Cinema / Fespaco 2019
Il festival ha 50 anni e si vedono tutti. Anche questa edizione non ha dato segnali di rinnovamento. Pochi i film validi in competizione, qualche nuovo spunto creativo è arrivato dai cortometraggi. Va trovata un’altra formula che attragga gli investitori.

Se il 2005 è stato celebrato come il 50° anniversario del cinema africano, il 2019 è l’anno del cinquantenario del Fespaco, Festival panafricano del cinema e della televisione, il più importante evento cinematografico delle Afriche e delle diaspore, che ha cadenza biennale e quest’anno ha avuto luogo dal 23 febbraio al 2 marzo a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso.

Era stato nel febbraio 1969, nel decennio delle indipendenze africane, che si era svolto il primo Festival panafricano in Burkina (allora Alto Volta), all’epoca uno dei paesi più poveri del mondo, divenuto poi faro del cinema africano grazie al governo illuminato del presidente Thomas Sankara. Il motto per il cinema era allora “Immagini dell’Africa, girate dagli africani per l’Africa”. Oggi la missione del festival risulta anche più ambiziosa: «Confrontare la nostra memoria e forgiare l’avvenire di un cinema panafricano nella sua essenza, la sua economia e la sua diversità».

Bei propositi che, con parole diverse, si ripetono ormai di edizione in edizione. Ma, se il Fespaco ha vissuto momenti di gloria con i primi grandissimi registi che, saliti alla ribalta in questa occasione, si affacciavano poi ai grandi festival internazionali, sono in seguito sopravvenuti momenti di crisi, si sono manifestate condizioni di stallo.

E ora a ogni edizione si spera che avvenga un cambio di passo. Ma nemmeno in quest’ultima edizione si nota un cambiamento: la manifestazione continua a mostrare i segni di una salute precaria. I problemi endemici si ripetono puntualmente, anche se i burkinabè, come sempre, hanno fatto la fila per vedere il “loro” cinema, che rimane poco accessibile, salvo le quasi sempre scadenti produzioni televisive locali.

Prime visioni quasi assenti

Non ci sono stati eventi particolari per questa ricorrenza, salvo la proiezione di alcuni film restaurati. Meno presenti anche gli stranieri, che in passato hanno sempre amato questa grande kermesse: meno numerosi gli inviti da parte del Fespaco (per ragioni di bilancio) e meno numerosi coloro che hanno scelto di recarsi a Ouagadougou. Forse ha pesato anche la consapevolezza che quest’area africana è nel mirino del terrorismo jihadista.

Se in qualche edizione passata si era parlato addirittura di 950 film selezionati (un numero davvero esagerato!), in quella del 2019 i lavori presentati sono stati in tutto 185: 20 i lungometraggi di 16 paesi africani selezionati per concorre alla competizione ufficiale, 28 cortometraggi, 36 documentari, 12 film di animazione, 12 serie televisive, 16 film delle scuole, 23 in Panorama, 12 Scoperte e 10 proiezioni speciali.

In un primo momento, il numero relativamente ridotto potrebbe far pensare a una scrematura, a una griglia di selezione che abbia potuto scegliere solo film di qualità, ma purtroppo non è stato così: gli autori noti, con una filmografia apprezzabile alle spalle, erano davvero pochini; alcuni film validi e interessanti non sono stati scelti per la competizione, ma “relegati” nella sezione Panorama. Se poi dai giovani autori si attendeva qualche piacevole scoperta, le rivelazioni sono state davvero poche, anche se qualche nuovo spunto creativo per fortuna è comparso in alcuni dei cortometraggi.

II problema è che poche opere arrivano al Fespaco in prima visione. Infatti dei film veramente interessanti abbiamo già avuto modo di parlare in precedenti articoli apparsi su Nigrizia, perché presentati in importanti festival internazionali o anche in festival italiani, come quello di Verona o di Milano. Sempre più deboli i film della Francofonia, nonostante quelli burkinabè abbiano fatto la parte del leone, come sempre, con l’esultanza del pubblico locale.

Schiacciante la maggioranza degli autori maschili, anche se l’immagine di questa edizione era quella di una donna, l’attrice Mouna Ndiaye. Pressoché scomparsa anche la Diaspora, che nelle scorse edizioni aveva avuto uno spazio importante.

Deficit di organizzazione

Al Cinéma Guimbi a Bobo-Dioulasso, c’è stato un seguito delle proiezioni della capitale, ma nonostante tutte le buone intenzioni espresse durante la conferenza stampa a Parigi dal delegato generale, Adiouma Soma, il festival ancora una volta non ha goduto di una organizzazione impeccabile e non è riuscito a mostrare ciò che di buono e di nuovo sta nascendo in questa cinematografia.

È vero che tante buone idee purtroppo risultano fragili per la mancanza di finanziamenti locali, che i produttori faticano a investire perché non hanno fiducia nei possibili proventi, che il continente europeo rimane il finanziatore della stragrande maggioranza dei prodotti del continente africano. Ma è altrettanto vero che, al di là del successo di Nollywood (l’industria cinematografica nigeriana), ci sono paesi che hanno rafforzato le proprie produzioni e che andrebbero valorizzati: è il caso del Sudafrica e di alcuni paesi del Nordafrica; e poi nuove nazioni, come il Sudan, si stanno affacciando, seppur timidamente, sulla scena.

Il documentario acquista sempre maggior forza, moltissime le registe donne, molti i workshop europei che facilitano in vario modo la realizzazione di nuovi progetti. Alcuni film affrontano coraggiosamente temi sempre rimasti tabù, anche il linguaggio si sta rinnovando nelle forme più svariate.

Peccato che il Fespaco, nella gran confusione, non riesca a far emergere tutto questo… Bisogna urgentemente trovare modalità più appropriate, valorizzare gli autori, motivare gli investitori. Lo dice chi ha sempre amato questo festival, che a Ouagadougou ha fatto incontri decisivi sul piano professionale e che non riesce a rassegnarsi, perché non crede a un declino ineluttabile. 

Nella foto: Five fingers for Marseilles di Michel Mattheus (Sudafrica).