Un ufficiale di Frontex getta il giubbotto di salvataggio ai migranti a rischio naufragio (Credit: Frontex)

Diversi i passi avanti del nuovo decreto Immigrazione, frutto di un lungo e travagliato braccio di ferro tra le forze di governo. Innegabili le migliorie apportate dalla norma approvata lo scorso 5 ottobre e firmata ieri dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. 

L’introduzione della “protezione speciale” restaura di fatto quella umanitaria, cancellata dal decreto Salvini, cui si aggiunge la possibilità di convertire i permessi di soggiorno attuali in permessi di lavoro. Viene reintrodotta l’iscrizione anagrafica che permetterà alle anagrafi comunali di rilasciare un documento di identità valido tre anni. Una cancellazione che, in varie città, aveva portato alcuni sindaci a disattendere il decreto precedente, in nome di un diritto leso.

Si ridisegna la possibilità di una micro accoglienza sparsa sul territorio, che non si chiama più Sprar/Siproimi ma Sai (Sistema di accoglienza e integrazione), e che prevede la reintroduzione di una seri di servizi di primo livello per i richiedenti protezione internazionale che includono l’accoglienza materiale, l’assistenza sanitaria, l’assistenza sociale e psicologica, la mediazione linguistico-culturale, i corsi di lingua italiana, e i servizi di orientamento legale e al territorio. Tutte voci cancellate dall’ex ministro Salvini.

Ombre

Rimangono però diverse ombre ancora piuttosto scure e minacciose che superano di poco o niente i precedenti decreti voluti dall’ex ministro dell’interno. Per le navi soccorso delle ong rimane il concetto di fondo della criminalizzazione di tali attività di soccorso che continuano a essere sanzionate. Alle navi (peraltro ancora bloccate nei porti italiani) vengono cancellate le sanzioni amministrative, mentre rimangono quelle penali: la reclusione, fino a due anni di arresto, e le multe, che passano da 10mila a 50mila euro.

Per quel che riguarda il rimpatrio dei migranti nei propri paesi di origine: “Non sono ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura o a trattamenti inumani o degradanti” né “qualora esistano fondati motivi di ritenere che l’allontanamento dal territorio nazionale comporti una violazione del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, a meno che esso non sia necessario per ragioni di sicurezza nazionale ovvero di ordine e sicurezza pubblica”.

Resta però il concetto (discutibile) di “paese sicuro”. Per l’Italia anche la Libia lo è, stando agli accordi firmati tra i due paesi. E si norma l’accelerazione delle procedure che le Commissioni territoriali devono mettere in atto per stabilire se il richiedente ha o meno il diritto all’asilo o protezione.

Un altro aspetto in cui il governo poteva mostrare più coraggio riguarda la cittadinanza di coloro che sono nati o risiedono in Italia. Prima del decreto Salvini, la legge prevedeva un tempo di attesa di due anni, diventanti quattro con la norma precedente e che ora diventano tre con l’attuale provvedimento.

Nigrizia ha chiesto un commento di questo nuovo decreto al presidente del Centro di accoglienza Ernesto Balducci di Zugliano (Udine), don Pierluigi Di Piazza.