Sulle strade di Port au Prince, capitale di Haiti, la gente cammina come niente fosse. Affolla i mercati informali dove la sporcizia raggiunge livelli ideali per la propagazione del virus. Si cammina senza protezione o quasi. Si vede qualche rara mascherina che costa comunque troppo. Gli allarmi per il coronavirus sono arrivati nel paese, con una popolazione al 90% di origine africana, ma l’emergenza prima è sfamarsi. E per farlo serve uscire e lavorare. L’economia del quotidiano per sbarcare il lunario.

Molti del resto non ci credono. Lo testimonia da Port au Prince padre Jean Dery, gesuita, responsabile del servizio ai migranti, raggiunto al telefono da Nigrizia: «In molti qui non credono agli appelli di un governo che ormai ha perso la fiducia della gente. Altri non capiscono bene quello che sta succedendo. E comunque pensano al “qui e ora”, lavorando giorno per giorno. Rischiano la loro vita, anche se i casi sono ancora pochi, soltanto una quarantina di positivi».

Si parla di casi accertati ma la percezione è che siano molti di più. Del resto i tamponi effettuati sono appena più di 300 e 3 i morti. «La sensibilizzazione viene fatta, anche dalla Chiesa, attraverso vari canali – continua il gesuita – ma non è facile arrivare nelle campagne dove manca l’elettricità. Il governo non ha le risorse e noi proviamo, come possiamo, a raggiungere le nostre comunità di base sul territorio grazie alla nostra capillarità. Le indicazioni sono sempre le stesse: lavarsi le mani (ma solo il 23% della popolazione ha accesso ad acqua e sapone) e tenere le distanze. Ma è praticamente impossibile nei quartieri popolari, dove si vive ammassati in famiglie numerose. Sono bombe a orologeria».

Nel frattempo qualcuno rientra dagli Usa e dalla vicina Repubblica Dominicana, anche se le frontiere sono state chiuse. Ma i confini sono porosi e si passa senza troppi problemi da una parte all’altra, aumentando la possibiltà di veicolare il virus. Le regole chiedono la quarantena di 14 giorni per chi arriva da fuori, ma sul terreno non esistono strutture o controlli per farle rispettare.

«Lo Stato qui è assente – spiega a Nigrizia Alessandro Cadorin, responsabile ad Haiti di Caritas italiana – e in più il paese ha una forte connotazione rurale. Non è attrezzato per essere vicino alla popolazione e per spiegare bene cosa stia succedendo. Le misure restrittive, adottate dopo i primi due casi del 19 marzo scorso, come la chiusura delle scuole e delle fabbriche, il coprifuoco, gli orari ridotti dei negozi e la parziale chiusura degli spazi aerei, non sono generalmente comprese dalla gente.

La popolazione avverte solo l’aumento dell’inflazione, la svalutazione della moneta e le sue conseguenti tasche vuote. Nel frattempo aumenta l’insicurezza. Dopo mesi e mesi di proteste popolari per chiedere le dimissioni del presidente, sotto attacco per uno scandalo legato alla corruzione, da febbraio scorso sono aumentati i rapimenti che terrorizzano la popolazione».

Ed ora, con il coronavirus, si apre un altro capitolo. E un’altra durissima tempesta da affrontare dopo le botte del terremoto, del colera, delle tante crisi economiche, della siccità, molto forte lo scorso anno. 

«Questa sfida siamo però impreparatissimi ad affrontarla – continua Cadorin – con un sistema sanitario fragilissimo. Nel paese si contano soltanto 24 ventilatori polmonari e 124 posti letto in terapia intensiva. Il 64% del sistema sanitario è sostenuto economicamente dalla cooperazione internazionale».

Nel frattempo la Chiesa ha celebrato, come ha potuto, la Pasqua. C’è stata persino una piccola comunità isolata nelle campagne interne, dove la domenica delle Palme un prete ha celebrato con solo due persone. Questi hanno ricevuto le palme benedette e sono andati a portarle di porta in porta a tutta la popolazione.

Chissà che il riscatto non nasca proprio da questi piccoli, grandi gesti, per non lasciare fuori nessuno dal solco della speranza.