La Grande diga della rinascita etiopica sul Nilo Blu (Credit: www.greenprophet.com)

Mentre nella regione si attende una stagione delle piogge particolarmente abbondante, sembra che si siano arenate un’altra volta le trattative per accordarsi su diversi punti riguardanti la gestione delle acque a valle della Grande diga della rinascita (Great ethiopian renaissance dam – Gerd), la più grande d’Africa, costruita dall’Etiopia sul corso del Nilo Blu a pochi chilometri dal confine sudanese.

Il primo ministro Abyi Ahmed ha recentemente dichiarato che la diga – la cui costruzione, affidata senza gara d’appalto all’italiana Salini, è iniziata nel 2011 – sarà finita nelle prossime settimane, nonostante la pandemia per il Covid-19 che inizia a farsi sentire nel paese (4.663 positivi e 75 morti i dati complessivi aggiornati al 22 giugno, con una forte crescita dei contagi e delle vittime negli ultimi giorni).

La decisione è stata presa proprio per essere in grado di cominciare a riempire l’enorme invaso – che potrà immagazzinare fino a 74 miliardi di metri cubi di acqua – nel prossimo luglio.

L’Egitto e il Sudan, a valle della Gerd, subiranno un notevole impatto nel flusso delle acque che raggiungono e attraversano i loro paesi, e hanno fatto sapere che non possono accettare l’inizio dell’operatività della diga senza un accordo complessivo su tutti i punti ancora aperti.

Il corso del fiume Nilo dal Lago Vittoria al Mediterraneo (Credit: www.greenprophet.com)

I temi della discordia

Uno è proprio il processo di riempimento dell’invaso, che durerà diversi anni. Quanti, dipenderà dall’acqua trattenuta annualmente. L’Etiopia è ovviamente interessata a velocizzare il processo, fermando una grande quantità di acqua già nel primo anno e finendo in quattro o al massimo sette anni, se le piogge non fossero particolarmente abbondanti.

Questo è ritenuto pericoloso dai due paesi a valle che ne dipendono per lo sviluppo complessivo e per il generale benessere della propria popolazione. Ne è particolarmente preoccupato l’Egitto il cui fabbisogno di risorse idriche è soddisfatto per quasi il 100% proprio dalle acque del Nilo, l’85% delle quali deriva dal Nilo Blu che nasce in Etiopia ed è nutrito dalle abbondanti piogge che cadono sull’altipiano su cui si trova il paese. Perciò chiede che l’invaso sia riempito nel corso di dieci anni.

L’altro punto scottante è la gestione delle acque dell’invaso formato dalla Gerd nel caso di crisi ambientali, siccità o piovosità troppo abbondante. E chiaro che si tratta di un punto delicatissimo.

Quanta acqua l’Etiopia sarà disponibile a mettere a disposizione dei paesi a valle nel caso di una prolungata siccità che ne metta in gioco la sicurezza alimentare? Il primo ministro etiopico ha finora dato assicurazioni verbali incoraggianti, ma senza entrare in particolari, che in questo caso sono quelli che contano.

Il Sudan è anche preoccupato per la tenuta della sua diga sul Nilo Blu, quella di Rosieres, che potrebbe subire gravi danni nel caso una sovrabbondanza d’acqua nell’invaso della Gerd costringesse l’Etiopia a liberare un flusso troppo abbondante per essere gestito in sicurezza a valle.

Infine, non è chiaro quanto i tre paesi interessati considerino vincolanti gli accordi, quando saranno raggiunti, e chi dovrà dirimere eventuali contenziosi. L’Etiopia ha fatto sapere di volersi tenere un margine di libertà per gestire la diga nel massimo interesse per lo sviluppo del paese, che ormai ha superato i 100 milioni di abitanti, diventando il più popoloso dell’Africa dopo la Nigeria, e ancora uno dei più poveri.

Colloqui bloccati

I colloqui, facilitati dal Sudan e svoltisi a partire dal 9 giugno in video conferenza, hanno subito diverse battute d’arresto. Il tavolo tecnico, cioè quello dei ministri competenti, non ha potuto sciogliere i nodi sui punti ancora in discussione e ha passato la palla al livello politico, quello dei ministri degli esteri. Ma il 19 giugno l’accordo non era ancora stato trovato.

Allora l’Egitto, come aveva già preannunciato, ha chiesto l’intervento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ma Etiopia e Sudan continuano a dichiarare che preferiscono un negoziato tripartito in cui l’accordo maturi senza pressioni esterne. Quelle, per esempio, che avevano portato al preaccordo di febbraio, durante colloqui facilitati dagli Stati Uniti e cui partecipava come osservatore la Banca mondiale, che sono stati poi sconfessati durante l’attuale giro di negoziati.

Tensioni crescenti

Intanto, la crisi per la gestione della Gerd si acuisce e comincia a preoccupare seriamente la comunità regionale e internazionale. In un’intervista rilasciata lo scorso aprile al The Guardian, autorevole quotidiano inglese, Ahmed al-Mufti, noto avvocato sudanese per la difesa dei diritti umani ed esperto di diritto della gestione delle risorse idriche, si esprime senza usare veli diplomatici: «Provocherà una guerra per l’acqua». Magari non subito, ma certamente nel futuro, aggiunge. La decisione di costruire una diga così imponente e il modo spregiudicato di portare avanti il progetto da parte di Addis Abeba è, secondo lui, così grave da rendere inutili le trattative, che infatti ha abbandonato già anni fa. 

La mancanza di buona volontà da parte di Etiopia ed Egitto nel raggiungere un accordo negoziato, trapela anche nello studio diffuso il 17 giugno dal think tank internazionale Crisis Group. Il titolo è preoccupante e significativo: Nile dam talks: a short window to embrace compromise (Colloqui per la diga: una stretta finestra per trovare un compromesso). Il documento insiste sulla necessità di trovare un minimo comun denominatore, facendo concessioni per garantire la stabilità regionale.

La tensione nella zona è salita molto di tono quando si è diffusa la voce che il Sud Sudan aveva concesso all’Egitto di aprire una base militare nelle vicinanze del confine etiopico. La voce è stata subito smentita da Juba ma è stata presa molto seriamente dal primo ministro etiopico che ha dichiarato che un simile atto non sarebbe stato senza conseguenze.

Una base egiziana nei pressi del confine permetterebbe, infatti, azioni militari dirette contro l’Etiopia, senza attraversare il territorio di altri paesi a cui si dovrebbe chiedere il permesso.

Ma venti di guerra sono purtroppo ormai percepiti da diversi analisti politici della regione. In un programma di approfondimento trasmesso dall’emittente Al Jazeera in questi giorni su un possibile intervento militare diretto egiziano in Libia, gli esperti interpellati hanno detto di ritenere che potrebbe dipendere dall’andamento dei colloqui con Etiopia e Sudan sulla Gerd. Suggerendo che all’Egitto non converrebbe dividere il suo esercito su due fronti che potrebbero presto diventare altrettando caldi e problematici.