Manifestazione contro l'inquinamento petrolifero (Credito: Business & Human Rights Resource Centre)

Non riconosce fino in fondo le proprie responsabilità e tuttavia accetta di pagare un indennizzo alle popolazioni del sud-est della Nigeria, le cui terre sono state devastate dall’inquinamento causato dallo sfruttamento delle risorse petrolifere negli anni ’70.

Così, a 11 anni dalla prima condanna, la Shell – società petrolifera anglo-olandese, presente nel paese dell’Africa occidentale da più di 60 anni – ha deciso di rispondere positivamente all’ordine di pagamento di 95 milioni di euro. L’accordo è stato trovato l’11 agosto davanti all’Alta corte di giustizia di Abuja, capitale della Nigeria. A beneficiarne sono le comunità del delta del fiume Niger – nello specifico gli ejama-ebubu dello stato del Rivers – che da oltre 20 anni accusano la compagnia petrolifera di devastare i loro territori.

Il Movimento per la sopravvivenza del popolo ogoni (Mosop) – che nel 2015 ha ottenuto dalla Shell il pagamento di 63 milioni di euro a favore di 15.500 abitanti dell’Ogoniland – ha dichiarato: «Speriamo che questa sentenza fornisca le basi per rispondere alla ingiustizia di lunga durata subita dalle comunità».

La Shell ha pagato ma ha mantenuto la sua posizione. E cioè che gli sversamenti di petrolio non sono stati causati dalla compagnia petrolifera ma sono stati conseguenza della guerra civile (nota come guerra del Biafra, innescata dal tentativo di secessione dell’etnia ibo: 1967-1970), nel corso della quale numerosi oleodotti furono danneggiati.

Anche per la vicenda che ha coinvolto l’Ogoniland, la compagnia petrolifera sostiene che sono i sabotaggi degli oleodotti da parte delle popolazioni – che si rifornirebbero di petrolio praticando dei fori nelle tubature – la causa principale dell’inquinamento. Il fatto è che nel delta del Niger gli sversamenti continuano.

La Nigeria è la prima economia dell’Africa e la prima produttrice di petrolio.

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