Gli haitiani non dimenticano
In una lettera aperta al presidente Michel Joseph Martelly, la società civile haitiana chiede giustizia. Cacciato nel 1986 e rientrato in patria lo scorso anno, l’ex dittatore Jean-Claude Duvalier non è ancora stato giudicato per crimini contro l’umanità.

Hanno scritto al presidente Martelly «in nome della verità e della giustizia» per chiedere che la nazione, al 95% di origine afro, sia informata circa l’azione pubblica contro l’ex dittatore Jean-Claude Duvalier, cacciato dal paese da una rivolta popolare nel 1986 e rientrato nel 2011, dopo 25 anni di dorato esilio in Francia.

La lettera aperta risale al 23 gennaio scorso e porta la firma di organizzazioni e di personalità haitiane. Tra queste, la Commissione episcopale giustizia e pace, il Collettivo contro l’impunità, il Centro ecumenico dei diritti umani, il Movimento delle donne haitiane per l’educazione e lo sviluppo, la Rete nazionale di difesa dei diritti umani.

Si chiede al presidente di intervenire, «dando prova di volontà ferma e assoluta», a sostegno di chi dovrebbe ristabilire la giustizia. «Jean-Claude Duvalier deve essere giudicato per i crimini contro l’umanità di cui s’è reso colpevole». Jean-Claude Duvalier, 61 anni, e subentrato al padre François Duvalier, presidente dittatore dal 1964 al 1971, e ha governato con i metodi paterni.

E si ricorda «che i crimini contro l’umanità si definiscono sia per la quantità e la loro natura sistematica che per la loro brutalità e l’inumanità della loro esecuzione. I crimini commessi sotto il regime di Jean-Claude Duvalier rispondono perfettamente a questa definizione, conformemente alla pratica del diritto internazionale cui Haiti è sottomesso. Contrariamente a quanto pretendono i sostenitori dell’ex dittatore, le violazioni sistematiche e gravi sono imprescrittibili e i tribunali haitiani sono competenti nel giudicarle».

Le organizzazione della società civile constatano «con inquietudine e indignazione che dopo un anno dal suo ritorno in patria, Jean-Claude Duvalier non è stato per nulla disturbato, mentre è oggetto di azioni giudiziarie da parte dello stato e di querele sporte dalle vittime. Anche i coautori e i complici dei crimini commessi non sono per nulla in allarme».

Quindi si ribellano «contro la tendenza a banalizzare la dittatura, contro il disprezzo delle legittime rivendicazioni di giustizia delle popolazioni che hanno sofferto e continuano a soffrire in silenzio, di fronte all’arroganza e alle minacce di coloro per i quali la legge non è che una chimera. Chi ha dato l’ordine di ridare a Jean-Claude Duvalier i beni che ha acquisito a prezzo del sangue degli uomini e donne di Haiti? Com’è possibile accettare che gli venga versata una pensione come se fosse stato un buon presidente che ha servito la patria con onore e probità?».

La lettera continua: «Non è tollerabile vedere Jean-Claude Duvalier a Titanyen accanto al presidente della repubblica. La presenza di Jean-Claude Duvalier a Titanyen è simile ad un atto di profanazione e di complicità. È un insulto inqualificabile al paese e un affronto che non possiamo accettare. Si può dimenticare che, come Fort Dimanche, Titanyen costituisce la tomba di migliaia di uomini e donne haitiani, torturati dagli sbirri dei Duvalier, padre e figlio, e i cui cadaveri sono stati gettati in pasto ai cani?».

E conclude affermando che «l’impunità e lo stato di diritto non possono mai coesistere. Non esiste riconciliazione senza giustizia».