Soldati etiopici ad un posto di blocco (Credit: Amnesty international)

Le tensioni tra il governo centrale di Addis Abeba e il governo dello stato federale del Tigray si sono ormai trasformate in venti di guerra.

All’inizio di questa settimana il presidente della regione del Tigray, Debretsion Gebremichael, ha parlato alla televisione regionale chiedendo alla sua gente di essere pronta a difendere il territorio con le armi, nel caso venisse aggredito. Ha accusato il governo di Addis Abeba e un paese straniero, alludendo chiaramente all’Eritrea, di aver complottato per portare lo scontro dal livello politico a quello militare.

Nelle stesse ore si sono avuti scontri al comando della regione settentrionale dell’esercito federale, a Macallé, capoluogo del Tigray. Nelle prime ore di mercoledì 4 novembre l’ufficio del primo ministro diffondeva un comunicato in cui affermava che il governo regionale aveva passato il segno e che, per questo, aveva ordinato all’esercito federale di intervenire.

Le divergenze erano cominciate quasi immediatamente dopo l’insediamento di Abiy Ahmed nella carica di primo ministro. La sua nomina, nell’aprile del 2018, aveva chiarito che gli equilibri politici vigenti nel paese dalla fine della guerra di liberazione, nel 1991, erano cambiati.

Il Tplf (Fronte popolare di liberazione del Tigray) che, pur rappresentando solo il 5% della popolazione aveva tenuto saldamente la barra del potere per quasi trent’anni, era stato di fatto esautorato.

Personaggi potenti ed influenti nell’amministrazione pubblica, nell’esercito e nei servizi di sicurezza erano stati presto messi da parte, molti nel quadro di riferimento di una campagna contro la corruzione. Di recente poi, il governo centrale ha drasticamente tagliato il budget destinato alla regione. 

Abiy Ahmed e il suo governo erano stati fatti bersaglio di attacchi, e anche di attentati, dietro cui, in molti casi, erano stati fatti intravedere disegni tigrini più o meno accertati che avevano portato ad altri arresti e dismissioni.

Le divergenze politiche erano emerse ancor più chiaramente al momento della formazione del Partito della prosperità, nel novembre dello scorso anno, in cui erano confluiti tre dei partiti che formavano la coalizione di governo, l’Ethiopian peoples’ revolutionary democratic front (Eprdf).

Il quarto, il Tplf appunto, si era chiamato fuori. Poi, a settembre, il governo regionale del Tigray aveva organizzato le elezioni, nonostante le decisioni del governo centrale di posporle a causa della pandemia da coronavirus che si stava diffondendo velocemente nel paese.

Addis Abeba le aveva liquidate come illegali. Da quel momento le tensioni si sono trasformate in conflitto politico conclamato. Nelle ultime settimane le due parti si erano accusate reciprocamente di complottare per portare la tensione al parossismo, mentre alcuni membri del parlamento chiedevano di dichiarare il Tplf (e un movimento di opposizione armata oromo) formazione terroristica.

Non è ancora chiara la dinamica dell’incidente che sta portando il paese sull’orlo della guerra civile. Nel comunicato del primo ministro, citato sopra, si dice che il comando dell’esercito federale di stanza nella regione è stato attaccato per impossessarsi di armi pesanti. Il governo del Tigray afferma invece che gli uomini dell’esercito federale hanno disertato e che si sono uniti alla protesta della regione.

Questa versione è stata immediatamente smentita da Addis Abeba. Sta di fatto che ambienti diplomatici e altri testimoni dicono che nella zona ci sono stati prolungati combattimenti in cui sono state usate anche armi pesanti. Ma ormai la regione è isolata. Le linee telefoniche e informatiche sono state immediatamente bloccate e dunque è molto difficile verificare le poche informazioni che riescono a trapelare.

E sarà ancor più difficile nei prossimi giorni, dal momento che il governo di Addis Abeba nel corso della giornata del 4 novembre ha proclamato lo stato di emergenza per sei mesi e ha interrotto i voli verso la regione.

Del rischio che il conflitto interno si allarghi anche ad altre regioni, da tempo in rotta con il governo centrale, parla padre Giuseppe Cavallini, interpellato da Nigrizia ad Assis Abeba:

Un ruolo, con ogni probabilità non secondario, nella crisi, potrebbe averlo l’Eritrea. Gli indizi sono molteplici. Il primo sono sicuramente i ripetuti incontri tra i due leader nel corso di quest’anno, sia ad Addis Abeba che ad Asmara, uno dei quali, nella scorsa primavera, seguito da quello del capo di stato maggiore dell’esercito eritreo, Philipos Woldeyohannes, che si è recato ad Addis Abeba dove ha avuto diversi incontri.

L’altro sono le voci ricorrenti, negli ultimi mesi, di movimenti di truppe eritree verso il confine etiopico, nella regione del Gash Barka, dove si trova Badme, il villaggio conteso che era stato teatro del primo scontro nella guerra del 1998/2000.

Nei giorni scorsi ATV, emittente dell’opposizione eritrea nella diaspora, aveva diffuso informazioni molto precise al riguardo: 12 camion avevano trasportato 2 brigate dell’esercito eritreo verso Bada, uno dei teatri degli scontri più sanguinosi del conflitto; per facilitare il movimento di truppe, una delle strade della zona era stata stata chiusa; studenti del college di Mai Nefhi, non lontano da Asmara, erano stati portati al training militare di Sawa dopo aver ricevuto il diploma.

Tutte notizie impossibili da verificare in modo indipendente, ma confermate indirettamente da numerose testimonianze raccolte informalmente nel paese. Ad un accordo tra Addis Abeba ed Asmara si è riferito anche il presidente del Tigray nel discorso televisivo che ha dato inizio al precipitare della crisi.

E un accenno c’è anche nel comunicato dell’ufficio del primo ministro. Vi si accusa il governo del Tigray di aver fatto confezionare divise militari uguali a quelle dell’esercito eritreo per costruire una falsa narrativa degli scontri, scaricando la responsabilità sui vicini.

Mentre la tensione aumentava nella zona, le organizzazioni regionali, l’Unione Africana e la comunità internazionale non sono intervenute, almeno ufficialmente, in nessun modo. Solo a conflitto ufficializzato e iniziato, si sono affrettati a chiedere alle due parti di smussare le tensioni e di arrivare ad un accordo pacifico. E tutti ci auguriamo che sia ancora possibile.

Anche perché una guerra civile in Etiopia, con il probabile coinvolgimento dell’Eritrea, aggiungerebbe benzina ad uno scenario regionale già particolarmente complesso, con paesi gravemente instabili da decenni, come la Somalia e il Sud Sudan – ma per certi versi anche il Sudan in cui la via della stabilizzazione è ancora ben lontana dall’essere consolidata – e la minaccia terroristica sempre incombente.