Sit-in di protesta pacifica a Nierteti, nel Darfur Centrale (Credit: dabangasudan.org)

La situazione in Darfur continua ad essere preoccupante nonostante gli sforzi del governo di transizione di pacificare il paese per proseguire il cammino di trasformazione democratica iniziato con la deposizione del presidente Omar El-Bashir l’11 aprile dello scorso anno.

Nelle ultime settimane la popolazione ha organizzato manifestazioni di protesta in diverse località della regione per chiedere che le fosse garantita la sicurezza sul proprio territorio, dove si verificano ancora frequentissimi episodi di violenza e veri e propri attacchi a villaggi, mercati e campi profughi da parte di uomini armati che agiscono generalmente come le milizie janjaweed che hanno devastato il Darfur nei lunghi anni della guerra civile che ha avuto il suo picco nello scorso decennio ma che non si è mai realmente conclusa.

La protesta popolare nella regione è iniziata con un affollato sit in, durato diversi giorni, a Nierteti, nel Darfur Centrale. I dimostranti chiedevano sicurezza, misure per mettere fine agli attacchi giornalieri di cui sono vittime i civili – spesso donne e ragazze in cerca di legna da ardere o contadini al lavoro nei campi -, il disarmo delle milizie che ancora la fanno da padrone sul territorio, l’allontanamento delle Forze di intervento rapido (Rsf) – comandate dal generale Mohammed Dagalo, conosciuto come Hemetti, ora vicepresidente del Consiglio Sovrano, l’organo di presidenza del paese -, giustizia per le vittime e punizione dei colpevoli.

I partecipanti al sit-in chiedevano anche che fossero rimossi i vertici delle istituzioni civili e militari che erano stati nominati dal vecchio regime e che erano ancora in carica. L’azione era supportata anche da comitati di resistenza attivi in diverse altre località della regione e nelle comunità darfuriane residenti in altre zone del paese.

A Khartoum, insieme ad altre organizzazioni della società civile, avevano organizzato una manifestazione davanti all’ufficio del primo ministro. La protesta ha mosso il governo che ha inviato una delegazione di cui facevano parte un membro del Consiglio sovrano e diversi ministri, tra cui quello della giustizia, Nasreddin Abdulbari, darfuriano, noto attivista per il rispetto dei diritti umani negli anni della guerra civile.

Sono anche stati presi provvedimenti in risposta alle richieste avanzate dai dimostranti, quali la rimozione dei funzionari ritenuti responsabili dell’aggravarsi dell’instabilità nella zona e l’istituzione di un tribunale locale.

Il successo della dimostrazione pacifica di Nierteti ha ispirato manifestazioni simili non solo negli altri stati della regione darfuriana, ma in altre zone del paese, in particolare nello stato del Nord e in quelli dell’Est Sudan, che si sono sempre sentiti marginalizzati dal governo centrale di Khartoum. Il diffondersi delle manifestazioni popolari ha dato uno scossone alle istituzioni del periodo transitorio.

Il primo ministro Abdallah Hamdok, in un discorso alla nazione, ha promesso di rimettere sui binari il corso delle trasformazioni democratiche previste nel periodo di transizione. Il Consiglio sovrano ha deciso provvedimenti per rafforzare il ruolo del potere giudiziario e della polizia, e per pacificare il territorio. Ha inoltre deliberato di “realizzare programmi politici, economici, amministrativi, sociali e culturali a vari livelli” con lo scopo “di ricomporre il tessuto sociale nel paese”.

Non sempre le manifestationi sono state pacifiche. Nell’area di Kutum, nel Darfur del Nord, in prossimità del Jebel Marra, una zona montuosa dove ha ancora la roccofarte uno dei movimenti di opposizione armata, il Sudan liberation muvement di Abdel Waid al Noor (Slm-AW), dove si trovano alcuni dei più affollati campi profughi della regione e dove le tensioni sono sempre state altissime, hanno avuto un esito tragico. Il sit-in di Kutum è stato disperso dalle forze di sicurezza governative per ragioni ancora non accertate. Nell’azione, un dimostrante ha perso la vita e decine di altri, compresi alcuni bambini, sono rimasti feriti.

Quello di Fata Borno, è stato attaccato da miliziani non ancora identificati, piombati sui dimostranti sul dorso di cammelli, a cavallo e su numerose motociclette. Hanno aperto il fuoco sui civili, hanno incendiato abitazioni e razziato il mercato. Il bilancio delle vittime è altissimo. Almeno 9 morti (alcune fonti dicono 13) e decine di feriti. Il 13 luglio il governatore militare provvisorio del Nord Darfur, Mohammed Ibrahim Abdel-Karim, ha proclamato lo stato di emergenza per 14 giorni.

Sugli assalitori per ora solo ipotesi, ma le più accreditate dicono che potrebbe trattarsi di gruppi vicini al regime del deposto presidente El-Bashir che si propongono di destabilizzare il paese per rendere impossibile il processo di trasformazione democratica in atto. In una dichiarazione diffusa immediatamente, il governo accusa “forze esterne” di voler riaccendere il conflitto in Darfur con lo scopo, appunto, di destabilizzare l’intero paese. 

Sta di fatto che l’aggravarsi della situazione ha provocato il rinvio, per fortuna breve, delle trattative, che si svolgono a Juba, tra il governo e il Slm di Minni Minawi, arrivate in dirittura di arrivo. Le due parti devono ancora raggiungere l’accordo sulle questioni di sicurezza. Ma hanno già concordato altre questioni di grande importanza, come la divisione del potere, cioè i posti nelle varie istituzioni riservati al movimento, e il sostegno allo sviluppo economico della regione.

Il Jem,  un altro tra i più importanti movimendi armati del Darfur, fa parte di una coalizione, la Srf (Sudanese revolutionary forces) che sta pure trattando con il governo sulle questioni di sicurezza. Mentre il Slm di Abdel Waid al Noor non si è finora seduto al tavolo negoziale.

I mediatori assicurano che nei prossimi giorni saranno risolte tutte le questioni ancora aperte che riguardano la pace tra il governo di Khartoum e i gruppi di opposizione armata sudanesi, in Darfur e nelle altre due regioni ancora in guerra (Sud Kordofan/Monti Nuba e Nilo Blu). E finalmente il paese potrà continuare nel processo di democratizzazione previsto in questo periodo transitorio. Agenti destabilizzatori permettendo.