Le armi sono facilmente acquistabili al mercato nero (AP Photo/Sam Mednick)

In Sud Sudan la pace, non ancora consolidata a livello nazionale, è per ora lontana dall’incidere sulla vita delle comunità che si scontrano per vecchie faide o per il controllo e l’uso del territorio e delle sue risorse. I conflitti locali sono diffusi, frequenti e sanguinosi. Spesso non dipendono da rivalità politiche a livello di governo centrale o locale. Talvolta non è in gioco neppure una rivalità di tipo etnico, ma piuttosto la difesa di interessi familiari o clanici giudicata possibile solo con l’uso delle armi, secondo una tradizione radicata soprattutto nei gruppi di allevatori e rafforzata in un paese per decenni isolato, insicuro e devastato da diversi round di guerra civile. Come testimonia padre Christian Carlassare, missionario comboniano,  da oltre dieci anni in Sud Sudan:

In questo contesto il governo di unità nazionale – nato dall’accordo di pace firmato lo scorso settembre tra la maggior parte delle forze che si sono scontrate nel conflitto scoppiato nel dicembre del 2013; ricordiamo che il paese è indipendente dal 2011 – ha lanciato una campagna di disarmo dei civili, come previsto dall’accordo di pace stesso. Il possesso di armi, di solito mitragliette kalashnikov che si trovano a poche decine di dollari al mercato nero, è infatti molto diffuso tra la popolazione e, secondo molti esperti, da questo dipende la generale insicurezza nel paese.

La raccolta delle armi è iniziata nella regione del Bahr el Ghazal, abitata in maggioranza da popolazione denka, compreso il clan di cui è originario il presidente Salva Kiir. Si può immaginare che la decisione sia dipesa proprio da queste circostanze. Probabilmente il governo di Juba pensava di godere di una credibilità maggiore che nel resto del paese e contava di incontrare meno resistenza. È risaputo, infatti, che questo genere di campagne scatena spesso una forte opposizione da parte della popolazione che vede nel possesso delle armi la sua unica difesa.

Ma non è stato cosí. Nella zona di Tonj, stato di Warrap – parte della regione del Bahr el Gazal, appunto – nello scorso fine settimana si è scatenato uno scontro sanguinoso tra l’esercito governativo, incaricato di prendere in consegna le armi, e gruppi di giovani cui la comunità di appartenenza aveva affidato il compito di difendere la propria ricchezza: mandrie formate da decine di migliaia di bovini raccolte in numerosi campi, i cattle camp, che fanno parte dell’identità culturale dei denka e della formazione dei loro giovani nel passaggio all’età adulta.

Aperta inchiesta

E così tra l’8 e il 9 agosto si sono innescati scontri il cui bilancio è gravissimo. Nell’ultimo comunicato ufficiale, rilasciato da Makuei Mabior Dhuol, direttore esecutivo della contea di Tonj Est, si parla 148 morti e 142 feriti: 63 morti e 48 feriti tra i militari, 85 morti e 94 feriti tra i civili. Negli scontri è andato anche distrutto e razziato un mercato.

La dinamica dei fatti non è ancora stata chiarita. Il portavoce dell’esercito, generale Lul Ruai Koang, ha annunciato l’istituzione di una commissione d’inchiesta e l’arresto di due soldati, ma ha assicurato che la campagna di confisca delle armi ai civili andrà avanti. Secondo l’esercito, lo scontro sarebbe iniziato al mercato, per futili motivi. Dopo un diverbio, i militari avrebbero arrestato un ragazzo. Secondo la ricostruzione di Geoffrey L. Duke, direttore dell’organizzazione locale South Sudan Action Network on Small Arms (network per l’azione sulle armi leggere in Sud Sudan), il giovane ha tentato la fuga e i militari avrebbero risposto sparandogli alla schiena e uccidendolo. Nella notte, bande di giovani armati provenienti dai cattle camp avrebbero assaltato la locale postazione dell’esercito. Gli scontri sarebbero proseguiti anche la notte seguente.

Società civile: «Era prevedibile»

Ora la zona è presidiata da pattuglie della missione di pace Onu (Unmiss), formate da personale militare e civile. Stephane Dujarric, portavoce dell’Onu, ha dichiarato che «si sta lavorando con le autorità locali e i leader comunitari per prevenire violenze ulteriori e supportare i tentativi di riconciliazione». Un obiettivo non semplice da raggiungere dopo una simile carneficina, in una zona già instabile e soggetta a frequenti razzie di bestiame che hanno innescato cicli di vendette. Stephane Dujarric ha aggiunto che nella zona la missione di pace sta conducendo una sua indagine, di cui ha incaricato un gruppo formato da specialisti nella difesa dei diritti umani.

In un’intervista rilasciata al New Yourk Times, Geoffrey L. Duke ha dichiarato che gli episodi di violenza durante la campagna di disarmo tra i civili erano stati paventati dai gruppi della società civile che giudicavano precipitoso il provvedimento. Gli attivisti avevano osservato che diverse comunità avrebbero potuto resistere alla loro consegna per paura di essere lasciati in balia di eventuali attacchi di gruppi rivali. Timore giustificato in mancanza di un solido controllo del territorio da parte dello stato. Per di più è risaputo che le comunità, soprattutto quelle con maggiori relazioni con la politica, avrebbero potuto riarmarsi senza troppa fatica grazie alla facilità con cui le armi affluiscono nel paese. Questi nodi avrebbero dovuto essere affrontati per evitare resistenze e incidenti.

Alan Boswell, esperto di Sud Sudan per l’International Crisis Group, ha osservato che la raccolta delle armi tra i civili «assomiglia piú ad una violenta operazione di controguerriglia che ad una raccolta ordinata…». E ha aggiunto che, siccome al governo manca legittimazione politica e autorità, in molte aree «si fa affidamento sulla violenza che aggrava la crisi».