Isaias Afwerki (a sinistra) e Abiy Ahmed

Il presidente eritreo Isaias Afwerki è stato in visita ufficiale in Etiopia nei primi tre giorni di questa settimana. Era la sua seconda visita di stato nel paese quest’anno. Per la prima, all’inizio di maggio, i temi in discussione erano stati annunciati da Yemane Gebremeskel, ministro dell’informazione e portavoce del presidente eritreo che, dopo l’incontro con il primo ministro etiopico Abiy Ahmed all’aeroporto internazionale di Bole, Addis Abeba, twittava: “Successivamente i due leader hanno discusso di cooperazione bilaterale e degli sviluppi regionali”.

Non diversa sembra essere stata l’agenda della visita dei giorni scorsi. In un twitt diffuso al ritorno del presidente ad Asmara, Yemane fa sapere che la visita “è stata caratterizzata da un giro tra progetti di sviluppo” e aggiunge che “le due parti hanno tenuto consultazioni ampie e franche su problemi bilaterali e regionali. Hanno infine concordato di intensificare la loro cooperazione a 360 gradi”.

Niente di più. Ma gli argomenti in discussione si possono intuire anche dagli stringati comunicati ufficiali. I più spinosi, da discutere francamente – che in linguaggio diplomatico significa senza peli sulla lingua – sono i problemi che impediscono il consolidamento della pace tra i due paesi e la crisi etiopica, in cui un posto di grande rilievo ha la tensione crescente tra il governo centrale e quello regionale del Tigray.

 

Confini ancora chiusi

I due temi, per numerosi aspetti, sono in stretta relazione. Il processo di pace, che ha fatto vincere il premio Nobel per la Pace al primo ministro etiopico, è bloccato ormai da molti mesi. E gran parte dei problemi riguardano proprio la gestione dei confini tra i due paesi che passa tra le regioni maggiormente abitate e più economicamente importanti dell’Eritrea e lo stato federale etiopico del Tigray, e prosegue poi nel deserto dancalo. I posti di confine, aperti in un primo momento di euforia al libero passaggio delle persone e delle merci, sono stati progressivamente richiusi.

Non sono stati trovati ancora accordi soddisfacenti sulle dogane e sul controllo degli spostamenti delle persone. Le autorità eritree non hanno gradito l’accoglienza riservata ai giovani in fuga dal servizio militare, ai quali in Etiopia veniva riconosciuto immediatamente lo stato di rifugiato per motivi politici.

Ci sono volute molte pressioni per convincere Addis Abeba a revocare la disposizione, circostanza che ha gettato nella disperazione molti eritrei che avevano passato il confine dopo la firma della pace e si sono trovati senza speranza di avere uno status legale. Ma di fatto il confine è controllato dalle autorità del Tigray, entrate ormai in aperto conflitto politico, per ora, con quelle del governo centrale, e Asmara non si fida che le disposizioni concordate vengano poi applicate.

Il caso Badme

Pesa soprattutto la questione della demarcazione dei confine, così come decisa da una sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aja nell’aprile del 2002. Sta ormai diventando un vero macigno il caso di Badme, la cittadina simbolo della guerra tra i due paesi, che durò dal maggio del 1998 al dicembre del 2000 e causò almeno 80mila morti.

Badme fu assegnata all’Eritrea dalla sentenza dell’Aja, ma i tigrini non hanno nessuna intenzione di lasciarla. Nel 2002 Meles Zenawi, tigrino, allora primo ministro dell’Etiopia, si rifiutò di ritirare le truppe e questo portò a 16 anni di tensione permanente, uno stato di non pace e non guerra, pagata soprattutto dall’Eritrea, in termini di isolamento internazionale e mancato sviluppo economico, e dagli eritrei, praticamente tenuti in servizio militare permanente.

Dal 2002 le autorità tigrine hanno lavorato alacremente per assorbire il territorio di Badme nella loro regione e ora si rifiutano, in modo più o meno chiaro ed ufficiale, di consegnarla all’Eritrea, come prevede il trattato di pace accettato ufficialmente in tutte le sue parti solo nel 2018, con il cambio della guarda nella leadership etiopica, la perdita di potere dei tigrini e l’insediamento dell’attuale primo ministro, l’oromo Abiy Ahmed.

Molti analisti politici dell’area sono convinti che gli ultimi incontri tra Isaias Afwerki e Abiy Ahmed abbiano avuto l’obiettivo principale di isolare il Tigray, consolidando l’alleanza tra Asmara e Addis Abeba. La visita di Afwerki dello scorso maggio fu seguita da quello del capo di stato maggiore dell’esercito eritreo, generale Filipos Woldeyohannes. Nei mesi scorsi fonti in Eritrea hanno riferito di movimenti di truppe e mezzi militari verso il confine, in corrispondenza della zona di Badme.

Sono notizie che, ovviamente, non è stato possibile confermare in modo indipendente, ma provengono da fonti ben informate, affidabili e ben radicate nel territorio. Il movimento di truppe verso il confine non significa automaticamente che sia in preparazione un conflitto armato. Per ora è visto piuttosto come un forte strumento di pressione sulle autorità del Tigray.

La visita alla Gerd

Nell’ultima visita probabilmente si è parlato anche delle tensioni regionali a causa della Gerd, la Grande diga della rinascita etiopica costruita sul Nilo Blu e che avrà con ogni probabilità un impatto notevole, e negativo, sull’economia dei paesi a valle – Sudan ed Egitto – oltre che sull’ambiente e sulle condizioni di vita complessive della popolazioni rivierasche.

I negoziati sul riempimento dell’invaso e sulla gestione delle acque sono per ora bloccati, nonostante i tentativi di Mosca prima, di Washington poi e infine dell’Unione Africana, di facilitare un accordo. Addis Abeba ha bisogno di alleati per sostenere le sue posizioni.

Tra i paesi del bacino del Nilo, l’Eritrea non ha una posizione rilevante, ma l’Etiopia non gode di molti supporter, soprattutto per il metodo adottato nella realizzazione dell’enorme infrastruttura, decisa unilateralmente e realizzata di fatto senza trattative reali con gli altri paesi interessati.

La costruzione della grande diga, iniziata nel 2011 da Meles Zenawi, fu molto criticata da Afwerki che potrebbe aver cambiato idea dopo la visita effettuata nei giorni scorsi in compagnia di Abiy Ahmed. Potrebbe essere un altro tassello del rafforzamento dei rapporti di cooperazione bilaterale, a tutto campo sui temi regionali, come twittato dal ministro dell’informazione eritreo al rientro del presidente ad Asmara.