Truppe della Monusco a Kashuga, Nord-Kivu (Monusco creativecommons.org)

Come da copione, mentre l’attenzione mondiale sulla Repubblica democratica del Congo (Rd Congo) si placa, le violenze e le uccisioni aumentano all’est. Nel 2020 oltre 2mila civili sono stati uccisi e i crimini risultano in tendenziale ascesa nei primi mesi del 2021, come riconosce il parlamento europeo nella sua risoluzione dell’11 marzo scorso: “152 uccisioni di civili, 61 rapimenti a scopo di estorsione e 34 casi di rapimento sono stati segnalati nel Nord e nel Sud Kivu dal 1° gennaio 2021”. Ma chi continua a parlarne sono solo quelli che hanno davvero a cuore questo popolo con le sue sofferenze e sfide. Gli altri hanno già cambiato canale.

Da quel fatidico lunedì 22 febbraio, in cui sono stati uccisi sulla strada che collega Goma a Rutshuru, in Nord Kivu, l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo, i «crimini continuano come fossero pane da mangiare – dichiara a Nigrizia padre Gaspare Trasparano, missionario comboniano sul posto – e la gente non ne può più».

L’insicurezza aumenta all’est e diventa ormai quasi quotidiana. Nella notte tra domenica 14 e lunedì 15 marzo c’è stato un tremendo massacro a Bulongo, nel territorio di Beni, regione del Nord Kivu, dove sono state sgozzate 18 persone. Bulongo si trova sulla strada verso il confine con l’Uganda, dove i commercianti subiscono continuamente aggressioni. Il giorno dopo il massacro, diversi giovani della località sono scesi per strada per manifestare la loro collera e nei concitati scontri, le forze di sicurezza hanno ucciso due di loro. Escalation di tragedie.

Lo stesso lunedì nel territorio di Djungu, famoso per i siti auriferi e petroliferi, a 60 Km a nord di Bunia, capoluogo dell’Ituri, c’è stata un’ incursione del gruppo armato Codeco (Cooperativa per lo sviluppo del Congo) contro i civili dei villaggi di Tchele e Garua. Sul campo sono rimasti uccisi 11 civili, 2 militari e 1 poliziotto. Nella controffensiva dell’esercito congolese, il giorno dopo, sono stati ammazzati 16 presunti membri del gruppo armato. Totale 30 morti.

Il gruppo Codeco è accusato dalla popolazione locale di estrarre illegalmente l’oro e di infiltrarsi nella complessa contesa di quelle terre, da parte delle etnie lendu e hema, per aprire il campo alle grandi società minerarie.

«Non dobbiamo però pensare solo ai massacri per la fame di minerali come fanno tutti, ma anche ad altri interessi connessi», sostiene a Nigrizia Pierre Kabeza, attivista congolese in Italia. «Nella parte nord di Goma, al confine con Rwanda e Uganda, si coltiva il cacao che non viene esportato come prodotto congolese ma ugandese. I crimini servono anche a cacciare gli autoctoni dalle terre per poterle occupare e controllarne le risorse».

Sono oltre 5 i milioni gli sfollati interni e 1 milione i rifugiati oltre confine. Il progetto di balcanizzazione della Rd Congo da parte dei paesi confinanti Rwanda, Burundi e Uganda avanza a gonfie vele.

Al fianco delle vittime restano solo la Chiesa e qualche associazione. I vescovi del paese hanno sempre dimostrato la loro solidarietà alle vittime del conflitto e sono scesi diverse volte sul terreno per portare conforto alle famiglie e comunità colpite, nonostante alcuni di loro vivano sotto minacce di morte. Come Monsignor Sebastien Muyengo, vescovo di Uvira, che a Nigrizia testimonia: «Qui ogni giorno ci sono degli attacchi e se siamo vivi lo dobbiamo solo a Dio».

Padre Gaspare ricorda che «anche i vescovi della regione di Kisangani hanno denunciato questa insicurezza con coraggio mentre dal governo non c’è stata alcuna reazione». Su quel versante, nella capitale Kinshasa, la politica mette una bella distanza, quasi 3mila chilometri, dai crimini dell’est e si muove su altri binari: quelli della spartizione di potere che saranno presto svelati nella nuova compagine governativa dell’Union Sacrée.

Un minestrone di partiti e movimenti che l’abile presidente Tsishekedi ha messo in piedi per prendersi il controllo del paese e sganciarsi dall’ingombrante alleanza con Joseph Kabila, al potere dal 2001 al 2018, con cui era stato costretto a stringere un patto politico, dopo le controverse elezioni del dicembre 2018, rivelatosi presto impraticabile.

Da oltre un mese il nuovo premier, Sama Lukonde Kyenge, ex ministro al tempo di Joseph Kabila ed ex direttore della Gecamines (compagnia mineraria nazionale) sta cercando di piazzare i suoi ministri nei posti giusti per la costruzione di un difficilissimo puzzle governativo che deve accontentare troppi interessi. E che ancora non ha visto la luce, mentre risposte urgenti attendono sul terreno. Soprattutto all’est, dove le istituzioni latitano.

Secondo padre Gaspare «solo l’associazione Veranda Mutsanga si sta mobilitando per organizzare un sit-in davanti alla base dell’Onu, nel quartiere Mavivi a Beni, dove almeno 2mila persone non leveranno le tende fin quando la Monusco (la controversa missione di pace dell’Onu in Rd Congo) non avrà lasciato il territorio».

Anche La Lucha, principale movimento popolare nonviolento della società civile congolese, denuncia la complicità della Monusco e la gente è davvero stanca di un contingente di quasi 20mila caschi blu che non proteggono la popolazione e costano 1 miliardo di dollari l’anno.

Pierre Kabeza ricorda che «il generale Mahele, riconosciuto per la sua abilità nel mettere ordine in situazioni di caos e schietto critico della corruzione nello Zaire (il nome allora della Rd Congo, ndr), ucciso nel 1997 appena prima dell’entrata di Laurent Desiré Kabila, rivoluzionario sostenuto dalle forze rwandesi, nella capitale Kinshasa per scalzare il trentennale dittatore Mobutu, diceva una grande verità: “Quando in una zona c’è insicurezza e chi è predisposto e capace di risolverla non lo fa, allora vuol dire che ne è complice”».

Nel frattempo i sospetti della società civile e della popolazione sugli autori dei crimini a Bulongo si indirizzano sulle Adf (Forze democratiche alleate), gruppo armato formatosi in opposizione al governo dell’Uganda con infiltrazioni islamiste a cui il rapporto del Kivu Security Tracker, progetto internazionale con sede nella New York University, attribuisce il 37% delle uccisioni complessive di civili nell’area in questi ultimi anni.

Gruppo entrato nel mirino degli Stati Uniti che l’hanno definito, una settimana fa, “un’ organizzazione terroristica straniera legata all’Isis”. Ma chi sono in realtà le Adf? L’analista politico congolese, esperto di Grandi Laghi, Boniface Musavuli, spiega a Nigrizia che «le Adf non esistono come un gruppo autonomo ma come nucleo di ispirazione islamista sotto la protezione delle Fardc (esercito congolese, ndr) e sono legate all’ex presidente Kabila e al Rwanda. Non hanno un appoggio locale, ma sono combattenti stranieri. Quindi è davvero complicato stabilire chi uccide i civili, perché gli eserciti della Rd Congo e del Rwanda si nascondono dietro questo nome. Mentre la retorica del terrorismo di matrice islamista, sostenuta dagli Stati Uniti, serve da copertura per i loro interessi geostrategici nel controllo della zona, in opposizione a russi e cinesi».

Qualche tiepida luce nel frattempo si accende dentro il caos congolese per un’ auspicabile inversione di rotta della comunità internazionale e delle autorità locali, finora bloccati da omertà e impunità. Il parlamento europeo, nella sua risoluzione dell’11 marzo, condanna fermamente l’attentato del 22 febbraio e le violazioni dei diritti umani nell’est della Rd Congo, chiede un’inchiesta internazionale trasparente, richiama le autorità congolesi alle loro responsabilità di proteggere la popolazione, di disarmare i gruppi armati e di portare a termine le indagini sui massacri, dicendosi molto preoccupato per l’impunità e l’insicurezza nel paese.

Non una parola, però, verso le responsabilità dei paesi confinanti, soprattutto Rwanda e Uganda, braccia lunghe sui minerali congolesi di Stati Uniti, Inghilterra e Canada che si spartiscono lo “scandalo geologico” della regione. L’Unione europea fa quindi un passo avanti e due indietro, quando si tratta di fare nomi e cognomi scomodi.

Su un altro versante si registra, invece, una prima crepa nel monolite dell’impunità totale degli autori dei massacri: tre giorni fa il tribunale militare di Kananga, capoluogo della provincia del Kasai Centrale, ha condannato all’ergastolo Laurent Nsubu Katende – capo di una milizia che tra il 2016 e il 2019 ha tentato l’insurrezione armata -, riconosciuto colpevole di crimini di guerra avvenuti all’inizio del 2017 nel territorio di Kazumba.

L’aspetto più interessante, che lascia ben sperare, è che al processo più di 230 persone si sono costituite parte civile. Se la gente prende coraggio e ci mette la faccia, qualcosa può cambiare dentro quell’alveo che ha garantito impunità, tra gli altri, ai 617 crimini di guerra, contro l’umanità e violazioni dei diritti umani, documentati dieci anni fa dal Rapporto Mapping delle Nazioni Unite nell’est della Rd Congo, avvenuti tra il marzo del 1993 e il giugno del 2003.

L’augurio è che questo processo dia il via a una lunga serie di giudizi che attendono sul banco degli imputati i signori della guerra, diversi criminali, milizie varie e gli eserciti congolese, rwandese e ugandese. Con i loro mandanti. Mere illusioni o i primi timidissimi segnali di svolta?