La decisione oggi a L’Aia
Crimini contro l’umanità. Questa è la motivazione del mandato d’arresto spiccato oggi contro il Colonnello dalla Corte penale internazionale. Stessa disposizione anche a carico del figlio del raìs Seif al-Islam e di Abdallah al-Senussi, capo dei servizi segreti.

La Corte penale internazionale (Cpi) ha deciso: c’è un mandato d’arresto contro il leader libico Muammar Gheddafi per crimini contro l’umanità compiuti in Libia a partire dal 15 febbraio scorso. Destinatari del mandato d’arresto anche il figlio del raìs Seif al-Islam e il responsabile dei servizi segreti libici Abdallah al-Senussi. La decisione è stata presa a L’Aia, sede della Cpi, quest’oggi intorno alle 13.30.

La richiesta di arresto era stata presentata il 16 maggio scorso dal procuratore della Cpi Luis Moreno Ocampo, che aveva avviato l’inchiesta il 3 marzo. I tre uomini sono accusati di omicidi e di persecuzioni commessi dalle forze di sicurezza libiche sui civili a Tripoli, Bengasi e Misurata.

Secondo il procuratore Ocampo la repressione della rivolta contro il regime di Tripoli ha fatto migliaia di morti. E cifre delle Nazioni Unite dicono di 650.000 libici in fuga all’estero e di 250mila profughi interni.

Gheddafi, al potere da 42 anni, è il secondo capo di stato a essere oggetto di un mandato di cattura della Cpi, dopo il presidente sudanese Omar El-Bashir, incriminato dal 14 luglio 2008 per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra nella regione sudanese del Darfur.

Operativa dal 2002, la Cpi è il primo tribunale internazionale permanente con il compito di perseguire gli autori di genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Tuttavia non dispone di una propria forza di polizia e per l’esecuzione dei mandati d’arresto dipende dalla volontà degli stati. La Cpi ha competenza in Libia in virtù della risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu del 26 febbraio scorso.

Venendo al conflitto, in atto da tre mesi e mezzo, con la partecipazione della Nato, l’Unione africana sta cercando una soluzione negoziata. A questo riguardo, ieri il raìs ha ribadito che non è disponibile a lasciare né il potere né la Libia. Ma ha anche affermato di accettare di non partecipare personalmente ai negoziati per fermare la guerra: sembrerebbe un avallo alla trattativa avviata dall’Ua alla quale partecipano emissari del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) di Bengasi, che si batte per farla finita con il raìs.