Una vita in Africa – novembre 2015
Renato Kizito Sesana

Tutto in Africa incomincia con una storia. Per esempio la storia di Big Waiguru, un donnone che ha solo trent’anni ma ne dimostra quaranta. È arrivata a Nairobi in cerca di fortuna oltre dieci anni fa, ha trovato un marito da mantenere e tre figli. Ogni giorno è in piedi prima dell’alba per vendere frutta di stagione su un carretto strategicamente piazzato su Kabiria road. La sera è distrutta dalla fatica, e incomincia cucinare per gli uomini della famiglia che rientrano a casa, dalla ricerca inutile di un lavoro che non ci sarà mai o da una scuola di infimo livello che non li preparerà alla vita.

La distrazione è il venerdì sera, alle prove del coro parrocchiale, con le amiche, e la domenica mattina a Messa. Big Waiguru non si lamenta, non ne ha tempo, sempre pronta a rimboccarsi le maniche e fare qualcosa per gli altri. «Papa Francesco lo vedo ogni tanto alla televisione del chiosco di fianco a alla baracca in cui viviamo. E’ un uomo buono, che parla di misericordia e perdono. Ne abbiamo tutti bisogno». Si ferma per un attimo, sorride. «Sopratutto mio marito» aggiunge.

Big Waiguru rappresenta le persone che sono le colonne della chiesa kenyana. Le donne, i poveri, la gente delle baraccopoli, confusa e sperduta in una città dove si incontrano e talvolta si scontrano mondi diversi, dove ricchi e poveri vivono fianco a fianco, dove differenze e ingiustizie sono tanto eclatanti quanto scioccanti. Dove l’ingiustizia e la miseria fanno si che spesso le vittime diventino i carnefici, in una spirale di violenza senza fine. Dove la speranza è viva nonostante tutto, dove la vita vince sempre. Persone che sono capaci di vedere la bellezza della vita nelle situazioni più disperate.

Cosa dirà Papa Francesco alla Chiesa Africana? I temi caldi per la società e la Chiesa africane sono tanti. Quali saranno quelli scelti da papa Francesco nei sui discorsi e gesti pubblici?

L’incontro

In Africa non succede niente fino a che le persone non si incontrano faccia a faccia. La relazione umana è centrale alla cultura africana, e non è difficile immaginare che con Francesco, la sua parola e gestualità semplice e immediata, sarà amore a prima vista.

Le preoccupazioni per la sicurezza sono grandi, in Kenya, specialmente nel prosieguo del viaggio, in Repubblica Centrafricana, ma evidentemente non sono un deterrente per Francesco. Chi porta una parola di pace e giustizia conosce i pericoli che potrebbe incontrare. Non può deludere le aspettative della gente.

I giovani, in particolare, si aspettano da Francesco che la sua presenza e il suo esempio siano una scossa forte perché la Chiesa sappia intraprendere nuove strade. Mi dice John, responsabile a livello parrocchiale di un’associazione cattolica: «Meno formalismi, meno struttura, più coinvolgimento nella vita quotidiana. Abbiamo tanti preti che sono vicini alla gente, eppure la chiesa ha ancora il volto di una burocrazia lontana e non recettiva delle nostre aspirazioni».

I giovani hanno bisogno di essere ascoltati e, a differenza di molti giovani occidentali, accettano il dialogo, rispettano le saggezza che percepiscono in un anziano, accettano perfino di essere consigliati. Il Kenya è una nazione giovane, il 50 per cento della popolazione ha meno di 25 anni. I giovani, le giovani donne in particolare, devono affrontare grandi sfide: il lavoro, la casa, la creazione di una famiglia, costruirsi una vita minimamente dignitosa. Ma i giovani non hanno più il sostegno solido che la cultura tradizionale dava loro per inserirsi nella vita. Quando escono dalle scuole hanno ricevuto solo un’infarinatura di nozioni imparate a memoria per superare gli esami, nessuna idea su come affrontare il loro futuro, e, senza più la solidità dell’educazione tradizionale, non trovano nella Chiesa una cura pastorale che possa farli sentire accompagnati. Se la Chiesa non si fa carico e non si sente coinvolta ne loro futuro, anche la Chiesa perderà il futuro.

Una Chiesa che si faccia popolo

Capire l’Africa subsahariana è difficile. Ogni volta che pensi di averla capita succede qualcosa che ti costringe a rivedere i tuoi schemi. C’è l’Africa di fame e malattie e guerre civili croniche, della violenza politica e soppressione dei diritti civili, della corruzione e del traffico di persone, delle pesanti interferenze esterne e del land-grabbing, del terrorismo islamista e dei conflitti etnici. Insieme c’è l’Africa che cresce. Nei primi dieci anni di questo secolo nove delle venti economie mondiali che sono cresciute di più sono africane e la percentuale della popolazione giovanile che accede alla scuola superiore è aumentata del 50%. Nel solo Kenya ogni anno le università sfornano cinquantamila laureati, senza contare le migliaia di giovani che ottengono diplomi e certificazioni nel campo informatico. È troppo presto per dire, come qualcuno fa, che questo sarà il secolo dell’Africa. Escluderlo sarebbe da imprevidenti.

Il tutto sullo sfondo di una Chiesa che ha bisogno di rinnovamento. La Chiesa cattolica in molti paesi dell’Africa nera è l’istituzione più importante dopo il governo, quella che raggiunge tutti, nei villaggi più remoti. La rete di servizi sanitari e scolastici è ineguagliata. Le chiese sono piene di giovani, le celebrazioni piene di vita, i seminari traboccano.

Ci sono anche verità scomode. Non dobbiamo illuderci con l’immagine di una Chiesa giovane ed entusiasta. La Chiesa “famiglia di Dio” secondo il motto del primo sinodo africano del 1994? I laici, in particolare donne, sono tenute in una condizione di infantilismo. La Chiesa povera? Gli scandali per la mala gestione economici di alcune diocesi sono tenuti a fatica sotto sotto controllo, come nel 2009 quando Roma chiese a quasi la metà dei vescovi della Repubblica Centrafricana, ultima tappa del viaggio di Francesco, di dimettersi per condotte economicamente, e non solo, scandalose. La Chiesa giovane? Sì frequentata dai giovani, ma che fa grande fatica ad accettare i cambiamenti. Una Chiesa che opera per la giustizia e la pace? Sì, in alcune situazioni, ma ci sono anche situazioni di collusione col potere. Come sempre la Chiesa ha necessita di mettersi in stato di conversione.

L’incontro con Francesco, un papa che contrariamente ai suoi predecessori non è neanche mai stato in questo continente, offre una grande opportunità. Sarà uno sguardo nuovo, da entrambe le parti, una nuova possibilità di comprendersi fra Chiesa e Africa. Finora Francesco ha mostrato di voler decentralizzare il governo della Chiesa, dando più responsabilità ai vescovi locali, come ha fatto con il recente motu proprio sulle procedure per l’annullamento di matrimoni. Una sfida per i pastori africani che già sommano in se responsabilità di vario genere, soprattutto di ordine pratico.

Quella africana non è una Chiesa che ha abbondanza di intellettuali o tanto personale da poter mettere negli uffici delle curie diocesane, o teologi morali o esperti di diritto canonico. La pressante priorità è la guida pastorale delle comunità cristiane già esistenti, che crescono sia per la demografia interna sia per l’attrazione che esercita dal cristianesimo anche senza esplicita attività missionaria. Nel suo viaggio in America Latina, papa Francesco ha mostrato quanto apprezzi una Chiesa che si fa popolo, che assume i valori locali.

Cristianesimo africano

L’incontro con Francesco potrebbe essere l’occasione per la Chiesa africana di ripartire dalla parole dette da Paolo VI, in Uganda nel 1969, durante il primo viaggio in Africa di un papa dei tempi moderni: «Voi potete, e dovete, avere una cristianesimo africano». Compito immane. L’Europa ci ha messo secoli, e ogni giorno deve ricominciare daccapo.

Un cammino ancora lungo in Africa. Afferma una teologa africana, la nigeriana Teresa Okure : «Il cristianesimo portato in Africa era una versione completamente europeizzata». Con i primi pastori e teologi africani era stato avviato un cammino per dare al vangelo un volto africano. Col primo sinodo Africano si è interrotto. È un cammino che richiede capacita pastorali e preparazione dottrinale, senza paura degli errori. Anche in questo campo si potrebbe applicare il principio che è meglio essere Chiesa che cammina per le strade dell’Africa e ogni tanto sbaglia, piuttosto che una Chiesa chiusa nelle sacrestie. “Missione” nei discorsi di Francesco è divenuta il paradigma dell’attività della Chiesa. Con l’opzione missionaria che propone nella Evangelii gaudium l’attività della Chiesa non è più gestire la sopravvivenza, diventa opera audace e creativa per la trasformazione del mondo.

La Chiesa che è in Africa, il popolo che cammina sulle piste del deserto o della savana, nei viottoli sconnessi delle baraccopoli, è la carne ferita di Cristo che ha bisogno di essere toccata per guarire e per diventare capace di proclamare la Risurrezione. Big Waiguru e con lei milioni di donne e uomini d’Africa, in fondo si aspettano solo questo da papa Francesco: di essere toccati. Rinnovare, ascoltandolo e partecipando ai suoi gesti, la certezza che Dio cammina con loro.

Sopra papa Francesco sale sull’aereo che lo condurrà in Kenya (Fonte: AP)