Il commento
Con le violenze anti Occidente di questi giorni è messa a dura prova la nuova democrazia egiziana. Proteste che evidenziano la scarsa attenzione della politica internazionale verso il dialogo e il difficile confronto tra copti e musulmani: è bastato un video su youtube e la fiamma si riaccende.

Tutto sembrava filare per il migliore dei versi: gli Stati Uniti che condonano il debito, gli aiuti dalla comunità internazionale, il presidente Mohamed Morsi che sopravvive a tutti i tranelli tesi dal Consiglio Supremo delle Forze Armate. Poi, all’improvviso, si ricomincia.

 

Le proteste dei giorni scorsi contro il film blasfemo su Maometto diffuso sul web, sono state un test per la nuova democrazia in Egitto.
Fino ad ora Morsi non aveva ancora affrontato una crisi internazionale che lo costringesse a uscire allo scoperto. Quando le questioni interne e internazionali si trovavano su binari paralleli, le ha gestite egregiamente. Oggi si è giunti a un incrocio e il risultato è stato poco convincente.

 

Tra retorica interna, che infiamma le aspettative dei suoi sostenitori, anche radicali, e dialogo democratico con gli occidentali, teso a garantire gli investimenti stranieri, il risultato non è apparso brillante. Al contrario, si è fatto un passo indietro. Morsi, forse, non ha (ancora) “irritato” le aspettative interne, ma di certo non ha convinto chi da lui si aspettava una chiara presa di posizione: l’amministrazione Obama, che ha investito pesantemente sulla carta della rivoluzione araba e l’Egitto, per incassare maggiore consenso alle prossime elezioni presidenziali.

 

“Noi” e “loro”

 Il grande contesto in cui leggere gli eventi di questi giorni è quello della distanza culturale e religiosa tra “noi” e “loro”, che la rivoluzione non ha minimamente  scalfito. “Noi” parliamo di libertà di espressione, “loro” la intendono come libertà d’abuso; “loro” parlano di rispetto e “noi” sentiamo intransigenza religiosa. Un dialogo tra sordi, pieno di equivoci. Di questo si tratta.

Così, alla fine, chi grida di più sembra avere più ragione e trova terreno fertile in un certo tipo di media.

 

I media l’urlo di pochi

L’occidentale è sensibile e allo stesso tempo “ipnotizzato” dall’idea dello scontro tra culture e religioni. Da una parte lo teme e dall’altra sembra volerlo. Proteste rappresentate dai media come l’espressione di un popolo ignorante e retrogrado, mentre la minaccia di attacchi militari e culturali occidentali assale le menti di quello stesso popolo.

 

Questa informazione vende. Allora i primi piani, le foto e le riprese televisive costruiscono l’immagine di un mondo arabo in fiamme che rinvigorisce la protesta dei suoi facinorosi e conferma le paure degli altri.

Tuttavia, la realtà non è cosi. Poche migliaia di fanatici non rappresentano la maggioranza della popolazione, che questi scontri non li vuole, temendo una spirale autodistruttiva. Ma chi non urla non fa notizia.
Siamo inciampati in un dibattito interno: intransigenza copta contro intransigenza araba.

 

Forse si è data fiducia troppo presto alla rivoluzione, forse gli accordi sugli aiuti e sulle forniture di armi non sono stati sufficienti. La realtà sembra nuovamente ricordare che investire sul dialogo e tutte le sue espressioni di mediazione, culturali e religiose, non è un processo a breve termine, ma il percorso che precede ed inevitabilmente sostiene tutti gli altri rapporti. Queste sono le radici invisibili, ma di fatto le uniche capaci di dare solidità a questo processo di trasformazione che non è solo del mondo arabo ma anche del nostro rapporto con “loro”.

 

Investire nel dialogo

Parlare di educazione al dialogo, anche interreligioso, e gli strumenti che lo rendono viabile, mass media in primis, non è un investimento a perdere ma un paziente processo per profitti a venire e non solo di natura finanziaria.

 

Il mondo globale in cui viviamo non è più sostenibile in una percezione di realtà separate. Viviamo in un grande “Noi” dove “noi” siamo ormai parte del mondo islamico come “loro” sono parte del nostro. Queste vecchie linee di demarcazione non proteggono più nessuno, tanto che il lavoro di uno sconsiderato che ha prodotto un film indecente e ne ha diffuso il trailer su youtube è stato sufficiente per far inciampare un mondo intero.