Nigeria, giacimento offshore nel Golfo di Guinea

L’economia della Nigeria dall’ultimo trimestre dello scorso anno è attanagliata dall’aumento dell’inflazione. Un trend confermato dall’ente di statistica nazionale che a marzo ha registrato un più 12,26% su base annua. E’ il dato più elevato da aprile 2018, quando l’inflazione si era attestata al 12,48%, segnando una crescita di ben sei punti percentuali rispetto a febbraio.

Il cospicuo aumento è stato in particolare determinato dalla chiusura delle frontiere per contenere il contagio da Covid-19 che ha provocato una forte oscillazione al rialzo dei prezzi.

Congiuntura nefasta

L’Istituto di studi sulla sicurezza di Pretoria (Iss) ha espresso grande preoccupazione sul futuro della prima economia del continente che sta patendo, insieme, le conseguenze dello storico calo del prezzo del petrolio – di cui è tra i primi produttori del continente – e dell’aumento dell’inflazione. 

Secondo l’Istituto sudafricano, già uno solo di questi due elementi sarebbe stato sufficiente per far deragliare la crescita del 2020, ma le due criticità simultanee risultano devastanti, in un momento in cui l’intera economia globale sta affrontando il suo periodo più difficile dalla crisi finanziaria del 2008. 

Con oltre la metà delle entrate del paese provenienti dalle royalty e dalle tasse sul petrolio, l’impatto sulle entrate sarà immenso. Una situazione resa ancor più grave dal fatto che per difendere la moneta, il naira, oggetto di una pesante svalutazione, le riserve ufficiali in dollari si sono ridotte di 10 miliardi, passando in un anno da 34 a 24 miliardi.

Inoltre, il basso livello di afflussi di capitali esteri potrebbe costringere la Nigeria a finanziare il suo disavanzo con ulteriori prelievi sulle riserve valutarie, esponendo a un nuovo deprezzamento la sua valuta, cosa questa che potrebbe generare pressioni inflazionistiche ancor più consistenti.

In panne i tre motori economici del continente

Secondo il World Economic Outlook, pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi), dopo il Sudafrica, nel 2020 la Nigeria sarà l’economia africana più penalizzata dalla crisi dovuta al coronavirus, con una contrazione del 3,4% rispetto a una crescita stimata del 2,4% e a un più 2,2% registrato nel 2019.

Anche la Banca Mondiale, nel suo ultimo rapporto semestrale Africa Pulse prevede che la crisi scatenata dal Covid-19 colpirà pesantemente il paese, così come Sudafrica ed Angola, i tre paesi che rappresentano il motore economico del continente. In particolare, le più colpite saranno le economie che dipendono dalle esportazioni di petrolio e di altre materie prime. 

Secondo l’Institute of international finance, per la Nigeria l’accesso ai mercati dei capitali sta registrando condizioni proibitive mentre il paese ha richiesto un prestito statale esterno all’Fmi attraverso lo strumento rapido di finanziamento (Rfi).

Nel frattempo, il paese continua a fare i conti con la fuga dei capitali e degli investitori stranieri, preoccupati dal declassamento dell’agenzia Fitch, che lo scorso 6 aprile ha abbassato il rating creditizio della Nigeria da B+ a B con outlook negativo.

Peggio della crisi del 2014

Questa non è la prima volta nel recente passato che la Nigeria si trova ad affrontare una crisi sanitaria e economica. Nel 2014, i prezzi del petrolio scesero da 100 dollari al barile a poco più di 50 al barile a causa dell’aumento dell’offerta del cosiddetto “shale oil”, il petrolio prodotto negli Stati Uniti dai frammenti di rocce di scisto bituminoso, che per molti mesi spinse l’Opec a non tagliare la produzione. Nello stesso anno, un micidiale focolaio di ebola si diffuse nell’Africa occidentale, diffondendo l’infezione anche in Nigeria. 

Tuttavia, ci sono forti differenze tra le due doppie crisi, poiché nel biennio antecedente al 2014 la Nigeria aveva registrato una crescita del Pil di quasi il 7% su base annua e le entrate fiscali erano state sostenute da un quadriennio in cui il prezzo del greggio si era attestato sui 90 dollari al barile.

Nella duplice crisi attuale, invece, il paese deve fare i conti con una crescita che negli ultimi quattro anni è stata in media solo dell’1,3% su base annua e con investimenti diretti esteri e spesa per consumi che hanno subito un brutto colpo. E questa volta per la più grande economia dell’Africa riuscire a risollevarsi sarà molto più difficile.