L’imam Mahmoud Dicko a Bamako (Photo by (Michele Cattani / Afp)

Divenuto leader dell’opposizione maliana, di certo molto variegata, l’imam Mahmoud Dicko ha mostrato in questi ultimi due mesi di saper mobilitare la piazza contro il potere. Ma che ne farà di questo suo grande ascendente sulle folle?

Bisogna osservarlo mentre con le braccia incrociate, l’aria grave, la barba brizzolata, presiede la preghiera funebre nella sua grande moschea del quartiere di Badalabougou, nella capitale Bamako. Davanti a lui ci sono 4 salme: è il 12 luglio. Sono 4 delle 11 vittime delle violenze che hanno funestato le manifestazioni contro il presidente Ibrahim Boubacar Keita, da tutti chiamato IBK, organizzate due giorni prima. I fedeli, accorsi numerosi, accompagnano le salme fino al cimitero mentre i manifestanti garantiscono la sicurezza del corteo. Regna una calma relativa, il tempo per dire addio a coloro che, solo qualche giorno prima, sfilavano al loro fianco, gridando che di quel regime non ne potevano più.

Dicko, capo religioso, avrebbe mai immaginato che gli avvenimenti avrebbero assunto una piega tanto drammatica? Per mesi aveva assicurato i suoi interlocutori che intendeva evitare ad ogni costo uno scenario alla burkinabè, uno scenario cioè in cui dei manifestanti avrebbero perso la vita, costringendo però il presidente a fuggire dal paese. Lo aveva del resto ripetuto in pubblico in interviste e discorsi, e anche in privato, ai suoi seguaci e alle personalità africane venute a incontrarlo. Ma il mercoledì 10 luglio, terzo venerdì di contestazioni, era sembrato che Bamako fosse sprofondata nel caos e c’erano stato dei morti.

Autorità morale

Ma che ruolo gioca realmente Mahmoud Dicko e fin dove intende spingersi? È lui il volto più mediatico della contestazione. Gli oppositori al regime fanno riferimento alla sua autorità morale. L’ex presidente dell’Alto consiglio islamico del Mali (Hcim) è comunque arrivato a federare intorno alla sua persona un movimento eteroclita in cui si notano fianco a fianco marxisti e liberali, simpatici socialisti e uomini religiosi. Un insieme che forma il Movimento del 5 giugno-Rassemblement delle forze patriottiche (M5-Rfp), tutti uniti dalla stessa rabbia contro il presidente maliano di cui non fanno che reclamare le dimissioni. E mancando il capofila dell’opposizione politica, Soumaila Cissé, rapito il 25 marzo nella regione di Timbuctù, è proprio lui, Dicko che tiene le redini di questa coalizione di circostanza. I suoi meeting vedono riunite migliaia di persone e le sue invettive fanno tremare il palazzo di Koulouba, residenza del presidente della repubblica.

Il malcontento nei confronti del regime si è coalizzato a partire da quello degli insegnanti, da sette mesi ormai in sciopero, e di quanti speravano che le cose cambiassero e che si sono ritrovati truffati dalle elezioni legislative svoltesi lo scorso aprile. Eppure l’11 luglio, nel suo quarto messaggio alla nazione dall’inizio della crisi, IBK aveva annunciato misure che sembravano andare incontro alle rivendicazioni dei manifestanti: «Ho deciso di abrogare il decreto di nomina dei membri della Corte costituzionale e di andare verso l’applicazione delle raccomandazioni fatte dalla missione della Cedeao (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale, ndr)», aveva dichiarato. Ma non era forse già troppo tardi? Partita da Bamako il 19 luglio, una seconda delegazione dell’organizzazione dell’Africa occidentale, guidata dall’ex presidente nigeriano Goodluck Jonathan, aveva lasciato un paese che rimaneva nella sua crisi. Così, la disobbedienza civile è al culmine e le posizioni dei due campi appaiono inconciliabili.

Il percorso formativo

Tutti gli sguardi sono ormai rivolti a Mahmoud Dicko, la cui popolarità è enormemente cresciuta in questi ultimi mesi. L’imam non è l’ultimo arrivato sulla scena maliana. «Se ancora lo si ascolta, è proprio perché sono decenni ormai che l’imam è coerente con i suoi atti e discorsi», afferma Bréma Ely Dicko, sociologo all’università di Bamako.

La sua storia prende inizio a diverse centinaia di chilometri da Bamako, a Tonka, nella regione di Timbuctù, dove nasce in seno alla comunità peul verso il 1954. Il giovane Dicko studia il Corano a Douentza, vicino Mopti, e poi in Mauritania. Negli anni Settanta e Ottanta, il Mali è colpito da due ondate di siccità. È allora che l’Arabia Saudita viene in aiuto alla popolazione colpita. Avviene così che lo stato si ritrovi rimpiazzato nelle sue funzioni di base da questi soccorritori che offrono l’accesso alla salute, all’acqua, all’elettricità…Perché là dove sorge una moschea, si ritrova generalmente anche una madrasa, un pozzo, spesso un centro di salute. Tutto ciò è andato di pari passo con un mutamento nel modo di guardare all’islam wahabita. Dei giovani hanno ottenuto delle borse di studio e sono partiti in formazione in Yemen, Qatar o Arabia Saudita. E hanno riportato a casa una ideologia diversa dall’islam malikita praticato in Mali.

Mahmoud Dicko è uno di loro. Dopo la Mauritania, va a studiare a Medina, in Arabia Saudita. Rientrato in Mali, vince un concorso per entrare nella funzione pubblica e diventa professore di arabo e di… sport, in una scuola secondaria di Timbuctù. Certo, Dicko passa per un intellettuale, ma fa parte di quella piccola élite marginalizzata – e dunque frustrata – perché non è stata formata in francese. «Si limitava all’insegnamento – racconta un notabile della città dai 333 santi (Timbuctù) ‒. È ben cosciente che i religiosi di Timbuctù sono contro il wahhabismo». Rimaneva discreto, per non esporsi.

Mahmoud Dicko non è rimasto a lungo a Timbuctù, ma dopo anni vi conta ancora degli amici. Gode in città di una certa popolarità, tra i giovani in particolare, che militano in seno alle associazioni islamiche. Cosa non indifferente, visto che questi organizzano dei meeting a Timbuctù quando a Bamako si svolgono delle manifestazioni.

Bamako il trampolino

Agli inizi degli anni Ottanta, Dicko si installa nella capitale. E così, lui cui da sempre piace predicare, diventa l’imam di una moschea di Badalabougou. Dispone di un alloggio da funzionario e vi si installa con la prima moglie. Ed è là che Dicko diventa appunto Dicko. Istruito, poliglotta e buon oratore, comincia a militare in diverse associazioni e si fa notare. Presto aderisce alla Lega degli imam del Mali e nel 1987 diventa una delle più importanti figure dell’Associazione maliana per l’unità e il progresso dell’islam (Amupi), una istanza di concertazione creata sotto la presidenza di Moussa Traoré.

Nel 2008, è ormai famoso abbastanza per essere eletto alla testa dell’Alto consiglio islamico maliano (Hcim), creato dal presidente Alpha Oumar Konaré alcuni anni prima per rappresentare gli interessi dei musulmani presso i poteri pubblici. Quando entra in servizio, è già ben noto per il suo parlare franco e la sua denuncia delle ineguaglianze. L’Hcim è ben impiantato nel paese e riunisce numerose organizzazioni islamiche. È una vetrina importante. Ma la svolta avviene realmente nel 2009, quando Dicko si oppone alla riforma del codice di famiglia.

In quell’occasione, Mahmoud Dicko si erge a «garante dei valori sociali e morali del Mali». Un argomento che utilizzerà diverse volte, come ad esempio nel dicembre 2018 per impedire la pubblicazione di un manuale scolastico sull’educazione sessuale che abbordava la questione dell’omosessualità. Riuscì ad associare a sé una parte della intellighenzia, le organizzazioni della società civile, gli attori economici… Si arriva fino a dimenticare le tesi radicali da lui sostenute. Eppure non è cambiato! Fa soltanto prova di prammatismo, strumentalizza i simboli religiosi e al tempo stesso laicizza il suo discorso.

Durante il colpo di stato del 2012 (i militari destituiscono il presidente eletto Amadou Toumani Touré) Dicko fa da mediatore tra la giunta, i partiti e le organizzazioni della società civile per l’organizzazione della transizione. Agendo così, acquisisce lo statuto di attore la cui voce conta. Lui rivendica d’altronde il suo diritto a prendere parte al dibattito pubblico: «Non sono un politico ‒ ripete ‒. Ma sono un leader e ho delle opinioni».

Certo, un leader, ma prudente. È dotato di vero senso politico. Rifiuta l’etichetta di wahabita perché sa che per gli occidentali è sinonimo di violenza. Sa inoltre che questa tendenza è minoritaria in Mali e lui non ha mai chiesto l’applicazione della shari’a. I suoi sermoni sono “impegnati”, ma senza mai incitare all’odio religioso. È ben cosciente che i maliani non sono pronti a vivere in una repubblica islamica.

Anti-imperialista in piazza e in moschea

Quando gli si rimprovera di voler islamizzare la contestazione, Dicko si difende: «La nostra lotta non è né ideologica né religiosa né etnica. È l’unione dei figli della patria per la ricostruzione del Mali». Sa molto bene che i suoi sostenitori del M5 non sono i suoi talibé, i suoi discepoli. I maliani non intendono rinunciare alla laicità. «Si è tentato di denigrarci dicendo che ci eravamo alleati con un wahabita rigorista. Ma nella Repubblica democratica del Congo, la contestazione era diretta dalla Chiesa cattolica e nessuno ha avuto nulla da ridire», fa notare Choguel Maiga, leader del Fronte di salvaguardia della democrazia.

Su uno sfondo di sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali e delle forze armate straniere presenti nel Sahel, il discorso anti-imperialista dell’imam Dicko seduce tanti giovani, ogni giorno più numerosi: «Siamo sotto un giogo in cui è la comunità internazionale che viene a controllare se le nostre elezioni si sono svolte come si deve. È tempo che i nostri dirigenti si facciano responsabili. Il sistema di democrazia rappresentativa che ci è imposto, qui da noi non funziona. I popoli dell’Africa dovrebbero aver capito ormai che è tempo di provare qualcosa di diverso. Certo, la democrazia è universale, ma ogni paese e ogni popolo hanno la loro specificità, e quindi essa si deve fondare sui nostri valori sociali e religiosi».

Non va comunque dimenticato che nelle interviste Dicko tiene un linguaggio aperto. Nelle moschee però fa un discorso antioccidentale e antidemocratico. Del resto non si deve dimenticare che Dicko ha fatto festa per l’attentato dell’albergo Radisson Blu, a Bamako, un’azione terroristica jihadista, con presa di ostaggi, avvenuta il 20 novembre 2015, nel contesto della guerra in Mali. Gli attentatori avevano cominciato la sparatoria nel corridoio del 7º piano e avevano preso 170 ostaggi, di cui 140 clienti e 30 impiegati. Dicko vedeva in quell’attentato la… punizione divina.

Parigi si preoccupa

E la Francia, ex madrepatria, che dice? È certamente preoccupata della crescente popolarità dell’imam. C’è chi lo vede come un «opportunista» che ha saputo fin qui presentarsi come il punto d’equilibrio tra il potere e gli oppositori più radicali, e quindi tutto lascia presagire che uscirà rafforzato da questa crisi. Finirà probabilmente per accettare un governo di unità nazionale, imposto dalla comunità africana, in cui farà entrare dei suoi nel governo, quasi una incursione degli islamisti nell’arena politica maliana. Parigi non può che preoccuparsi, perché oggi si chiede chge se ne vada di IBK, il suo uomo in Mali. Ma domani si potrebbe cominciare a sentir gridare nelle piazze di Bamako “France dégage” (Francia fuori) e ciò potrebbe andare al di là del Mali.

Oggi Dicko è ritenuto l’oppositore numero uno del capo dello stato. Ma c’è stato un lungo sodalizio tra i due: a lungo hanno nutrito buoni rapporti. L’imam non aveva forse appoggiato la candidatura di IBK alle elezioni del 2002 e del 2013? Ma a partire dal 2016, ecco i primi dissensi. A fianco di Bouyé Haidara, altro capo religioso molto influente cui si rifà, Dicko diventa critico nei confronti della gestione di IBK. Un po’ alla volta si allontana dal presidente.

Nel 2018, il fossato si approfondisce ancora di più con la nomina di Soumeylou Boubèye Maiga a primo ministro. Il quale, ritenendo i risultati ottenuti insufficienti e contrario a ogni dialogo con i jihadisti, priva dei propri mezzi la commissione che Dicko dirige per portare avanti il dialogo con Iyad ag Ghaly e Amadou Koufa. Dicko ha vissuto questa decisione come la volontà di marginalizzarlo. Lui fa parti di coloro che hanno rimproverato a Boubèye Maiga di essersi servito della milizia Dan Na Ambassagou per lottare contro il jihadismo nel centro del paese col risultato di una spirale di violenze intercomunitarie.

Sopra la mischia?

Benché Mahmoud Dicko dica di non considerarsi un attore politico in senso stretto, difficile non scorgere nelle manifestazioni di queste ultime settimane una intenzione profondamente politica. In realtà, Dicko è divenuto indispensabile. Alcuni capi di stato, preoccupati della situazione a Bamako, lo chiamano addirittura direttamente. Ha la piazza in mano ed esercita la sua influenza su un movimento che, senza di lui, non sarebbe mai arrivato a mobilitare così tanta gente. Giura di non volersi presentare candidato in nessuna maniera. Ma ci sono tanti modi di esercitare il potere e si può essere potenti senza occupare la poltrona di presidente. Di certo Mahmoud Dicko si accontenterebbe facilmente di avere la statura di guida spirituale. Sopra la mischia, ma imprescindibile.