Per vent’anni ai vertici
La notte scorsa è scomparso il leader politico, malato da tempo. Ora nel paese del Corno d’Africa si aprono nuovi scenari, anche perché pochi giorni fa è morto Abuna Paulos, patriarca della Chiesa ortodossa. I due uomini garantivano equilibri, oggi precari.

Il primo ministro Meles Zenawi, 57 anni, al potere in Etiopia per 20 anni, è morto la notte scorsa in un ospedale all’estero, probabilmente a Bruxelles. Lo ha annunciato il portavoce del governo senza specificare né la malattia né il luogo del decesso. Zenawi non appariva in pubblico da giugno e fonti diplomatiche affermano che, già lo scorso luglio, l’uomo politico, malato da almeno un anno, era stato ricoverato in un ospedale della capitale del Belgio.


Secondo quanto prevede la costituzione, l’incarico provvisorio dovrebbe essere assunto dal vice primo ministro Hailemariam Desalegn, che quanto prima dovrà essere chiamato a prestare giuramento di fronte al parlamento.


Anche se il governo etiopico si affanna a ribadire che la stabilità del paese è comunque garantita, è chiaro che la scomparsa di Zenawi modifica il quadro del potere. Figura di primo piano nella politica del Corno d’Africa e elemento di raccordo con gli Stati Uniti, Zenawi scalzò il dittatore Mengistu Hailé Mariam nel 1991 e diventò primo ministro dopo le prime elezioni del 1995. Nel suo curriculum, la guerra contro l’Eritrea tra il 1998 e il 2000, e due interventi militari in Somalia – paese imploso da oltre vent’anni e attraversato dalle forze islamiste al-Shabaab.


Ci aiuta a gettare uno sguardo sulla situazione del paese, padre Giuseppe Cavallini, missionario comboniano a lungo impegnato in Etiopia.

 

L’assenza dalla scena politica interna e internazionale del primo ministro etiopico Meles Zenawi per oltre due mesi (al vertice dei presidenti dell’Unione africana a metà giugno venne sostituito per l’apertura dei lavori dal presidente senegalese Macky Sall), aveva fatto presumere che la notizia circa la serietà dei suoi problemi di salute non fosse esagerata.

L’annuncio del suo decesso oggi da parte del portavoce governativo non è giunto dunque a sorpresa, nonostante le ripetute smentite nei giorni precedenti in merito alla gravità delle condizioni di Meles. Un elemento che rende ancor più scioccante l’evento è il fatto che la morte del leader tigrino sia avvenuta a pochi giorni dal decesso di Abuna Paulos, patriarca della Chiesa ortodossa etiopica, morto d’infarto a 76 anni lo scorso 17 agosto.

Tra i due, entrambi di etnia tigrina, esisteva da decenni uno stretto legame che aveva evidenti riflessi anche nell’ambito dei rapporti tra il potere politico e quello dell’imponente apparato della Chiesa ortodossa, con i suoi oltre 40 milioni di fedeli. Era stato lo stesso Meles a designare abuna Paulos capo della chiesa etiopica, scalzando nel 1992 dall’incarico il patriarca Merkorios, oggi in esilio. La decisione non era stata certo ben accolta da milioni di membri della chiesa che consideravano abuna Paulos più che un leader religioso una figura che avrebbe servito gli interessi del governo in carica.

Meles Zenawi, nato l’8 maggio 1955 ad Adwa, in Tigray, era divenuto presidente nel 1991, dopo la vittoria dei movimenti di liberazione contro il dittatore Menghistu Haile Mariam. Nominato primo ministro nel 1995, era divenuto responsabile sia del governo federale che delle forze armate.

Da molti anni Meles, considerato uno tra i più brillanti politici africani, aveva sviluppato un forte legame con gli Stati Uniti, che annualmente versavano all’Etiopia milioni di dollari in aiuti. Era ritenuto dagli Usa un alleato fedele, sia nella lotta al terrorismo sia per il ruolo di potenza e di influsso in tutto il Corno d’Africa. I ‘droni’ (gli aerei di controllo telecomandati…) dell’esercito Usa che controllano la Somalia hanno le loro basi in Etiopia.

L’opposizione al governo di Meles Zenawi raggiunse il suo apice con le elezioni politiche del 2005, quando – di fronte all’evidente sconfitta del partito di governo (Fronte rivoluzionario democratico del popolo etiopico) soprattutto nelle città – l’esercito intervenne sparando sulla folla dei manifestanti, uccidendo o ferendo centinaia di persone e imprigionandone migliaia. Da allora, in varie occasioni gli organismi internazionali hanno accusato il governo di violare i diritti umani fondamentali e di restringere le libertà democratiche colpendo in particolare i mezzi di comunicazione e arrestando decine di giornalisti.

Nelle elezioni del 2010, in seguito alle divisioni interne ai partiti di opposizione, Meles era uscito di nuovo vittorioso con un risultato bulgaro del 99% dei voti. In varie occasioni aveva in seguito dichiarato che non si sarebbe ripresentato alle prossime elezioni. Da ciò che è stato finora dichiarato, dal governo, il potere sarà gestito da Hailemariam Dessalegn, che dal 2010 esercita il ruolo di vice-primo ministro e ministro degli esteri.

Lo scenario che ora si apre nel paese è quanto mai incerto. Il venir meno al tempo stesso sia del Patriarca della Chiesa ortodossa che dell’uomo forte del governo potrebbe dare origine ad un periodo di grande instabilità in ambito politico e anche in ambito religioso. Sono molte, infatti, a questo riguardo, le forze che si contenderanno i ruoli di potere nella Chiesa ortodossa, mentre nelle ultime settimane si erano registrate forti manifestazioni antigovernative da parte dei musulmani, stimati in oltre 30 milioni, che accusavano il governo di interferire nella nomina di responsabili delle comunità islamiche nel paese.

Benché le dichiarazioni ufficiali del governo affermino che sarà garantita la continuità della politica portata avanti da Meles Zenawi e dal suo governo, come pure l’attività del parlamento, il nuovo leader Hailemariam Desselegn non appare un personaggio della caratura politica di Meles, oltre ad avere lo svantaggio di provenire da uno dei gruppi etnici del sud del paese, che storicamente non hanno mai giocato un ruolo predominante nell’esercizio del potere centrale.

Difficile prefigurare ora quali saranno i nuovi assetti. Di certo questa duplice e contemporanea dipartita scuoterà gli equilibri sia interni all’Etiopia sia quelli legati ad altre grandi questioni tutt’ora aperte. Da un lato la Somalia, entrata in una nuova fase nel tentativo di riconfigurarsi come paese dopo la formazione di un nuovo parlamento, ma che in sostanza appare tuttora un campo di battaglia in cui sono coinvolti tutti i paesi del Corno d’Africa, oltre alle forze dell’Unione Africana; dall’altro la mai risolta questione dei confini con l’Eritrea, che prima o poi tornerà al centro del dibattito interno e che rischia di tradursi in un nuovo conflitto tra i due paesi.