Nel mese di aprile sono proseguiti gli scontri nello stato regionale dell’Amhara e, in particolare, nella Zona Speciale di Oromia, un’unità amministrativa a statuto speciale, localizzata al confine con gli stati regionali di Oromia e Afar. Il bilancio provvisorio ammonta, per il momento, a centinaia di vittime e migliaia di sfollati: numeri che hanno indotto le autorità etiopiche a istituire un comando dell’esercito federale nell’area.

Gli scontri di aprile sono solo l’ultimo capitolo di una serie di violenze che hanno attraversato la Zona Speciale di Oromia sin dal mese di marzo, dopo l’uccisione di un imam nella città di Ataye. Il conflitto sembrerebbe seguire una logica interetnica, contrapponendo le popolazioni oromo e amhara della zona.

Secondo alcune ricostruzioni, le ultime violenze sarebbero state innescate dall’omicidio di un capo-distretto locale da parte delle forze di sicurezza regionali amhara. In rappresaglia, la comunità oromo avrebbe attaccato i residenti di etnia amhara ricorrendo ad armi automatiche e tecniche di tipo militare.

Lente etnica

Il conflitto desta particolare preoccupazione per la natura degli interessi in gioco. Innanzitutto, perché segnala l’esistenza di profonde spaccature all’interno del contenitore interetnico creato dal primo ministro Abiy Ahmed alla fine del 2019: il Partito della prosperità (Pp).

L’ala oromo del Pp non ha esitato ad addebitare la responsabilità degli scontri alle autorità regionali amhara, accusate di voler espellere gli oromo dall’area per privare la Zona del suo statuto speciale e affermare la piena sovranità di Bahr Dahr.

Le autorità regionali dell’Amhara, dal canto loro, riconducono le violenze alle attività dell’Oromo liberation front (Olf)-Shane, un movimento armato separatosi dall’Olf all’indomani del rientro in patria dei suoi leader nel 2018. Tale ricostruzione, tuttavia, è stata rigettata dalla sezione oromo del Pp, a riprova delle fratture che agitano la vita interna del partito.

In secondo luogo, lo scontro tra oromo e amhara mette in dubbio la stabilità dell’alleanza stipulata tra i gruppi dirigenti dei due conglomerati etnici a livello federale. Ciò non sorprende del tutto: le insofferenze dei partiti nazionalisti amhara nei confronti della presunta egemonia oromo sulle istituzioni federali erano affiorate già in passato, come certificato dal tentato colpo di stato che aveva scosso la regione Amhara nel 2019.

Il sentimento di rivalsa è oggi cavalcato soprattutto dal National movement of Amhara (Nama), partito etnico nato all’indomani del cambio di governo del 2018. Il Nama ha indetto una mobilitazione generale del suo elettorato, accusando il governo federale di coinvolgimento diretto in quello che viene definito come un tentativo di genocidio ai danni degli amhara.

Da ultimo, gli scontri tra oromo e amhara mettono in luce alcune contraddizioni irrisolte del nuovo corso politico in Etiopia. Il tentativo del primo ministro Abiy Ahmed di superare il principio di cittadinanza etnica attraverso il richiamo all’idea di “etiopicità” non è stato accompagnato da una compiuta rielaborazione della storia recente del paese, tale da smussare le diffidenze sedimentate tra i due principali azionisti della coalizione di governo.

Nella visione cara al nazionalismo oromo – a cui attinge una parte della classe dirigente dello stesso Pp, perlomeno a livello regionale e distrettuale – la categoria etnica amhara cattura l’insieme degli invasori che colonizzarono l’altopiano centro-meridionale a partire dalla seconda metà del diciannovesimo secolo, agendo come intermediari dell’imperialismo europeo.

Al contempo, nella prospettiva della sezione più sciovinista dell’elettorato amhara, gli oromo sono gli eredi dei barbari che misero a repentaglio la storia plurimillenaria dell’impero cristiano durante la cosiddetta “era dei principi”, o Zamana Masafent. Queste ricostruzioni schematiche del passato, imperniate sulla contrapposizione autoctoni/allogeni, trovano terreno fertile in quelle aree di transizione tra comunità e credi diversi, come l’odierna Zona Speciale di Oromia.

Altri fattori storici

L’impiego di una lente esclusivamente etnica, tuttavia, rischia di offuscare l’esistenza di altri fattori dietro l’esplodere delle violenze. L’istituzione della Zona Speciale di Oromia, all’interno dello stato regionale Amhmara, risale al 1994. I decisori politici del tempo crearono ex novo un’entità amministrativa inedita, frazionando le regioni storiche del Wollo e dello Shoa.

Tale scelta venne al tempo giustificata come una risposta alle pressioni dell’Olf, secondo cui i residenti dell’area erano oromo “amharizzati” con la forza dal sub-imperialismo amhara. Implicita in questa narrazione, dunque, era l’idea degli oromo come gruppo sociale coeso, ma strutturalmente subalterno allo strapotere amhara.

Questa semplificazione non tiene conto della natura ambigua delle affiliazioni etniche in quella che un tempo era conosciuta come la provincia del Wollo. Paradigmatica di questa ambiguità è la traiettoria di Mohammed Ali, signore della guerra oromo attivo nell’area nella seconda metà del diciannovesimo secolo.

Questi accettò la conversione al cristianesimo e l’acquisizione di un nome amarico nel 1878, in cambio del riconoscimento delle sue pretese al trono del Wollo da parte dell’allora imperatore tigrino Yohannes IV. Ras Mikael sarebbe diventato uno dei principali esponenti del corso politico etiopico negli anni dell’espansione verso sud, dando i natali al futuro imperatore Iyasu V (1913-1916). Sua nipote, Menen Asfaw, avrebbe poi sposato l’imperatore Haile Selassie (1930-1974).

Va inoltre sottolineato come le violenze che affliggono la Zona Speciale di Oromia non siano un elemento del tutto nuovo nella politica dell’area. Storicamente, il Wollo è stato attraversato da violente rivolte in corrispondenza con le transizioni politiche che hanno avuto luogo ad Addis Abeba negli ultimi ottant’anni.

Le spedizioni armate contro comunità vicine erano un modo opportunistico per accumulare ricchezze e mettere in discussione gerarchie sedimentate a livello locale, sfruttando il regime di semi-anarchia che accompagnava i cambi di governo nella capitale. Il brigantaggio – o shiftenat – era una pratica riconosciuta di negoziazione politica, laddove la violenza non era fine a sé stessa ma strumentale a contrattare incarichi o altri benefici da un potere centrale debole.

La digressione storica non aggiunge nulla all’attualità, ma consente di collocare le violenze dell’oggi in una prospettiva di più lunga durata. Gli scontri tra oromo e amhara nell’Etiopia centro-orientale potrebbero non essere il riflesso di una competizione tra gruppi etnici coesi che si contendono il controllo dello stato etiopico.

Piuttosto, la chiave di lettura inter-etnica serve gli obiettivi di interessi locali, i quali hanno ogni convenienza a collocare la loro azione all’interno di un orizzonte più ampio per mobilitare sostegno esterno alla propria causa.