In un rapporto pubblicato il 28 agosto dall’Ufficio nazionale di statistica (Nbs) risulta che nel secondo trimestre 2020 gli investimenti esteri hanno subito un tracollo del 78% rispetto al primo trimestre. Da gennaio a marzo, prima che la pandemia arrivasse nel continente, gli investimenti esteri hanno toccato i 5,85 miliardi di dollari. Nel trimestre successivo si è scesi a 1,29 miliardi di dollari.

Dovendo fare i conti con una caduta drastica delle esportazioni a causa del Covid-19 e al rincaro dei beni importati, la Nigeria ha visto l’inflazione arrivare 12,4% nel maggio di quest’anno, il livello più elevato da due anni a questa parte, da quando cioè la moneta nazionale, il naira, si sta continuamente deprezzando rispetto al dollaro.

La Banca centrale (Cnb), che prevedeva un’inflazione del 9%, per evitare la recessione ha abbassato il tasso d’interesse al più basso livello degli ultimi quattro anni. Una manovra per ora senza effetto sulla attività economica e sulla dinamica dell’aumento dei prezzi al consumo. Basti pensare che nell’ultimo mese il prezzo dei carburanti è raddoppiato. Forti aumenti hanno fatto registrare gli alimenti, le bevande non alcoliche, l’acqua, gli alloggi, l’elettricità e il gas butano.

La chiusura delle frontiere terrestri con il Benin, nell’agosto 2019, ha dato una forte spinta all’inflazione. L’Nbs osserva che l’inflazione ha iniziato a salire a partire dal settembre 2019. Un altro focolaio di inflazione sono state le misure restrittive adottate nel quadro della lotta al Covid-19.

Secondo l’Nbs, la persistenza della pandemia ostacola la piena riapertura delle attività economiche, soprattutto perché frena la circolazione delle persone. Una situazione che nuoce gravemente ai produttori di derrate alimentari che hanno difficoltà ad accedere alle fattorie. Così il diminuire degli approvvigionamenti dei mercati e la corsa della gente alle derrate alimentati fa salire i prezzi.

Dipendenza dal petrolio

Nonostante sia stata più volte dichiarata la volontà di diversificare l’economia, la Nigeria subisce oggi le conseguenze della sua dipendenza dal prezzo del petrolio, che assicura più dell’80% delle entrate da esportazioni e più del 50% delle entrate pubbliche. Votato nel dicembre 2019, il budget pubblico 2020 di 35 miliardi di dollari contava su una produzione quotidiana di poco più di 2 milioni di barili di petrolio a 57 dollari il barile.

A marzo, il budget ha subito una riduzione di circa 5 miliardi di dollari per il fatto che il barile si vende a 30 dollari. Un prezzo che non cessa di scendere, nonostante l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio abbia ridotto la produzione. Con questo quadro, la Banca mondiale ritiene che altri 5 milioni di nigeriani siano a rischio povertà.

Iperdollarizzazione

Secondo la società finanziaria americana Moody’s «le banche nigeriane devono fare i conti con una penuria di divise straniere per via delle deboli entrate petrolifere. (…) La mancanza di dollari andrà a intensificarsi nel corso dei prossimi 12-18 mesi se persisteranno i bassi prezzi del petrolio».

L’analista economico Godwin Owoh avanza una spiegazione: «Ciò che sta avvenendo oggi in Nigeria è una iperdollarizzazione dell’economia. Tutti vogliono fare scorta in dollari dei loro guadagni: è per quello che, una volta chiusi gli aeroporti e adottate restrizioni sui visti, la domanda di dollari si moltiplica. (…) Per uscire dall’inflazione è necessario ridurre la dipendenza dalle importazioni e aumentare le possibilità di esportazione, perché i beni prodotti in Nigeria implicheranno una circolazione locale di denaro».

Aldilà delle formule, è necessario ricordare che se la Nigeria entra in recessione, ne risentiranno anche i paesi dell’area. Il Benin ne è un esempio. La frontiera con il vicino è chiusa e l’economia beninese ne soffre.

La Nigeria produce ed esporta parte della sua produzione, soprattutto nei paesi vicini. Prendiamo il riso: ne vengono prodotte non meno di 180 tonnellate al giorno, ma la stragrande maggioranza viene assorbita dal mercato interno e solo il 10% va venduto all’estero. E se anche quel poco non trova uno sbocco regionale, sono problemi.