Data importante, quella dell’8 luglio, per papa Bergoglio. Quel giorno di 7 anni fa, compiva il suo primo viaggio apostolico, fuori Roma, recandosi a Lampedusa a pregare per le vittime del Mediterraneo. A quella scelta di campo, recarsi nel cuore del Mediterraneo che vede tanti profughi annegare, papa Francesco è rimasto fedele in questi anni del suo pontificato.

Il papa getta una corona di fiori nelle acque di fronte all’Isola di Lampedusa

Ieri, a 7 anni da quella data, il papa, celebrando a Santa Marta in Vaticano, è tornato, durante l’omelia, a quel suo viaggio. «È Dio che chiede di poter sbarcare. La Libia è lager e inferno, basta versioni distillate… I campi di detenzione nel paese africano, gli abusi, i respingimenti, sono come “fatti a Dio”», il monito di papa Francesco.

E non succede di certo tutti i giorni ascoltare un papa che, durante la messa, esprime rabbia perché la Libia è «lager e inferno», solo che la situazione viene riportata con «versioni distillate», descritta con racconti edulcorati. E lancia il suo nuovo appello ad accogliere i migranti: «È Dio che ci chiede di poter sbarcare», dice.

Per lui, come ogni credente nel Cristo di Nazaret, i campi di detenzione nel paese nordafricano, gli abusi, i respingimenti, sono come «fatti a Dio». Non è che vangelo: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me», dice Gesù.

L’aneddoto sulle traduzioni

E aggiunge un aneddoto al testo preparato: «Ricordo quel giorno, sette anni fa, proprio al Sud dell’Europa, in quell’isola… Alcuni mi raccontavano le proprie storie, quanto avevano sofferto per arrivare lì. E c’erano degli interpreti. Uno raccontava cose terribili nella sua lingua, e l’interprete sembrava tradurre bene. Ma questo parlava tanto e la traduzione era breve. «Mah – pensai – si vede che questa lingua per esprimersi ha dei giri più lunghi». Al suo ritorno, continua il papa, «a casa, il pomeriggio, nella reception, c’era una signora – pace alla sua anima, se n’è andata – che era figlia di etiopici. Capiva la lingua e aveva guardato alla tv l’incontro. E mi ha detto questo: “Senta, quello che il traduttore etiopi. Le ha detto non è nemmeno la quarta parte delle torture, delle sofferenze, che hanno vissuto loro”. Mi hanno dato la versione “distillata”», è l’amara constatazione di Jorge Mario Bergoglio.

E questa dinamica accade «oggi con la Libia: ci danno una versione “distillata”. La guerra sì è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione. E questa gente veniva soltanto con la speranza di attraversare il mare».

 

Un campo di detenzione libico gestito dall’Onu

 

Per Francesco, un esame di coscienza s’impone a tutti, e dovremmo farlo tutti i giorni. E aggiunge: «Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti».

Secondo il Papa, siamo sempre lì: «La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza».

Il papa ribadisce la sua convinzione: sono le «tante ingiustizie» del mondo a spingere le persone a lasciare le loro terre. Con forza sottolinea che «falsità» e «ingiustizia» sono «un peccato da cui anche noi, cristiani di oggi, non siamo immuni».

 

Stop alla produzione di armi

Spesso papa Francesco ha tuonato contro il commercio delle armi: «Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno», ha detto ancora durante la veglia pasquale, l’11 aprile. E più volte, in queste ultime settimane, è tornato a parlare di Libia. Politica? Per lui è solo vangelo. Al termine dell’Angelus del 14 giugno, così si esprimeva: «Seguo con grande apprensione e anche con dolore la drammatica situazione in Libia. È stata presente nella mia preghiera in questi ultimi giorni. Per favore, esorto gli Organismi internazionali e quanti hanno responsabilità politiche e militari a rilanciare con convinzione e risolutezza la ricerca di un cammino verso la cessazione delle violenze, che porti alla pace, alla stabilità e all’unità del paese. Prego anche per le migliaia di migranti, rifugiati, richiedenti asilo e sfollati interni in Libia. La situazione sanitaria ha aggravato le loro già precarie condizioni, rendendoli più vulnerabili da forme di sfruttamento e violenza. C’è crudeltà. Invito la comunità internazionale, per favore, a prendere a cuore la loro condizione, individuando percorsi e fornendo mezzi per assicurare ad essi la protezione di cui hanno bisogno, una condizione dignitosa e un futuro di speranza. Fratelli e sorelle, di questo tutti abbiamo responsabilità, nessuno può sentirsi dispensato».

Lo sappiamo tutti ormai: papa Bergoglio vede porti europei aperti alle navi per caricare armi e materiale bellico, chiudersi poi davanti a disgraziati in fuga. Ma quali radici cristiane! Per lui è l’Europa dalle enormi contraddizioni. «Gridano le persone in fuga ammassate sulle navi, non sapendo quali porti potranno accoglierli e l’Europa apre i porti alle imbarcazioni che devono caricare sofisticati e costosi armamenti, capaci di produrre devastazioni che non risparmiano nemmeno i bambini (…). L’ira di Dio si scatenerà sui responsabili di quei paesi che parlano di pace e vendono le armi per fare queste guerre. Questa ipocrisia è un peccato». Lo ha detto, a braccio, il papa, ricevendo il 9 giugno in udienza, nella Sala del concistoro, i partecipanti alla riunione plenaria delle Opere di aiuto alle Chiese orientali (Roaco).

E per la Libia, come tutte le persone più lungimiranti, papa Bergoglio chiede con insistenza una soluzione diplomatica. Quella militare è foriera soltanto di altre indicibili sofferenze.