Rd Congo / Elezioni presidenziali
I risultati provvisori della Commissione elettorale attribuiscono la vittoria a Félix Tshisekedi. Tuttavia, per molti – dai circoli diplomatici, alla Francia, alla società civile fino alla Conferenza episcopale – il vero vincitore è Fayulu il “nemico” di Kabila. Si teme che Tshisekedi abbia stretto un patto di ferro con il presidente uscente, truccando i voti, consentendo a Kabila, di fatto, di non lasciare il potere.

Dopo nove giorni di blocco di internet, la Commissione elettorale nazionale “indipendente” (Ceni), il cui presidente, Corneille Nangaa, è stato nominato dal capo dello stato, ha annunciato il 10 gennaio, alle 3 del mattino, la vittoria nelle elezioni presidenziali del 30 dicembre 2018 di uno dei candidati dell’opposizione, Félix Tshilombo Tshisekedi (nella foto di apertura).

Secondo questo risultato provvisorio – che deve essere confermato entro il 15 gennaio dalla proclamazione ufficiale da parte della Corte costituzionale – Félix Tshisekedi, presidente dell’Unione per la democrazia e il progresso sociale (Udps) e candidato per la “Coalizione per il cambiamento” (Cach) «avrebbe ottenuto il 38,57% dei voti. Avrebbe preceduto il candidato dell’altra coalizione di opposizione “Lamuka” (in lingala, come in swahili, “Sveglia”), Martin Fayulu (34,83%) ed Emmanuel Ramazani Shadary, candidato della coalizione sostenuta dal presidente Joseph Kabila (23,84%).

Ma l’annuncio è stato immediatamente contestato da Fayulu, che ha denunciato un «colpo di stato elettorale. Il popolo congolese non accetterà mai che la mia vittoria sia stata rubata», ha detto.

La Francia gli ha dato ragione per voce del suo ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian. «Sembra che i risultati proclamati non siano in linea con i risultati effettivi», ha dichiarato a CNews, aggiungendo che Martin Fayulu è «a priori» il vincitore del voto.

Da parte sua, la Conferenza episcopale nazionale del Congo (Cenco), nel corso di una conferenza stampa tenuta a Kinshasa nel pomeriggio del 10 gennaio, ha dichiarato che i risultati delle elezioni pubblicate dalla Ceni non corrispondono ai dati raccolti dai suoi 40mila osservatori durante lo spoglio.

Secondo le cifre circolanti nelle ambasciate a Kinshasa, le elezioni presidenziali sarebbero state un vero tsunami di consenso per Fayulu che avrebbe ottenuto il 62% dei voti, mentre gli altri due candidati principali (su 21) avrebbero ottenuto ciascuno circa il 18% dei suffragi.

Certificando la sconfitta del suo candidato e l’impossibilità di far credere a una sua possibile vittoria, sarebbe così nata l’idea, all’interno del clan Kabila, di un accordo con Tshisekedi, i cui toni sono diventati improvvisamente molto più concilianti. Nel suo primo discorso ha reso omaggio a Kabila: «Da oggi non è più un avversario ma un partner nel processo di cambiamento democratico». Ciò ha scatenato le voci di un riavvicinamento tra Kabila e Tshisekedi.

La vulnerabilità di quest’ultimo, che ha presentato un falso diploma alla Ceni (vedi box), e il possibile accordo sancito con il clan Kabila – in base al quale come contropartita della sua vittoria alle presidenziali Tshisekedi avrebbe accettato la vittoria del Fronte comune per il Congo (Fcc) alle legislative – potrebbero consentire all’ex presidente di mantenere lo scettro del potere. Perché di lasciarlo non ne ha alcuna intenzione.

Joseph Kabila ha pure affermato in campagna elettorale che non avrebbe lasciato l’edificio della Presidenza, dove ha installato la sua famiglia, dirottando il futuro capo dello stato nel palazzo del primo ministro. Inoltre, Kabila potrebbe, alla fine del processo elettorale, diventare la seconda carica dello stato assumendo l’incarico di presidente del Senato. La Ceni, infatti, ha annunciato una grande vittoria della coalizione kabilista nelle elezioni provinciali. Poiché i senatori sono eletti in seconda istanza dai deputati provinciali, possiamo aspettarci, secondo questa ipotesi, che la coalizione kabilista porti alla presidenza di questa assemblea il nuovo senatore a vita, Joseph Kabila che può sostituire il capo del Stato, in caso di vacanza di potere, in virtù dell’articolo 71 della costituzione congolese.

Tshisekedi, la falsa laurea e il patto segreto con Kabila
Félix Tshilombo Tshisekedi, 55 anni, alias “Fatshi”, è figlio di Étienne Tshisekedi wa Mulumba, l’indomabile oppositore dei dittatori Mobutu Sese Seko, Laurent Kabila, così come di Joseph Kabila. Étienne Tshisekedi è deceduto il 1° febbraio 2017 a Bruxelles.

Terzo in una famiglia di cinque figli, Félix all’età di 19 anni ha seguito il padre confinato da Mobutu nel suo villaggio nel Kasai. Tre anni dopo, va in esilio in Belgio dove fa a pugni con gli avversari del padre e con la polizia belga. Di etnia luba, viene eletto deputato nazionale nel collegio Mbuji-Mayi nel 2011, ma si rifiuta di sedere nell’Assemblea nazionale, per protestare contro la rielezione contestata di Joseph Kabila sfidato da suo padre nelle elezioni presidenziali.

Ma a differenza di Étienne, il futuro presidente, atteso al giuramento il 18 gennaio, è ritenuto più capace di scendere a compromessi, persino a combine politiche. Avendo all’inizio, come suo padre, fatto campagna elettorale contro Joseph Kabila – assieme al suo alleato, l’ex presidente dell’Assemblea nazionale, Vital Kamerhe –in novembre ha rotto il patto che legava tutti gli oppositori del regime sulla candidatura unica di Martin Fayulu; il pretesto addotto era che la base del suo partito non accettava l’accordo. Poi, dietro le quinte, dopo le elezioni, ha stretto un accordo con il clan Kabila.

In parte, questa sua maggiore “flessibilità” è dovuta alla vulnerabilità della sua posizione. In effetti, secondo il quotidiano La Libre Belgique, la sua laurea in marketing, depositata presso la Ceni e rilasciata dall’Istituto delle professioni commerciali di Bruxelles, è un falso. Improvvisamente, l’uomo che potrebbe essere proclamato presidente dalla Corte costituzionale è completamente in balia di Kabila.