Giufà – Maggio 2014

Le elezioni del 25 maggio prossimo lacerano l’Europa più di quanto non la riuniscano, e questo non è certo un bel segno dei tempi. La quantità di partiti che per un motivo o per l’altro additano l’Unione e le sue regole come ostacolo da superare, segnala un fenomeno storico che ha l’apparenza della marcia indietro. Quasi che il recupero integrale della sovranità nazionale e monetaria, rinforzata da una politica protezionistica nella circolazione delle merci, potesse garantire il recupero del benessere perduto dentro la crisi che non finisce mai.

Naturalmente la marcia indietro della storia è un’illusione ottica, così come non reggono i paragoni sinistri col 1914, vigilia della prima guerra mondiale, in cui l’Europa precipitò senza averne colto i presagi. Ma se l’interpretazione dei cicli storici di lungo periodo ha un senso, allora dobbiamo riconoscere che in essi l’alternanza tra fasi di apertura e contrazione degli scambi commerciali e culturali figura come una costante. Nel passato si sono vissuti momenti di intensa globalizzazione, attraverso l’estendersi di dominazioni imperiali, seguiti da altrettanti periodi di riflusso quando gli imperi si disgregavano. E oggi? L’Unione europea a molti di noi è apparsa come provvidenziale, una sorta di “impero buono” ma incompiuto. Possibile che sia già cominciata la sua parabola discendente? I sintomi paiono essere proprio quelli delle spinte centrifughe, o se volete una marcia indietro nella quale riaffiorano perfino ostilità che credevamo sepolte: vengono tirati fuori dal cassetto i presunti “nemici storici” di una volta. Che siano i tedeschi o i russi, i rom o i romeni, i magiari senza passaporto ungherese o i popoli latini (questi ultimi accusati di essere, per loro natura, fannulloni). Lo verifichiamo tutti i giorni in un dibattito pubblico che talora ripropone la più vieta retorica nazionalista, la nostalgia dei confini e di una sovranità nazionale sempre più rimpicciolita. Predomina l’idea che siccome non si è fatta l’unione politica dell’Europa, tanto vale disfarla e che ciascuno pensi per sé.

Questa pulsione no-euro è il sintomo della nostra malattia. Consola solo che essa colpisca un organismo già profondamente composito e intrecciato non solo negli interessi economici ma nella sua fisionomia culturale.

 

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Le pulsioni no-euro in vista del 25 maggio sono il sintomo della nostra malattia. Le spinte centrifughe in atto sono alimentate dalla retorica nazionalista, nostalgica dei confini. Ma gli interessi economici e culturali sono ormai così intrecciati che è difficile pensarci al di fuori dell’Unione.