Intanto Amnesty lancia un appello all’Onu, perchè sostenga la missione di pace nel paese
Firmato a Doha un accordo preliminare tra governo di Khartoum e ribelli del Jem, il gruppo armato più importante del Darfur, che prevede uno scambio di prigionieri e l’apertura di una conferenza di pace. Il mandato di arresto nei confronti di El Bashir è più lontano?

È solo un accordo preliminare quello firmato dal governo sudanese e i ribelli del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza (Jem), il gruppo armato più attivo del Darfur, la regione occidentale dove è in corso un conflitto da oltre 5 anni. Un accordo preliminare “di buone intenzioni”, che arriva al termine di una settimana di colloqui in Qatar, nella capitale Doha, un tavolo organizzato in tutta fretta dal governo di Khartoum dopo mesi e mesi di pressioni da parte della comunità internazionale, mentre sul campo continuano gli scontri. A influire sulle decisioni e sull’apertura del governo del presidente sudanese Omar Hassan El Bashir, la sua possibile incriminazione per crimini di guerra e contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale dell’Aja.

L’accordo, un documento in cui entrambe le parti si dicono pronte a iniziare dei veri e propri negoziati, prevede un cessate il fuoco, l’apertura di una conferenza di pace, e uno scambio di prigionieri. Un impegno unilaterale: il Jem infatti ha affermato che rilascerà i suoi detenuti a anche se Khartoum deciderà di non lasciare liberi i ribelli in carcere. A sorvegliare la firma lo sguardo compiaciuto dei mediatori di Lega araba, Unione africana e Nazioni Unite.

Nessuno degli altri gruppi ribelli del Darfur ha deciso di partecipare ai colloqui, non è chiaro se prenderanno parte all’eventuale conferenza di pace. Ma il piccolo passo in avanti è comunque significativo. Il Jem è il gruppo ribelle più importante e più pericoloso: nel 2006 è riuscito a far abortire il processo di pace in corso e nel maggio 2008 si è spinto con un’offensiva fino alle porte della capitale Khartoum. I mediatori hanno motivo di essere soddisfatti: le posizioni della delegazione ribelle guidata da Khalil Ibrahim, in apertura del tavolo di Doha, l’11 febbraio, non promettevano niente di buono.

Tra le due parti restano pesanti differenze di visione. Anche sui numeri: se secondo le stime dell’Onu le vittime del conflitto in Darfur sono ben oltre 300 mila, alle quali si sommano quasi 3 milioni e mezzo di sfollati e di rifugiati nei campi profughi, Khartoum parla di 10 mila morti.

Pur mantenendo delle riserve sulla reale volontà del governo di aprire ai rappresentanti del Darfur le porte dall’Assemblea, la disponibilità del Jem al dialogo è una buona notizia. Le reali intenzioni di Khartoum restano tutte da verificare, anche perché l’atteggiamento di disponibilità non sembra disinteressato: con il risultato appena raggiunto, il governo sudanese ha sottolineato nuovamente come l’incriminazione nei confronti del proprio presidente potrebbe risultare deleteria per il processo di pace in corso.

E proprio nel giorno dell’annuncio di una possibile tregua, l’organizzazione internazionale Amnesty International è tornata a criticare la comunità internazionale, che resta indifferente di fronte al dramma del Darfur. L’Unamid, la missione congiunta Onu-Unione africana dispiegata nella regione sudanese oltre un anno fa (e subentrata all’Amis, missione dell’Unione Africana), con l’obiettivo di proteggere i civili e gli sfollati, non è ancora in grado di far fronte alle esigenze della situazione: mancano effettivi e mezzi, soprattutto elicotteri.

Per questo Amnesty ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu di fare il possibile per sostenere la missione di peacekeeping in Darfur, e a tutti i paesi della comunità internazionale ( in particolar modo alla Cina, al Sudafrica e all’Egitto) di impegnarsi per garantire al più presto all’Unamid l’equipaggiamento militare necessario.

Per saperne di più (usando il motore di ricerca in alto):

“Giustizia a tutto Ocampo” 30/09/2008
“Sudan: dopo l’attacco a Khartoum”
12/05/2008
“Unamid, un altro anno” 01/08/2008