Murales in piazza Tahrir a Il Cairo

Il prossimo 25 gennaio segnerà il decennale delle proteste popolari esplose in Egitto che hanno determinato la storica caduta del regime di Mubarak dopo oltre 29 anni al potere. L’appuntamento, oggi, appare più come un’occasione per i media internazionali per rievocare nostalgicamente l’entusiasmo, la voglia di cambiamento e di rivalsa da parte dei cittadini egiziani, e un’opportunità per riflettere sugli errori che hanno rafforzato il regime militare.

Ma dal punto di vista delle autorità egiziane, il valore di quanto avvenuto dieci anni fa è relegato a un mero ricordo da consegnare alla storia, ma che dell’attuale storia egiziana non deve far parte.

Laddove, dieci anni fa, la narrazione degli eventi rivoluzionari, le icone e gli slogan di quei momenti si erano distinti per i loro contenuti democratici, per i toni accesi e per la diversità dei soggetti coinvolti nel dibattito pubblico, con il trascorrere degli anni le faticose conquiste ottenute dopo il 2011 – dallo smantellamento del Servizio informativo della sicurezza di stato (Ssis) alla legalizzazione dei partiti e movimenti politici con un “framework” religioso, sino alla possibilità, per nulla scontata, di svolgere manifestazioni pubbliche – sono state spazzate via dal ritorno dei militari egiziani come principali gestori delle leve del potere politico, oltre a quelle economiche.  

Lo scontro nell’opposizione

Ancor prima della destituzione manu militari del presidente eletto Mohammed Morsi, avvenuta il 3 luglio 2013, le divisioni politiche interne avevano ulteriormente indebolito il già precario clima di collaborazione instauratosi tra i gruppi che avevano contribuito alla caduta del regime di Mubarak.

La spaccatura tra i sostenitori dei partiti islamisti e coloro che rivendicavano un maggior equilibrio tra principi religiosi e libertà civili, ha determinato scontri, anche molto violenti, avvenuti proprio durante il secondo anniversario (2013) della rivoluzione. Da quel momento in poi, specialmente con l’arrivo dell’ex generale Abdel Fattah al-Sisi al potere, ogni anniversario è stato segnato da una serie di arresti sommari, uccisioni e sparizioni – anche ai danni di cittadini stranieri come Giulio Regeni – che hanno finito col trasformare la commemorazione di un evento storico in un pericolo per la propria incolumità.

Una storia riscritta

Il passaggio da celebrazione a violenza ha verosimilmente avuto (e continua ad avere) l’obiettivo di depotenziare al massimo il senso e la portata storica di quanto avvenuto nel 2011.

La trasformazione edilizia e simbolica di certi luoghi chiave della recente storia egiziana – come piazza Tahrir, via Mohammed Mahmoud e la zona di Rabaa al-Adaweya – insieme a una massiccia campagna propagandistica hanno permesso all’esercito egiziano di poter riscrivere – se non addirittura imporre – una versione della storia a loro favorevole che li dipinga come i veri salvatori della rivoluzione, salvo poi calpestarne tutti i suoi principi di uguaglianza e giustizia sociale.

Non è un caso che quanto avvenuto nel 2011 sia stato dipinto da al-Sisi come un evento storico “corretto” da quella che l’attuale regime e i suoi sostenitori definiscono la “seconda rivoluzione” del 30 giugno 2013.

Sebbene il dibattito tra chi sostiene la “seconda rivoluzione” e chi la osteggia definendola come una vera e propria “controrivoluzione” continui ad accendere gli animi di molti cittadini egiziani, difficilmente si potrà contestare l’approvazione di una serie di leggi che si allontanano drasticamente dalle aspirazioni espresse nel 2011.

Tra queste, la legge sulle proteste (107/2013), la legge sulle corti marziali (136/2014) e la legge anti-terrorismo (94/2015) si sono rivelate utili strumenti per dare una patente di legalità a pratiche senz’altro già note sotto il regime di Mubarak, ma che nel corso degli ultimi sette anni sono state adottate in maniera estensiva, sistematica, continuativa e nella totale impunità di chi le adopera.

Le libertà soppresse

Altre misure fortemente restrittive, come la legge che regola le attività delle organizzazioni non governative (149/2019) e quella sui mezzi di comunicazione (92/2016), hanno finito col soffocare non solo i focolai d’opposizione presenti sul web e altre piattaforme di comunicazione, ma anche, e soprattutto, la libera espressione di un pensiero critico da parte di qualsiasi cittadino egiziano, inclusi coloro che non hanno interessi politici o nel mondo dell’attivismo e dell’associazionismo.

L’acquisizione e il controllo delle principali testate giornalistiche e dei canali televisivi da parte delle forze armate ha altresì rafforzato la posizione mediatica dell’esercito, del presidente e del suo esecutivo, ed escluso la diffusione di prospettive alternative a quelle del regime.  

Al-Sisi fino al 2030?

Le modifiche costituzionali approvate con il referendum dell’aprile 2019 consentiranno ad al-Sisi di potersi ricandidare nuovamente alla presidenza della Repubblica, con la possibilità di estendere il suo mandato fino al 2030. Si tratta di una vera e propria inversione di rotta rispetto alle precedenti tendenze espresse dai vari soggetti politici e scritte nero su bianco già nelle costituzioni del 2012 (art. 133) e del 2014 (art. 140), che avevano previsto un limite di due mandati presidenziali per evitare la nascita di nuove “dinastie” autoritarie.

Inoltre, i nuovi emendamenti permetteranno al presidente della Repubblica di poter interferire nella nomina dei massimi membri degli alti organi giudiziari egiziani.

Squilibrio di poteri

Nel corso degli ultimi anni, decine di organizzazioni egiziane e internazionali hanno continuato a denunciare un forte squilibrio tra i poteri dello stato in cui sia il Parlamento che le corti di giustizia hanno perlopiù accolto la logica securitaria dell’ex generale al-Sisi applicata ad ogni livello: politico, economico, culturale e informativo.

Le stime più attendibili – in assenza di dati ufficiali rilasciati dal governo – rivelano che il nuovo regime abbia recluso circa 60mila prigionieri politici in carceri sovraffollate dove avviene ogni tipo di abuso, tortura e violenza.

Dal 2013 al 2018 l’Egitto avrebbe costruito 17 nuovi centri di detenzione, mentre secondo il Center for Protection of Journalists (CPJ) l’Egitto è il terzo paese al mondo per numero di giornalisti in carcere (26), preceduto da Cina (47) e Turchia (46). Infine, sempre tra il 2013 e il 2018 sarebbero state eseguite 144 condanne a morte a fronte di una sola esecuzione registrata tra il 2011 e il 2013.

La campagna Stop alle sparizioni forzate ha raccolto 1.856 casi di sparizioni forzate tra il 2013 e il 2019, di cui 1.820 nell’ultimo quinquennio. Conti alla mano, dunque, negli ultimi cinque anni ogni giorno un cittadino egiziano è sparito per finire in uno dei tanti centri di detenzione informali gestiti dal Ministero dell’Interno o dalle forze armate. Chi è abbastanza fortunato da uscire vivo da questi centri di detenzione informali lo fa perché è stato rilasciato o perché è stato trasferito in un istituto penitenziario ufficiale.

Un regime più feroce di quello di Mubarak

Alla luce di questi numeri, sono molti gli egiziani a ritenere l’attuale regime ancor più pericoloso e cruento di quello di Mubarak, il quale, a detta di diversi attivisti, non ha mai raggiunto gli stessi livelli di repressione e chiusura dello spazio pubblico toccati sotto il regime di al-Sisi.

Oltre al forte squilibrio tra i poteri dello stato e all’estensione della logica di sicurezza, la trasversalità delle misure repressive – che colpiscono indistintamente islamisti ed anti-islamisti, oppositori politici ed ex sostenitori del regime, perfino alcuni colleghi delle forze armate come Sami Anan – ha in parte alterato anche i flussi migratori in uscita e favorito la fuga e l’esilio in paesi che, tradizionalmente, non hanno mai ospitato un numero ingente di egiziani.

L’esempio più rappresentativo è senz’altro quello della Turchia, dove risiederebbero circa 30mila egiziani secondo diverse stime, ma anche la Repubblica di Corea ha visto un incremento notevole di egiziani sul proprio territorio, passati da 479 (2014) a 3.239 (2019) secondo i dati rilasciati dall’Ocse.

Ma per quanto la natura autoritaria del regime militare egiziano sia innanzitutto una questione di politica interna legata allo storico protagonismo che l’esercito ha voluto mantenere sin dai tempi di Nasser, è innegabile che il sostegno di cui ha goduto al-Sisi da parte di molti paesi europei e nordamericani, oltre al massiccio sostegno economico e finanziario da parte dei paesi del Golfo, sia stato determinante per la sua sopravvivenza.

Facendo leva sulla crescita e la strumentalizzazione del fenomeno terroristico in Egitto e sul ruolo fondamentale che il paese ha sullo scacchiere mediorientale, al-Sisi è riuscito ad assicurarsi un massiccio sostegno militare da parte di paesi come Francia, Germania e Italia, senza dimenticare il quarantennale rapporto di collaborazione militare con gli Stati Uniti dopo la firma degli accordi di Camp David. In questo modo, l’Egitto è divenuto il terzo importatore mondiale di armamenti, preceduto solo da Arabia Saudita e India.

Alleanze per gli armamenti

A partire dal 2015, la Francia ha sopravanzato gli Stati Uniti come primo partner militare dell’Egitto. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), nell’ultimo quinquennio il 35% del fabbisogno di armamenti egiziano è stato coperto dalla Francia, seguita dalla Russia (34%) e dagli Stati Uniti (15%). La collaborazione tra Parigi e Il Cairo è stata suggellata da diversi scambi di visite tra i rispettivi presidenti, l’ultima delle quali ha visto al-Sisi recarsi in Francia agli inizi del dicembre scorso.

Ma la Francia, che tra il 2010 e il 2014 copriva appena il 2,3% delle importazioni egiziane, non è la sola in Europa ad aver ravvisato un aumento dell’export nel settore bellico.

La Germania, con cui l’Egitto ha siglato nel 2016 alcuni accordi per l’addestramento delle proprie forze di polizia e per il rafforzamento della cooperazione bilaterale in ambito di sicurezza, ha recentemente approvato la vendita di un terzo sottomarino – i primi due sono stati consegnati tra il 2016 e il 2017 – nonché l’esportazione di armi ed equipaggiamento bellico all’Egitto per un valore pari a 752 milioni di euro.

Secondo un articolo pubblicato da Deutsche Welle, nel 2019 l’Egitto è risultato il terzo richiedente di armi tedesche, mentre nel primo trimestre del 2020 il paese è balzato in prima posizione. A

nche l’Italia, se si esclude il biennio 2016-2017, ha registrato una forte crescita delle esportazioni di armi verso l’Egitto, al punto tale che il valore delle esportazioni definitive autorizzate per l’Egitto è balzato da 37,6 milioni di euro del 2015 agli 871,7 milioni di euro del 2019. Con questi numeri, stando ai dati contenuti nella relazione annuale della Camera dei Deputati sulle esportazioni di armamenti, nel 2019 l’Egitto si è collocato al primo posto per numero di licenze individuali, seguito da Turkmenistan, Regno Unito, Stati Uniti e Francia.

Crisi regionali

I massicci investimenti egiziani in sistemi d’arma, velivoli, sottomarini ed equipaggiamento bellico sono strettamente collegati al protrarsi della crisi libica in cui l’Egitto, insieme agli Emirati Arabi, è un attore chiave in virtù del sostegno espresso al generale della Cirenaica, Khalifa Haftar.

Ma oltre che ad ovest, al-Sisi osserva anche agli sviluppi politici che avvengono a sud dei confini egiziani, in particolare in Etiopia con cui l’Egitto ha ancora in ballo la delicatissima questione della diga della Rinascita.

Il mega-progetto, discusso a partire dal 2011, prevede la costruzione di una diga che permetterebbe all’Etiopia non solo di coprire il suo fabbisogno di energia elettrica ma anche di diventarne esportare, con ricadute positive anche dal punto di vista economico. Tuttavia, secondo il ministero dell’irrigazione egiziano, l’Egitto perderebbe circa il 20-30% della capacità idrica del Nilo, con conseguenze disastrose per il comparto agricolo.

Ma oltre che per ragioni di politica estera, le armi acquistate dall’Egitto sono state utilizzate anche per contrastare i gruppi terroristici in Sinai e per motivi di ordine pubblico. Un rapporto dell’Egyptian Front for Human Rights ha sottolineato come l’Egitto utilizzi le armi leggere provenienti dalla Repubblica Ceca per commettere violazioni contro i diritti umani.

Lo stesso rapporto evidenzia come l’esecutivo di Praga stia aiutando l’Egitto ad acquisire una licenza di produzione di queste armi, in particolare quella per la produzione del fucile CZ 807, nonostante i continui richiami in sede europea per impedire l’esportazione di armi in paesi in cui avvengono tali violazioni.

Ipocrisia Ue

Finora, però, l’Ue si è rivelata incapace di arrestare l’enorme flusso di armi che dai singoli paesi membri giungono nelle armerie delle forze armate egiziane. Sebbene il parlamento europeo abbia deciso di sospendere le licenze per le esportazioni di armi all’Egitto sin dal febbraio 2014, di fatto i paesi europei continuano, come e più di prima, a fare affari con il regime autoritario egiziano.

Il nuovo piano d’azione europeo per i diritti umani e la democrazia per il periodo 2020-2024 prevede una serie di strumenti che l’Ue potrà adottare nei confronti dei propri partner per incoraggiarli a rispettare certi standard.

Tali misure vanno dal dialogo, all’osservazione di processi giudiziari contro difensori dei diritti umani, sino all’adozione di specifiche azioni da prendere all’interno di forum regionali e multilaterali sui diritti umani. Tra le misure previste, il piano d’azione prevede anche delle misure restrittive, senza tuttavia specificarne il tipo e le circostanze in cui verrebbero adottate.

Milioni di egiziani continuano a soffrire la repressione, la brutalità e gli atti di violenza di cui si sono macchiati al-Sisi e i suoi uomini, nonché la mancanza di un futuro in un regime che ha trovato nei paesi europei degli alleati imprescindibili per il prosieguo delle proprie politiche securitarie.

Comprendere le enormi responsabilità che questi paesi hanno nel sorreggere l’attuale regime egiziano permetterebbe di aprire gli occhi dinanzi al tentativo di certi politici europei, inclusi illustri leader di partito del nostro paese, di continuare a legittimare l’attuale presidente egiziano. Renderebbe questo anniversario un po’ meno amaro dei precedenti.