I COLORI DI EVA – aprile 2012
Elisa Kidané

“Non spegnete quelle televisioni!”. Detta così, potrebbe davvero sembrare una provocazione. Invece è la richiesta di 2.537 gruppi italiani che hanno sottoscritto l’appello contro la chiusura di alcune sedi di corrispondenza all’estero della Rai. Una campagna promossa dalla Tavola della pace. Eppure, quando leggerete queste parole, in Viale Mazzini avranno già decretato. A prescindere.

Lapidario il commento dell’onorevole Giovanna Melandri: «La chiusura delle sedi Rai all’estero dimostra come l’Italia percepisce sé stessa: tutta chiusa in un piccolo provincialismo». Se la chiusura di sedi Rai in giro per il mondo sarà davvero la fine di un’informazione intelligente (già adesso hanno poco spazio le notizie estere) e l’imbarbarimento culturale della società che beve a lunghi sorsi quanto mamma Rai e sorellastre propinano ogni giorno, tanto più nefasta sarà la chiusura della sede a Nairobi (Kenya).

Questo è ciò che a maggior ragione ci preoccupa. E non perché abbiamo una fissa su tutto quello che concerne l’Africa, ma per coerenza: se prima abbiamo voluto a tutti i costi che l’Italia assumesse un ruolo più specializzato nell’informazione dall’Africa, oggi insistiamo affinché questo tenue filo non venga tagliato.

La nostra campagna, come missionari e missionarie, l’avevamo iniziata già nel 2005. Poi, nel febbraio del 2006, attraverso un editoriale dal titolo “Notizie, non gossip” della Federazione della stampa missionaria italiana (Fesmi) e pubblicato da tutte le riviste associate, avevamo quasi messo con le spalle al muro i dirigenti di Viale Mazzini perché arrivassero a prendere in considerazione la possibilità di una sede in Africa. Operazione riuscita: nel 2007 ci fu l’inaugurazione dell’ufficio di corrispondenza Rai a Nairobi. Una vittoria durata davvero troppo poco.

Qualcuno potrebbe obiettare: “Ma che cosa volete?”. Vogliamo far emergere dal fango di un’informazione che deteriora la vita del continente quel volto dell’Africa che sta in piedi, quello delle sue donne e dei suoi popoli, e riconoscere finalmente che hanno una loro voce e vogliono farsi ascoltare. Vorremmo che dai canali d’informazione potesse passare nitida e chiara la voce delle mille Afriche. Per rendere l’Africa protagonista della sua informazione.

Se riuscissimo davvero a lasciare aperto quel filo di cultura e credibilità per la Rai, allora dall’Africa, presentata dai media come continente alla deriva e destinato a scomparire, ci verranno lezioni di dignità, di coraggio, di efficacia. Allora si potrà anche constatare che l’imbarbarimento di una società non è direttamente proporzionale al grado di povertà. L’equazione poveri=barbari, tanto cara ai puristi della razza, non regge più: basta fare un giro veloce sul maremoto dell’informazione europea per prenderne semplicemente atto.

La Rai potrebbe davvero essere quello strumento efficace che aiuta la società civile a conoscere, attraverso programmi intelligenti, la profonda anima culturale dell’Africa. Raccontare, sì, delle fatiche, delle nuove schiavitù che ancora oggi attanagliano il continente, ma anche degli sforzi che il mondo culturale africano sta compiendo per riscattarsi da tutto ciò che ha sapore di nuovo e vecchio colonialismo, e della voglia che ha di condividere questa parte profonda della sua saggezza.

La Rai potrebbe far conoscere storie di chi ogni giorno in Africa fa informazione, di chi deve ciclostilare il proprio giornale per aprire gli occhi della gente, di chi tenta di trasmettere attraverso radio comunitarie i diritti fondamentali della persona. In Africa c’è chi cerca di “in-formare”, ma a prezzi indescrivibili… I quintali di carta che l’Occidente brucia ogni secondo, la saturazione di giochi quiz dove è facile vincere milioni, di trasmissioni futili e che inquinano l’etere del Nord, visti da tutti i sud del mondo assumono la fattezza di un’ingiustizia colossale.

Certo, i dirigenti della Rai sanno che l’informazione, se fatta con passione ed eticità, sotto ogni cielo costa cara. Spesso la vita. Con una piccola differenza, però: se sei giornalista del Nord, verranno a saperlo tutti; se sei del Sud, un silenzio assordante seppellirà il tuo operare. Ma pare che neppure questo riesca a fermare la penna di chi ha capito che informare è osare la speranza di un mondo nuovo.

La Rai vuole davvero giocare al ribasso su un valore così alto? Spero proprio di no.