L’editoriale di Nigrizia di febbraio

Si può scuotere la testa per segnalare l’ineluttabilità del terremoto che ha colpito l’isola caribica. Si può rimanere annichiliti e muti al cospetto di una simile calamità naturale. Si può mettere mano al portafoglio (un gesto che fa rima con aiuto, generosità, ma anche con rimozione e gratificazione). Si può chiedere a Dio: «Perché?». Si può pregare. Si può imprecare… Di fronte al sisma che il 12 gennaio ha devastato Haiti, in particolare la capitale Port-au-Prince, causando decine di migliaia di morti – se ne temono 200mila -, chiunque può aver reagito in uno di questi modi, o può anche, in sequenza, averli attraversati tutti.

 

Ma bisogna guardare avanti e, nello stesso tempo, guardarsi dentro. E allora ci vuole compassione, intesa non solo come capacità di “patire insieme” con gli haitiani, ma anche e soprattutto come attenzione alle difficili condizioni politiche, economiche, sociali, geopolitiche in cui versa da decenni questa nazione nera.

 

Una nostra effettiva compassione – nostra come singoli e come comunità internazionale – ha bisogno d’impegno e di coraggio. Prima di tutto il coraggio di non nascondersi dietro un dito. Anche prima del terremoto, la maggior parte degli haitiani viveva in condizioni di miseria inaccettabili: i più abitavano in baracche prive di qualsiasi servizio e vivevano con meno di un dollaro al giorno. Un popolo in balia di una classe politica incapace di un effettivo governo (mai ha visto la luce una riforma agraria) e capacissima, invece, di feroci contrapposizioni, tanto che da anni il governo è sotto tutela di una missione delle Nazioni Unite. Un paese, come tanti altri nel sud del mondo, prigioniero di politiche economiche neoliberiste, imposte dagli Stati Uniti, che hanno favorito le imprese multinazionali e non certo i contadini haitiani.

 

Paese ricco di risorse naturali, Haiti ha sempre attirato l’attenzione di varie nazioni: Francia, Gran Bretagna, Spagna, Stati Uniti hanno litigato a lungo per poter sfruttare le sue ricchezze. Ottenuta l’indipendenza nel 1804, l’isola si vide boicottata dalle potenze coloniali dell’epoca. Come prezzo dell’indipendenza, gli haitiani furono costretti per decenni a pagare un risarcimento ai francesi. Questo non facilitò di certo lo sviluppo del paese, che conobbe, invece, una lunga serie di dittatori.

 

In seguito a un ennesimo conflitto tra neri e mulatti, nel 1915 gli Stati Uniti invasero l’isola: ufficialmente, per portarvi la pace e la democrazia, in realtà per difendere le loro proprietà e salvaguardare i propri investimenti. E ci sarebbero rimasti per due decenni. Ma anche dopo il ritiro delle truppe americane nel 1934 – senza, per altro, lasciarvi uno stato di diritto -, Washington continuò a mantenervi un controllo fiscale fino al 1947. La serie dei dittatori continuò. Fino all’avvento al potere, con un colpo di stato, di François Duvalier (detto “Papa Doc”) nel 1956, che, l’anno seguente, si fece eleggere presidente, dando inizio a un lungo regime sanguinario. Alla sua morte, il figlio Jean-Claude (“Baby Doc”) divenne presidente a soli 19 anni. Fu rovesciato nel 1986.

 

Gli Stati Uniti hanno sostenuto le dittature dei Duvalier. E sul piano economico, assieme alla Banca mondiale, hanno spinto il paese a dedicarsi all’export sia nell’agricoltura che nel settore manifatturiero. Il meccanismo non ha funzionato e ha trasformato i contadini, che vivevano di un’agricoltura di sussistenza, in disoccupati, accatastati nelle periferie urbane. In un certo senso, Washington e gli uomini d’affari haitiani hanno lavorato per mettere Haiti e la sua capitale nelle condizioni di diventare quello che erano il mattino del 12 gennaio 2010.

 

Perché nessuno, fino a ieri, è sembrato accorgersi di questo stato di cose? Tra le molte ragioni, ce n’è una che va sottolineata e che vale tanto per l’Italia quanto per altri paesi occidentali. Si chiama scarsa qualità dell’informazione sugli esteri e dall’estero, frutto d’investimenti decrescenti (anche nell’informazione pubblica) e del prevalere dell’informazione-intrattenimento che dedica minuti di tg all’incidente stradale o al fatto curioso…

 

Qui serve l’impegno di prendersi cura della propria informazione e, dunque, della qualità della propria cittadinanza, senza accontentarsi del menu, spesso deficitario negli esteri, che propinano tv, radio e giornali (di carta e on line). Avendo chiaro che emergenze come quella haitiana forse si tamponano con le portaerei e i dispiegamenti militari, ma si risolvono solo con le buone politiche e con il sostegno e la partecipazione lucida di una comunità internazionale che possa definirsi tale. E a proposito di comunità internazionale, quella africana è particolarmente consapevole che l’emergenza haitiana ha radici antiche e profonde. Di qui, la proposta (piuttosto azzardata) del presidente del Senegal, Abdoulaye Wade, di accogliere in Africa i discendenti degli schiavi haitiani, coinvolgendo nel progetto l’Unione africana. Di qui, gli aiuti messi a disposizione da Sudafrica, Rd Congo, Benin, Ciad, Congo, Sierra Leone, Costa d’Avorio… Da un’Africa che, pur nelle difficoltà di bilancio, reagisce e vuole farsi carico. Anche questa è compassione.

 


 



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