Kenya: via libera alle colture geneticamente modificate
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Una vittoria per le lobby statunitensi monopoliste degli ogm
Il Kenya autorizza uso e commercio di colture geneticamente modificate
04 Ottobre 2022
Articolo di Redazione
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Con un decreto legge approvato nei giorni scorsi dal nuovo governo del presidente William Ruto, il Kenya ha autorizzato l’uso di sementi, la coltivazione e l’importazione di colture geneticamente modificate (ogm) e mangimi per animali, cancellando un divieto imposto l’8 novembre 2012 che vietava la coltivazione all’aperto di colture ogm e l’importazione di colture alimentari e mangimi prodotti attraverso innovazioni biotecnologiche.

La motivazione ufficiale è legata alla persistente siccità che sta colpendo il Corno d’Africa e la necessità di aumentare i raccolti con l’utilizzo di sementi resistenti ai parassiti e alle malattie. Ma, fa notare Slow Food, organizzazione che promuove la sovranità alimentare e la salvaguardia delle colture autoctone, “non vi sono al momento piante modificate geneticamente per resistere a prolungati periodi di siccità”.

Uno dei principali problemi legati alla diffusione di ogm, spiega l’organizzazione, è che le piante modificate non producono sementi e che quindi i contadini che le utilizzano sono obbligati ad acquistare nuove sementi ad ogni stagione. Ovviamente al prezzo imposto dalle corporation che ne detengono i brevetti.

Il Kenya, dove l’agricoltura rappresenta uno dei principali motori dell’economia e circa il 70% della forza lavoro rurale, diventa così il quarto paese africano ad aprire totalmente le porte ai transgenici, assieme a Sudafrica, Egitto e Burkina Faso.

Un primo passo lo aveva già fatto il governo del presidente Uhuru Kenyatta il 19 dicembre 2019, permettendo la commercializzazione di cotone ogm. Un passo a cui è seguito, il 15 giugno 2021, quello dell’Autorità nazionale per la biosicurezza del Kenya (Nba) che ha dato il via libera all’uso di manioca geneticamente modificata.

La completa apertura decisa in questi giorni è salutata come una vittoria dagli Stati Uniti, sede delle principali corporation che producono semi e colture ogm.

Più volte Washington aveva criticato il Kenya per la sua chiusura a prodotti alimentari derivati da biotecnologie, lamentando che la misura limitava le vendite di prodotti di società statunitensi, come DowDuPont Inc e Monsanto, alla ricerca di potenziali nuovi mercati.

Pressioni che nel 2020 hanno spinto Nairobi ad accettare di revocare un divieto di importazione del grano statunitense a seguito di un accordo tra Kenyatta e Donald Trump.

A fine marzo scorso l’ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti (Ustr), controllato dalla Casa Bianca, nel suo rapporto annuale sulle barriere commerciali, ha affermato che “il divieto di ogm del Kenya ha bloccato sia gli aiuti alimentari del governo degli Stati Uniti che le esportazioni derivate dalla biotecnologia agricola”. Precisando che “la restrizione riguarda le esportazioni statunitensi di alimenti trasformati e non trasformati, e ingredienti per mangimi, come soia, mais e cereali secchi distillati con solubili”.

Sul tavolo del nuovo governo kenyano resta ancora il rinnovo dell’Agoa (Africa Growth and Opportunity Act), un trattato bilaterale che consente ai paesi dell’Africa subsahariana di esportare migliaia di prodotti negli Stati Uniti senza dazi fino al 2025 e apre per quei paesi l’ingresso privilegiato di merci statunitensi. La prossima riunione ministeriale si terrà il 13 dicembre a Washington.

Quello che è avvenuto in Kenya è molto simile a quanto sta accadendo in Europa (e in Italia). Anche qui la siccità è utilizzata per spingere verso un allentamento delle norme sugli ogm in agricoltura.  

 

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