate dagli osservatori internazionali, può anche contare sull’appoggio dell’Unione Africana. La maggior parte degli stati dell’Unione avevano infatti contestato la decisione del Tribunale internazionale di accusare Al Bashir di genocidio, perché avrebbe compromesso i colloqui di pace nella regione. Colloqui che hanno trovato nuova linfa, da quando il processo di pace tra Nord e Sud è tornato ad occupare i primi punti dell’agenda della comunità internazionale.