Nono giorno di manifestazioni e scontri
Mentre la comunità internazionale reagisce con fermezza al feroce intervento tivù del Colonnello, Rete Disarmo e Tavola della Pace chiedono a governo e parlamento di bloccare la vendita di armi alla Libia. Sulla situazione del regime, nostra intervista allo storico Angelo del Boca.

Dopo che Muammar Gheddafi, nel tardo pomeriggio di ieri, in un discorso televisivo, ha minacciato gli insorti – pena un bagno di sangue (ma i morti sarebbero già più di mille) – di rientrare nei ranghi della sua dittatura, le reazioni internazionali non si sono fatte attendere.

Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha chiesto la fine immediata delle violenze e ha condannato la repressione dei manifestanti. Catherine Ashton, alto rappresentante Ue per la politica estera e sicurezza, ha sottolineato che l’accordo di cooperazione Ue-Libia «è già stato sospeso» e ha convocato per oggi una riunione degli ambasciatori dei paesi Ue per discutere di ulteriori azioni nei confronti della Libia. La Lega araba ha annunciato la sospensione della Libia «fino a quando non saranno accettate le rivendicazioni del popolo libico». Hillary Clinton, segretario di stato Usa, ha definito «totalmente inaccettabile» la situazione, mentre molti parlamentari statunitensi chiedono sanzioni contro il regime libico. Da evidenziare anche che il Perù è il primo stato a sospendere ogni relazione diplomatica con la Libia.

Sul fronte interno libico da registrare un’altra defezione dal governo: dopo il ministro della giustizia, si è dimesso quelli interni, il generale Abdel Fatah Younes, che si è unito agli insorti. da Un altro dissidente, Abdel Moneim Al-Honi, che si è di messo da rappresentante della Libia nella Lega araba, ha dichiarato ad un quotidiano saudita che Gheddafi «è peggio di Saddam Hussein. Il rais iracheno aveva un po’ di buon senso, mentre Gheddafi non ce l’ha, e non è neanche saggio. Cadrà presto ma credo che assisteremo a orribili massacri».

Anche secondo Angelo del Boca, giornalista e storico del colonialismo italiano, il regime di Gheddafi ha i giorni contati. La sua analisi in un’intervista ad Afriradio.it.

Intanto Rete Disarmo e Tavola della Pace chiedono a parlamento e governo italiani il blocco immediato della vendita di armi e ogni altra forma di collaborazione militare con la Libia. E spiegano: «L’Italia è il principale fornitore di armi alla Libia: al regime di Tripoli sono stati vendute diverse tipologie di armamento (aerei e veicoli terrestri, sistemi missilistici e sistemi di protezione e sicurezza) per un mercato di 93 milioni di euro nel 2008 e 112 milioni nel 2009. Un vero e proprio boom degli ultimi due anni favorito dalla firma del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra Italia e Libia” avvenuta nel 2008».

Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Disarmo, puntualizza che «i funzionari di governo italiani che abbiamo incontrato negli ultimi anni ci hanno sempre assicurato che le tipologie dei sistemi d’arma venduti in giro per il mondo non potevano essere usati per violare i diritti umani. Ma le notizie degli ultimi giorni ci dimostrano come le repressioni di piazza si possono condurre anche con raid aerei contro i manifestanti. Una notizia che, se poi si confermasse l’uso di armamenti made in Italy, darebbe ancora più valore a quanto diciamo da tempo: una buona parte dell’export militare italiano è contrario alla nostra legge (la 185 del 1990) perché non tiene conto delle possibili violazioni di diritti umani e dei grandi squilibri sociali che tali acquisti, con il loro impatto milionario, inducono nei paesi compratori delle nostre armi».

Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, trova insopportabile che «l’Italia continui a sostenere anche in queste ore il regime di Gheddafi. C’è da vergognarsi. Ci vuole un sussulto di dignità. Basta con il silenzio e le complicità dell’Italia. È il momento di rompere con il passato. Noi chiediamo al parlamento di compiere un gesto chiaro e immediato: imporre il blocco della vendita delle armi e la sospensione di ogni forma di cooperazione militare con la Libia e con i paesi che non rispettano il diritto di manifestare liberamente e pacificamente».

Le richieste dei due organismi italiani si uniscono ad altre autorevoli voci, come quella del segretario generale di Amnesty International Salil Shetty che ieri ha scritto al presidente del Consiglio Berlusconi e ai ministri Frattini e Maroni chiedendo «la sospensione della fornitura di armi, munizioni e veicoli blindati alla Libia fino a quando non sarà cessato completamente il rischio di violazioni dei diritti umani».

(In audio l’intervista di Ismail Ali Farah e Fortuna Ekutsu Mambulu al prof. Angelo del Boca, storico)