Somalia
Il sequestro della petroliera Aris 13, nel marzo 2017, ha segnato il ritorno nelle acque al largo della Somalia dei pirati. Una ripresa favorita anche dalla conclusione della missione di pattugliamento della Nato. Il rischio ora e che si rinsaldi il legame con il terrorismo.

Gli attacchi dei pirati somali hanno avuto ampio rilievo sulle cronache dei giornali internazionali fino all’estate del 2012, quando gli abbordaggi si susseguivano a un ritmo allarmante. Poi, gli assalti sono cessati e sulla minaccia è calato il silenzio, fino al 13 marzo 2017, quando al largo delle coste di Alula, nella regione semi-autonoma somala del Puntland, per la prima volta dopo cinque anni, i pirati somali hanno sequestrato una petroliera.

Da quel giorno la pirateria è tornata a minacciare le acque al largo della Somalia, specialmente nel golfo di Aden, fino all’ultimo tentativo di dirottamento ai danni della KSL Sydney, una nave cargo portarinfuse battente bandiera di Hong-Kong, attaccata lo scorso 17 ottobre a 340 miglia nautiche dalla costa somala da quattro pirati, costretti alla fuga dalla squadra di sicurezza che era a bordo.

L’area marittima al largo delle coste dell’Africa orientale e della penisola arabica, dove si concentrano alcune delle rotte marittime più trafficate del mondo, è tornata un bersaglio attraente per i pirati e pericolosa per le compagnie di navigazione. Tanto che la costa che si allunga tra Oman, Yemen, Gibuti, Somalia e Kenya – che nel 2010 ha registrato il maggior numero di attacchi – è stata designata come Area ad alto rischio (HRA).

In quel periodo, la pirateria era diventata un business che rendeva milioni di dollari e complessivamente più di mille marinai sono stati tenuti in ostaggio spesso per mesi o addirittura anni. E con la crescita del fenomeno erano aumentate anche le richieste di riscatto: mentre nel 2005, il prezzo medio richiesto dai pirati per il rilascio di una nave e del suo equipaggio si aggirava sui 150mila dollari, nel 2010, tale importo era lievitato a 5,4 milioni di dollari.

Povertà e scarsi controlli

Ci sono diverse ragioni per spiegare perché l’area al largo delle coste somale è fortemente soggetta alle incursioni dei pirati. In primis, ha inciso la drastica riduzione del numero delle pattuglie dei diversi programmi di controllo marittimo internazionale impegnate nel contrasto alla pirateria, molte delle quali sono state spostate nel Mediterraneo per far fronte alla crisi dei migranti.

Sulla ripresa degli attacchi pesa, inoltre, la minore osservanza delle misure di autoprotezione delle navi adottate dalle organizzazioni del settore, causata dalla convinzione che ormai il pericolo degli abbordaggi corsari appartenga al passato. Senza tralasciare uno dei principali fattori alla base del reclutamento dei pirati, ovvero la mancanza di opportunità lavorative in Somalia, che spinge i giovani che non hanno la possibilità di fuggire dal paese, a intraprendere un business così redditizio.

Pesca e traffici illeciti

Un’altra motivazione della ripresa degli attacchi è da ricercare nello scarico di rifiuti tossici nelle acque somale e nell’aumento della pesca illegale su larga scala praticata dai pescherecci stranieri, che distruggono le attrezzature dei pescatori somali, ma soprattutto l’ecosistema costiero che fornisce sostentamento a gran parte della popolazione.

La Somalia ha la costa più lunga dell’Africa continentale, ma la pesca rimane un settore sottosviluppato a causa della mancanza di competenze, di quadri normativi e di attrezzature efficienti. E visti gli alti livelli di disoccupazione regionale, gli osservatori si aspettano che molti giovani continueranno a cercare opportunità economiche nella pirateria.

Da questo è facile dedurre che la soluzione più efficace per contenere e prevenire gli attacchi dei pirati sarebbe quella di garantire alla popolazione locale più risorse ed entrate.

Molti esperti della sicurezza del settore ritengono che la recrudescenza degli assalti sia stata originata dalla conclusione della missione Nato Ocean Shield contro la pirateria al largo della Somalia, che dal 2009 ha pattugliato le acque del Corno d’Africa, come parte di uno sforzo internazionale nella lotta contro la criminalità in mare.

L’operazione ha avuto grande successo, poiché la risposta internazionale coordinata ha impedito o interrotto centinaia di attacchi dei pirati e nel dicembre 2016, quando è terminata la missione, il numero di attacchi era sceso a zero e molti pirati erano stati catturati. Tuttavia, dopo soli tre mesi dalla conclusione di Ocean Shield, sono state dirottate due navi, tra cui la petroliera Aris 13, sollevando il dubbio che la sicurezza nella regione non possa essere mantenuta senza un supporto internazionale.

Legami col terrorismo

Nella disamina del fenomeno, riveste estrema importanza anche l’aspetto delle connivenze tra pirati e terroristi che operano nella regione. Secondo Joshua Meservey, analista responsabile del Desk Medio Oriente e Africa presso la Heritage Foundation, pirati e terroristi collaborano attivamente per moltiplicare gli introiti e assicurarsi personale e armi, utili ad ampliare sia il controllo del territorio che per dirottare navi. 

In pratica, spiega Meservey, i gruppi terroristici ricevono armi e altri combattenti da gruppi di pirati, che in cambio riscuotono denaro e la garanzia che i terroristi non interferiscano con le loro operazioni. Ciò è particolarmente importante, poiché una parte significativa della Somalia meridionale è sotto il controllo di al-Shabaab, mentre lo Stato islamico è presente nell’area settentrionale del territorio del Puntland.

Ed è assai probabile che se non cesseranno di nuovo gli attacchi dei pirati, in futuro il connubio tra pirati e terroristi somali diventerà ancora più importante.

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