AI ha raccolto le testimonianze delle popolazioni del Delta: il quadro che ne esce è desolante
Fiumi, acque, terreni inquinati; danni per la salute delle comunità e economia locale in ginocchio: “nel Delta del Niger è in corso una tragedia dei diritti umani”, denuncia Amnesty. Principali responsabili: le multinazionali del petrolio, Shell in testa. Ma anche il governo di Abuja.

In Nigeria è in corso una tragedia dei diritti umani: a lanciare questo ennesimo appello è un rapporto di Amnesty International, che attacca le multinazionali del petrolio, prima fra tutte la Shell, che da sola nella regione del Delta del Niger opera su un territorio di 31mila km quadrati.

Con la complicità del governo nigeriano, che non fa rispettare gli impegni nei confronti dell’ambiente, le imprese sussidiarie delle multinazionali. Perdite dagli oleodotti, guasti nelle conduttore, fuoriuscite di greggio, scarichi di rifiuti, gas flaring: le imprese spesso non si preoccupano nemmeno di riparare con tempestività i guasti, e per giorni, a volte per mesi, lo sversamento di petrolio continua a inquinare fiumi e terreni. Non solo: il rapporto documenta come in molti casi la Shell, principale operatore dell’area, non abbia mai risarcito le comunità per i danni.

Le conseguenze sono devastanti: l’acqua è inquinata ma le comunità sono comunque costrette a usarla per bere, cucinare, lavarsi. L’economia tradizionale del Delta del Niger è in ginocchio: oltre alla moria di pesci, per riuscire a pescare, si deve pagaiare per 4 ore in mare aperto. Spesso i pesci odorano di greggio, raccontano i pescatori. Danni ambientali gravissimi, per un’area che vantava una diversità biologica tra le più ricche del mondo. Ma gravi pericoli anche per la salute della popolazione: difficoltà respiratorie, tumori dei polmoni, della pelle.

Nonostante le tante denunce (la Shell è sotto anche accusa all’Aja), il governo nigeriano non ha mai intrapreso nessuna iniziativa per valutare il grado di inquinamento dell’aria, del terreno o delle acqua, né ha mai sostenuto l’economia locale. Ha invece ostacolato l’informazione indipendente nella regione e cercato di mettere fuori gioco con la forza il movimento di emancipazione del Delta del Niger, il Mend, con un’offensiva che dura da oltre un mese e che, denuncia la società civile, colpisce anche la popolazione.

Il presidente Umaru Yar’dua ha anche provato ad avanzare una proposta più diplomatica: l’amnistia per tutti i militanti, che attaccano le multinazionali del petrolio con sabotaggi e sequestri mirati di personale straniero, rilasciati dietro pagamento di riscatto. Una proposta che però ha incontrato il favore di solo una minima parte del Mend, e che  la stessa AI definisce insufficiente.

Recentemente anche i rapporti tra il governo di Abuja e i colossi stranieri si sono fatti più tesi, a causa della riforma in corso nel paese nel settore del petrolio e del gas. È in discussione una nuova legge, il ‘Petroleum Industry Bill’, che prevede un aumento della pressione fiscale  sulle aziende straniere.

Obiettivo della riforma una maggiore efficienza della Nigeria National Petroleum Company (Nnpc), l’impresa partner dei colossi stranieri, per vedere incrementare i profitti. La nuova legge prevede di trasformare le attuali imprese di compartecipazione con le multinazionali in ‘IJV’ (Integrated joint venture), dotate di autonomia finanziaria per l’aumento del capitale. Da anni, la Nnpc dipende dal bilancio dello stato e non riesce a onorare gli investimenti finanziari contratti con i suoi partner stranieri. Da parte loro, le multinazionali (in particolare Shell, Total, Mobil, Chevron, ma anche l’italiana Eni) temono gli effetti di questo progetto.