Vi è sempre stato un velo di ironia nel parlare, nelle latitudini africane, del piccolo paese montuoso dell’Africa Orientale, schiacciato fra il Sudafrica e il Mozambico, che dal 2018 (in occasione del cinquantesimo dell’indipendenza) ha cambiato il proprio nome da Swaziland a eSwatini.

Quella “e” non ha niente a che vedere con e-government o altre questioni di informatizzazione della pubblica amministrazione, bensì con la volontà, da parte del re Mswati III, di usare un’espressione della propria lingua, lo swazi, anziché la denominazione di derivazione inglese.

L’ironia deriva da alcune caratteristiche di questo improbabile regno, come le 15 mogli del re (di cui la tredicesima era al tempo, nel 2005, una diciassettenne), i suoi 30 figli, la poligamia stabilita per legge, i poteri assoluti del monarca che comprendono il divieto di formare partiti politici e la possibilità, da parte del governo, di proibire giornali e riviste.

È così dal 1968, dai tempi di re Sobhuza II che, prima nel 1973, poi nel 1977, dissolse il parlamento, abolendo la costituzione. Con suo figlio, il 53enne Mswati III, l’attuale monarca salito al trono nel 1986, qualche concessione era stata fatta, a suo tempo, con la realizzazione, nel 1993, delle prime elezioni multipartitiche.

Nonostante questa apparente, cauta democratizzazione, però, Mswati III ha continuato a esercitare il suo potere in modo dispotico, sordo alle pressioni che, almeno del 1996, grande parte del milione o poco più dei suoi sudditi stava esercitando su di lui, al fine di completare il processo di superamento di questa anacronistica monarchia assoluta.

Una nuova costituzione entrò in vigore soltanto nel 2005, ma senza cambiare la natura della monarchia, continuando a restare in vigore la proibizione di formare partiti politici.

Se il re vive nel lusso più sfrenato, possedendo direttamente circa il 25% delle miniere di carbone e diamanti di un paese in cui il 60% degli abitanti vive in condizioni di estrema povertà, le richieste della popolazione (l’età media è di 21 anni e la disoccupazione supera il 40%) si sono fatte, negli ultimi mesi, sempre più pressanti.

Il re dell’eSwatini, Mswati III

Da qualche giorno l’eSwatini è stato messo a ferro e fuoco dalla furia di una marea di giovani, risultando perfino difficile comprendere come stiano, effettivamente, le cose.
Quel che è certo è che la rivolta è iniziata a causa della morte di uno studente di giurisprudenza della locale università. Secondo le autorità a causa di un incidente stradale, per i manifestanti in conseguenza delle percosse ricevute dalla polizia.

Questo episodio, accaduto a maggio, ha acceso ulteriormente animi già sufficientemente caldi a causa dei continui rinvii, da parte del re, nell’accettare almeno una diluizione dei suoi poteri, rendendo i partiti legali e designando il primo ministro mediante elezioni dirette.

Visto che niente di tutto questo si è verificato, nonostante, per la prima volta, alcuni membri del parlamento avessero osato criticare apertamente il re chiedendo una effettiva apertura democratica, i manifestanti, in tutte le principali città, dalla capitale amministrativa Mbabane a quella legislativa Lobamba, a quella economica Manzini, hanno iniziato a distruggere e bruciare qualsiasi stabilimento commerciale o produttivo avesse legami col monarca.

Il quale, secondo alcune fonti non confermate, sarebbe inizialmente fuggito nel vicino Sudafrica, per poi, forse, rientrare nel Paese. Nel frattempo, la reazione della polizia è stata violentissima. Amnesty international parla di decine di morti e molti altri sequestrati, detenuti e torturati.

Alcuni dei leader che guidano la rivolta, fra cui Brian Sangweni, portavoce del People’s United Democratic Movement, una formazione politica che lotta per l’instaurazione della democrazia e che è stata ridotta dal locale governo a un gruppo terrorista, hanno fatto appello ai Paesi vicini, principalmente il Sudafrica, nonché alla Sadc (Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe, di cui eSwatini fa parte), al fine di far cessare quello che è ormai diventato uno stato di guerra, per provare a mediare un conflitto che si è esteso anche alle aree rurali, nonostante internet sia stato tagliato ormai da una settimana.

La scorsa settimana il governo dello eSwatini ha in effetti incontrato una delegazione della Sadc (ma in assenza di rappresentanti delle opposizioni), senza però giungere a una qualche soluzione del conflitto civile. Per questo, il 7 luglio scorso, i partiti di opposizione hanno chiesto il ritorno dei rappresentanti della Sadc nel paese, mediante una lettera scritta dal giurista e difensore dei diritti umani Thulani Maseko.

Nella missiva si dichiara che il problema del paese è di tipo politico, e che quindi la sua soluzione dovrà essere anch’essa politica, rimproverando, fra l’altro, alla stessa Sadc di avere escluso le opposizioni dalla tavola rotonda col governo.

Fonti attendibili riferiscono che il primo ministro dello eSwatini, Themba Nhlanganiso Masuku, avrebbe cercato di convincere il re ad aprire una trattativa con le opposizioni ma la situazione sarebbe ancora di stallo, con vaghi annunci di apertura di un “dialogo nazionale” e i giovani che promettono che le proteste andranno avanti.

Nei prossimi giorni è probabile che la Sadc convochi le parti in conflitto per capire se esistono i margini per una mediazione pacifica. Se ciò non dovesse verificarsi, a causa delle rigidità delle posizioni del re, qualsiasi scenario diventerà possibile, dalla repressione più dura, alla defenestrazione del monarca.

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