Elezioni in Niger (Credit: unowa.unmissions.org)

Sono mesi di ribollente fervore elettorale in Africa occidentale. Dopo Guinea, Costa d’Avorio e Burkina Faso, è il turno del Niger. Il 27 dicembre in questo stato del Sahel centrale 7 milioni e 400mila persone sono chiamate alle urne per decidere chi guiderà il paese nel prossimo quinquennio (lo stesso giorno sono previste anche le elezioni amministrative).

Il presidente uscente Mahamdou Issoufou, al potere dal 2011, ha tenuto fede all’impegno di non cambiare la Costituzione e di non ripresentarsi per un terzo mandato. Come invece hanno fatto, nonostante le promesse, i suoi omologhi di Conakry e Abidjan.

Alpha Condé e Alassane Ouattara, riconfermati rispettivamente al 59,5% e al 94,27%, al malcontento popolare contro la deriva dispotica e antidemocratica dei loro regimi hanno risposto con la repressione (almeno 30 morti in Guinea e 5 in Costa d’Avorio). Un circolo vizioso fin troppo comune a questi paralleli, che le istituzioni del Niger si dicono invece decise, nonostante diverse criticità, a invertire.

Il paese, che dall’indipendenza (1960) ha già vissuto quattro colpi di stato, si presenta a questa tornata elettorale più polarizzato che mai, diviso fra i sostenitori del partito al potere – il Partito nigerino per la democrazia e il socialismo (Pnds-Tarayya, cioè “raggruppamento”), creato nel dicembre 1990 – e i suoi detrattori che invocano un reale cambiamento.

Il Pnds sostiene la candidatura di Mohamed Bazoum (vedi box), vecchia volpe della politica nigerina, figura ambigua ampiamente favorita che garantirebbe la continuità delle politiche e delle relazioni internazionali del regime di Issoufou.

Il delfino Bazoum, deputato nel 1993, 2004, 2011 e 2016, a più riprese ministro degli esteri e vice-presidente dell’assemblea nazionale, ha fatto carriera grazie alle doti diplomatiche e i legami con potenze straniere come Francia – Parigi l’ha insignito del titolo di Grand officier de la légion dhonneur française –, Cina e Russia.

Nell’ultimo lustro Bazoum si è pazientemente imposto sui numerosi concorrenti alla successione di Issoufou, consolidandosi come interlocutore privilegiato dell’Unione europea soprattutto in materia di migrazioni e terrorismo, i due pilastri su cui si fondano gli interessi verso il Niger (oggi il paese più foraggiato dalla cooperazione europea).

Letta sotto questa lente, la vittoria di Bazoum alle presidenziali sancirebbe quella continuità – “tazarché” in lingua hausa, termine caro alla storia politica del Niger, oggi ritornato in voga – tanto invocata dai paesi (non solo) europei, Italia compresa.

Opposizione senza leader

L’opposizione, una cinquantina di sigle raggruppate in due coalizioni (Cop21 e Moden Fa Lumana), è invece alla disperata ricerca di un leader legittimo in grado di federare le diverse anime dissidenti del paese. Dei 41 dossier-candidatura presentati alla Corte costituzionale – formalmente indipendente ma, di fatto, controllata dall’esecutivo – ne sono stati convalidati 30.

Un record nella storia del Niger, che nelle presidenziali del 2016 contava la metà dei candidati (16). Fra gli avversari più credibili della quasi scontata vittoria di Bazoum appaiono molte vecchie conoscenze della politica nigerina, come Salou Djibo, Seini Oumarou, Mahamane Ousmane e pochi volti nuovi.

Il grande escluso dalla Corte Costituzionale è, senza dubbio, Hama Amadou. Politico di lungo corso e leader di Moden Fa Lumana, “Hama” (come lo chiamano i suoi sostenitori) sarebbe il naturale capofila dell’opposizione, l’unico potenzialmente in grado di rovinare la festa a Bazoum. Il cavillo giuridico che gli è costato l’invalidamento della candidatura è l’articolo 8 del codice elettorale, contestato dall’opposizione perché «non deciso su base consensuale».

Questa legge definisce ineleggibile chiunque abbia subìto una condanna di almeno un anno di carcere, esattamente la pena inflitta a Hama Amadou per traffico di bambini. Una sentenza definita «politica» dall’interessato, graziato a marzo, dopo aver scontato otto mesi, da un’amnistia svuota prigioni per l’epidemia di Covid-19. La mattina del 13 novembre Hama è volato in Nigeria, promettendo vendetta.

Uno scenario, quello nigerino, già indebolito dall’esacerbarsi delle diseguaglianze socio-economiche a seguito della pandemia e che potrebbe ulteriormente complicarsi proprio a causa delle tensioni elettorali, come temono diversi analisti. Un rischio escluso, almeno in teoria, dal ministro degli esteri francese Jean-Yves Le Drian, il quale, in visita a Niamey a novembre, ha dichiarato che «la qualità delle elezioni in Niger sarà un esempio per tutta l’Africa». Spes ultima dea.