Etiopia: viaggio tra i borana prostrati dalla siccità - Nigrizia
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Reportage dai campi di sfollati climatici nel sud del Paese
Etiopia: viaggio tra i borana prostrati dalla siccità
Poco meno di un milione di persone sopravvive grazie agli aiuti in 21 campi nelle vaste savane Borana. Sono popolazioni di allevatori semi-nomadi a cui la prolungata assenza di piogge ha tolto tutto. Ora chiedono sementi e qualche bovino per poter ricominciare. Nigrizia è stata a Yabelo, nell’esteso campo di Dubluk
31 Marzo 2023
Articolo di Giuseppe Cavallini e Valerio Zingarelli
Tempo di lettura 7 minuti

Il 25 marzo siamo arrivati regione Borana, nello Stato federale di Oromia, nel sud dell’Etiopia, dopo un viaggio di oltre 300 chilometri, attraversando il territorio abitato dalle popolazioni sidama e ghede’o, senza incontrare particolari problemi, se non alcuni posti di blocco controllati dalla milizia locale.

La stagione delle piccole piogge, iniziata da poco, ha già fatto rifiorire di verde intenso la vegetazione, così da rendere difficile pensare alle condizioni di siccità e carestia protrattesi per almeno quattro anni nell’Etiopia meridionale.

Superate le città di Bule Hora e Gedeb, che segnano il confine tra le popolazioni ghede’o, guji e borana, ci fermano ad un posto di blocco controllato non più da personale locale, ma da severi soldati armati dell’esercito federale.

Per oltre 100 chilometri la strada è monitorata dai militari di Addis Abeba con gruppi di soldati che sorvegliano la strada e le foreste dell’interno.

Questo vasto territorio, infatti, ci dicono, per qualche anno ha visto la presenza massiccia di ribelli dell’Esercito di liberazione oromo (Ola), che avevano preso il controllo dell’area, inclusi vari centri abitati.

Con l’arrivo dei militari federali, i ribelli, sopraffatti dalle truppe governative, si sono ritirati nelle aree più interne e molta gente che viveva nella zona è stata cacciata perché accusata di aver dato loro sostegno e alloggio.

Attraversato il verde altopiano sidama, ghede’o e guji, giungiamo nel pomeriggio nelle vaste savane Borana fino a Yabelo, principale città della regione dopo la capitale Neghelli. Yabelo dista circa 300 km da Hawassa, capitale dello stato-regione Sidama, e circa 575 da Addis Abeba.

(Credit: Giuseppe Cavallini e Valerio Zingarelli)

Ci accolgono nella missione cattolica di Yabelo tre missionari spiritani: Iede, Denis e Dide, rispettivamente olandese, ugandese ed etiopico. Il mattino dopo, padre Dide, primo sacerdote di etnia borana, ci accompagna all’esteso campo di Dubluk, sulla strada transcontinentale che prosegue fino a Moyale – città kenyana di confine – e poi lungo la Rift Valley attraverso il Kenya e le altre nazioni sottostanti, fino al Sudafrica.

Dubluk si trova a circa 60 km da Yabelo e anch’essa ospita una comunità di spiritani. A poca distanza dalla città si estende lo smisurato campo profughi dove incontriamo la gente.   

«Nessuno qui ha intenzione di ritornare alle proprie case», replica alla nostra domanda un anziano borana, Tari Jaarso, mentre intorno a noi si raduna una folla di persone di ogni età, curiosa di vedere i frenji (stranieri) in visita.

(Credit: Giuseppe Cavallini e Valerio Zingarelli)

Tari vive da diversi mesi nell’enorme campo di Dubluk, formatosi nel giro di due anni, che ospita oltre 80mila persone, uno dei 21 villaggi di sfollati sparsi nell’immensa savana del borana.

Oltre 8mila famiglie vivono nel campo, dove hanno costruito piccole abitazioni a forma di igloo con sterpi, stracci e coperture di plastica distribuite dalle agenzie delle Nazioni Unite. Ciò significa che i 21 campi ospitano ben 170mila famiglie, che con una media di 5 persone a famiglia raccolgono infine oltre 850mila sfollati.

«La penuria di piogge degli ultimi cinque anni ha gradualmente devastato il territorio», racconta Tari. «Spostandoci inizialmente a grandi distanze con le mandrie e le greggi, riuscivamo a trovare pascoli e acqua, potendo mantenere in vita gli animali e provvedere alle necessità delle famiglie, pur senza ottenere grandi aiuti dal governo».

«Quando la situazione si è fatta critica, purtroppo – prosegue – è scoppiata anche la guerra nel nord del Paese, così tutte le risorse, come sempre succede, sono state indirizzate a combattere il conflitto, e la nostra gente ha cominciato a perdere il bestiame di grossa taglia, mucche e cammelli, e in seguito il bestiame minuto, pecore, capre…»

«Non ci è rimasto che abbandonare le case e rifugiarci altrove per sopravvivere», racconta.

«Dopo il cessate il fuoco e la firma della pace tra Addis Abeba e Macallè siccità e carestia erano ormai tali che da un lato gli aiuti in cibo hanno sventato il rischio di morte per fame di migliaia di persone, ma dall’altro tonnellate di foraggi inviati per salvare il bestiame sono stati un inutile spreco, perché oltre tre milioni di capi di bestiame grosso o minuto erano già scomparsi. Il governo, insomma, è intervenuto a tempo scaduto».

(Credit: Giuseppe Cavallini e Valerio Zingarelli)

Al momento gli aiuti delle agenzie umanitarie e governative coprono le necessità alimentari e mediche di base della gente, mentre la missione degli spiritani garantisce il sostentamento quotidiano di circa 2mila bambini, figli degli sfollati del campo di Dubluk.

Ma le condizioni di assoluta inerzia in cui vive la gente del campo non soddisfa nessuno, perciò Tari e i suoi amici ci incoraggiano a provvedere noi stessi ad aiutarli o a chiedere al governo tre cose. Prima di tutto sementi per sperare che le piccole piogge in corso offrano tra qualche mese un buon raccolto di grano, poi qualche animale di grande o piccola taglia da far riprodurre per ripartire, uscendo dall’emergenza.

La terza richiesta è un impegno serio delle autorità locali per far pressione sul governo, affinché aumenti il proprio intervento nel combattere l’emergenza stessa.

(Credit: Giuseppe Cavallini e Valerio Zingarelli)

Concludiamo la nostra visita recandoci sul luogo del mercato settimanale delle mucche, dove padre Dide ci dice assisteremo alla compravendita dei pochi capi di bestiame sopravvissuti.

Giunti sul luogo – un’immensa spianata di terra rossa con una tettoia di lamiera nel centro – il missionario resta shioccato, e noi con lui, perché, eccettuate due o tre mucche scheletriche, c’è il vuoto assoluto.

Sotto la tettoia giace la carcassa di un bovino morto da poco, mentre la poca gente presente ci conduce fuori dal recinto del mercato, dove siamo colti dal forte tanfo di decine di animali sparsi nell’area, le cui carcasse saranno ben presto pasto per le iene.

Con questo senso di sconforto e di sconfitta la gente ci saluta mentre rientriamo alla missione.

(Credit: Giuseppe Cavallini e Valerio Zingarelli)

I missionari di Yabelo al nostro ritorno ci raccontano che ad aggravare la situazione, quando si verifica una siccità come quella attuale, è un ostacolo quasi insormontale, legato alla tradizione culturale borana.

«La vita dei borana – ci spiega padre Iede che ha speso oltre 50 anni tra questo popolo ed è riconosciuto come leader della comunità – si sviluppa totalmente intorno all’allevamento e alla pastorizia, per cui il bestiame rappresenta l’unica vera ricchezza della gente».

«L’aumento del numero di mucche è dunque visto come segno concreto di benedizione da Dio e come garanzia che gli eredi conserveranno la memoria di chi li ha preceduti. Vendere una mucca quindi, per un borana, è come commettere una colpa, e viene fatto solo in caso di vita o di morte dei famigliari».

«Questo – spiega ancora – fa sì che molte famiglie “allargate”, col tempo posseggano centinaia di capi di bestiame. Ma nel caso si verifichino periodi prolungati di totale siccità gli animali muoiono in breve tempo a centinaia e la gente si ritrova all’improvviso priva di tutto e in stato di totale miseria».

«Finora, tuttavia, – conclude padre Iede – ogni tentativo di cambiare il modo di pensare dei borana, con un approccio che permetta di gestire un mercato efficace a medio-lungo termine, è fallito».

La certezza che la stessa situazione di emergenza e di penuria si verifichi in tutti gli altri campi di sfollati ci rattrista, ed è con questo senso di compassione per la gente e di impotenza al tempo stesso che il giorno successivo prendiamo la strada del ritorno ad Hawassa, senza poter in realtà fare molto per alleviare la loro condizione, se non ripeterci quanto sia importante fare il possibile per denunciare l’ingiustizia strutturale e sociale che è alla radice dell’aggravarsi delle condizioni di povertà in cui versa gran parte dell’Africa.  

(Credit: Giuseppe Cavallini e Valerio Zingarelli)

 

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