Caschi blu della Monusco in Nord Kivu

Per fare uscire il nordest della Repubblica democratica del Congo dalla situazione di insicurezza in cui è stato lasciato sprofondare negli ultimi vent’anni è necessaria una «rifondazione strutturale della visione, degli approcci e delle strutture a diversi livelli: politico, militare, della polizia, dei servizi di sicurezza, umanitario, dei partner del paese».

È la raccomandazione rivolta al presidente Félix Tshisekedi e al parlamento di Kinshasa nel messaggio alla nazione diffuso ieri dai vescovi congolesi. Il documento – Cessate di uccidere i vostri fratelli. “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo (Gen 4,10)” – è l’ultimo di una serie di interventi socio-politici che la Conferenza episcopale congolese (Cenco) ha elaborato negli ultimi anni nell’intento di indirizzare l’azione di chi ha responsabilità politiche e anche di orientare l’intera comunità.

Il messaggio è stato messo a punto dal Comitato permanente della Cenco sulla situazione del nordest, dopo che dal 14 al 26 gennaio scorso una delegazione dei vescovi dell’Associazione delle Conferenze episcopali dell’Africa centrale (Aceac) e della Cenco si è recata in visita alle diocesi di Goma, Butembo-Beni e Bunia.

Si sofferma dunque ad analizzare in maniera specifica quello che sta accadendo nelle regioni del Nord-Kivu e dell’Ituri, dove sono all’opera decine di gruppi armati che dovrebbero essere contrastati dall’esercito congolese e dalla Missione Onu in Congo (Monusco).

Intanto a Butembo si continua a sparare e la popolazione è rifugiata in casa, come racconta padre Vincenzo Trasparano, missionario comboniano:

Dopo aver fornito qualche dato – «più di 6000 vittime civile a Beni dal 2013 a oggi e oltre 2000 a Bunia nel solo 2020» – si entra nel merito della natura del conflitto. Oltre alle ragioni economico-politiche, come l’occupazione di terre e lo sfruttamento illegale delle risorse naturali (soprattutto minerarie), vanno considerate anche quelle religiose.

Gli interlocutori dei vescovi hanno riferito che è in atto «una islamizzazione della regione che si inserisce in una strategia per influenzare la politica generale del paese». E uno dei soggetti che porta avanti questa strategia è il gruppo armato di origine ugandese Forze democratiche alleate (Adf): «Alcune persone rapite dall’Adf affermano di essere state costrette ad aderire all’islam».

Netto anche il passaggio sul ruolo dell’esercito: «Le Fardc (Forze armate della Rd Congo) sono presenti, ma l’impatto della loro presenza è modesto». Siamo in presenza «di una grande infiltrazione nell’esercito di elementi stranieri»: non viene citato esplicitamente il Rwanda, paese che, nei rapporti di organizzazioni internazionali, di ong e di testimoni locali, risulta coinvolto.

Ancora sull’esercito: «Nei ranghi militari sono presenti ex ribelli del Raggruppamento congolese per la democrazia (Rcd), del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp) e del gruppo M23, che si sospetta di complicità con il nemico».

Sottolineano ancora i vescovi: «Con tutta evidenza, la catena di servizi di informazione e di comando appare difettosa; e molti anelli fanno parte del problema (…). Alcuni responsabili politici e militari bloccano un processo decisionale appropriato o ne compromettono l’esecuzione. Nel contempo, la debolezza delle istituzioni giudiziarie e l’impunità fanno sì che coloro che escono di prigione ritornino nel circuito della violenza».

Per queste ragioni «è urgente e necessario spostare tutti gli ufficiali dell’esercito provenienti dalle varie ribellioni o da gruppi armati e togliere dalla catena di comando coloro che sono considerati agenti di collegamento con eserciti stranieri».

«In questa situazione la popolazione si sente abbandonata dallo stato. Il governo centrale ha promesso più volte di ristabilire la pace, ma le promesse sono rimaste senza effetto». Chiaro che la popolazione non tiene in gran considerazione la politica. Anche perché «molti autori dei crimini si avvalgono della copertura di certuni attori politici che continuano ad alimentare i conflitti per trarne profitto; i gruppi armati sarebbero anche strumentalizzati da forze esterne che approfittando della crisi fanno razzia di risorse naturali».

Considerato che il dramma del nordest riguarda tutta la nazione e che non si può pensare di innescare uno sviluppo economico «finché il nordest rimane sotto il controllo dei predatori», i vescovi propongono al governo e alla Monusco di creare un Osservatorio per la pace e l’incremento socio-economico. Uno strumento di concertazione permanente, dotato di competenze scientifiche multidisciplinari e in grado di coinvolgere i leader locali.