Amadou Toumani Touré

Ci ha lasciati Amadou Toumani Touré che tutti i maliani soprannominavano, a partire dalle iniziali del suo nome, ATT. È morto nella notte tra il 9 e il 10 novembre, a 72 anni, in Turchia, dove era stato evacuato dopo un’operazione al cuore subita a Bamako, la capitale. Il 4 novembre aveva compiuto 72 anni e festeggiato in famiglia.

Perché andare a morire in Turchia? Un controllo medico all’estero si imponeva in maniera urgente. Parigi? Non era il momento, visto che gli ospedali parigini sono intasati dai ricoverati per Covid-19. Non rimaneva che l’amica Turchia: aveva raggiunto Istanbul con un volo regolare della Turkish Airlines.

Due date, a distanza di 21 anni esatti, hanno segnato la storia personale di Amadou Toumani Touré e quella del suo paese: dalla speranza di un futuro radioso fatto di libertà democratiche, alla discesa agli inferi di un paese tagliato in due che sembra aver perso la bussola.

Il 26 marzo 1991, mentre il Mali sembra precipitare nel terrore, dopo le manifestazioni di studenti e lavoratori represse nel sangue (si contò un centinaio di morti tra i manifestanti per la democrazia), l’allora giovane luogotenente-colonnello alla testa del 33esimo reggimento dei paracadutisti scende in campo per rovesciare il dittatore Moussa Traoré, al potere dal 1968.

Quel “berretto rosso” diventa un vero e proprio eroe nazionale. Alla testa del Comitato di transizione per la salvezza del popolo, ATT organizza in breve tempo una conferenza nazionale (sullo stile di quelle che si stanno svolgendo o si sono già svolte nei paesi vicini, dove la società civile sceglie la democrazia) che consacra il multipartitismo, la libertà di stampa, la liberazione dei prigionieri politici e mette al bando la tortura.

«Era l’ala militare del movimento democratico. Furono 14 mesi di fermento straordinario in cui vennero poste le pietre miliari del nuovo Mali», racconta con emozione Tiébilé Dramé, l’allora suo ministro degli Esteri. Così il Mali, liberatosi del giogo della dittatura, può organizzare, dopo il periodo di transizione, delle elezioni libere e trasparenti.

È ATT a organizzare il voto multipartitico che vede Alpha Oumar Konaré accedere alla presidenza. E come da impegni presi, ATT lascia la presidenza e l’esercito rientra nelle caserme. Fu così che ATT si guadagnò il bel titolo di «soldato della democrazia».

Al termine del doppio mandato di Konaré, dieci anni, ATT, che aveva lasciato l’esercito con il grado di generale, scende in politica, candidato alla presidenza della repubblica. E per la prima volta in Mali, siamo nel 2002, un presidente democraticamente eletto succede a un altro democraticamente eletto. Cinque anni dopo ATT è rieletto per un secondo mandato.

Ma il 22 marzo 2012, il “soldato della democrazia” è costretto a fuggire dal palazzo di Koulouba sotto i tiri della mitragliatrice, rotolando giù dalla collina a piedi per raggiungere un posto sicuro in città, a Bamako.

Che era successo? Giunto alla presidenza, ATT, grande lavoratore, aveva dato subito il via a molti cantieri, “alle case ATT” per gli operai, a ponti e infrastrutture in tutto il paese. Ed era riuscito a creare intorno alla sua persona un consenso politico importante, unico nel suo genere, mentre tutti apprezzavano le sue riforme democratiche.

Ma qualcosa da subito aveva cominciato a scricchiolare. Nel settentrione del paese la situazione della sicurezza aveva cominciato a degradarsi. ATT si giustificava dicendo che da solo, nel Sahel, nessuno avrebbe potuto salvarsi contro il jihadismo, e che un’unione sacra dei paesi saheliani si imponeva (oggi è cosa fatta con il G5 Sahel).

Anche la gestione del ritorno dei tuareg maliani incorporati nell’esercito di Gheddafi era stata criticata. Il paese stava lentamente cadendo in una spirale di violenze jihadiste e intercomunitarie che si estendevano all’intero territorio nazionale, così come ai paesi confinanti, il Burkina Faso e il Niger.

Nel nord del paese, intanto, si era creata una situazione che vedeva una coalizione di ribelli indipendentisti e di jihadisti tenere in scacco l’esercito maliano. A fine marzo 2012, a poche settimane dalla fine del suo secondo mandato, ATT viene rovesciato da un gruppo di soldati ammutinati che intendono bloccare il degradarsi della situazione.

Sappiamo com’è andata. Altro che bloccare l’avanzata degli indipendentisti e dei jihadisti! Il colpo di stato aveva precipitato la disfatta dell’esercito maliano. Il nord era rapidamente finito tra le mani dei jihadisti, provocando l’inevitabile intervento francese. Oggi ancora, due terzi del territorio maliano sfuggono all’autorità centrale. 

Il deposto presidente resta in esilio in Senegal fino al dicembre 2019, quando rientra nel suo paese accolto da folle festanti. Questa una delle sue ultime interviste, pubblicata lo scorso ottobre dal canale televisivo B24News.

ATT lascia oggi definitivamente il suo paese mentre il Mali, con i suoi 18 milioni e mezzo di abitanti, sta attraversando un altro delicatissimo periodo di transizione a seguito del colpo di stato militare che il 18 agosto ha fatto cadere l’ex presidente eletto Ibrahim Boubacar Keita. Forse è giusto ricordare che alcuni degli ufficiali implicati nel putsch, e tra questi il numero due, il colonnello Malick Diaw, figuravano già nella foto del gruppo dei golpisti del 2012.