Il Sahel epicentro globale del terrorismo - Nigrizia
Burkina Faso Conflitti e Terrorismo Mali Somalia
Nella regione si concentra quasi la metà dei morti per violenza jihadista nel pianeta
Il Sahel epicentro globale del terrorismo
I numeri che certificano il fallimento di anni di interventi securitari internazionali sono quelli dell’Indice globale del terrorismo 2023. Nel Sahel la violenza jihadista è cresciuta di oltre il 2.000% dal 2007, in particolare in Mali e Burkina Faso. Al secondo posto c’è la Somalia con un aumento del 133% del numero di vittime. In generale i morti civili sono cresciuti del 68%
28 Marzo 2023
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 6 minuti
Un uomo cammina vicino alle macerie causate da un attacco di al-Shabaab a Mogadiscio il 15 ottobre 2017 (Credit: Tobin Jones / Flickr Amisom Informazioni pubbliche)

Da una parte il Sahel, dalla parte opposta la Somalia e più su il Nordafrica. Ad accomunare queste differenti aree geografiche (e storiche) da anni ormai c’è un grande fattore di instabilità, paura e violenza: il terrorismo di matrice islamica.

In particolare, mette nero su bianco il Global Terrorism Index 2023 (Gti), la regione del Sahel è diventata l’epicentro globale del terrorismo e, nel 2022, ha contato più morti che la somma di quelli avvenuti in Asia meridionale, Medio Oriente, Nordafrica (Mena). Lo scorso anno i decessi nel Sahel costituivano il 43% del totale globale, rispetto al solo 1% nel 2007.

Particolarmente preoccupanti sono due paesi, il Burkina Faso e il Mali, che nel 2022 hanno rappresentano il 73% dei decessi a causa di attacchi armati e il 52% di tutti i morti per terrorismo nell’Africa sub-sahariana.

Escalation di violenza che si è diffusa in paesi vicini, con Togo e Benin che registrano oggi le situazioni più preoccupanti. Nel Sahel – si legge nel report – l’aumento del terrorismo è stato drammatico, oltre il 2.000% negli ultimi 15 anni. Nonostante leggeri miglioramenti – in Nigeria, per esempio – Burkina Faso e Mali hanno registrato sostanziali aumenti delle morti per terrorismo, del 50 e 56%, rispettivamente 1.135 e 944 morti.

E quattro dei dieci paesi del Sahel hanno tra i dieci peggiori punteggi del Gti. Ha peggiorato le cose la situazione politica, con sei tentativi di colpo di Stato dal 2021, di cui quattro hanno avuto successo.

A provocare instabilità sono molti fattori: dalla difficoltà di accesso all’acqua alla mancanza di cibo; dalla polarizzazione etnica alla forte crescita demografica. Ma anche influenze e ingerenze esterne. È oltremodo significativo che la maggior parte delle attività terroristiche si verifichino lungo i confini, laddove i governi ne hanno un debole controllo.

E non è un caso che degli 830 milioni di persone che vivono in stato di insicurezza alimentare a livello globale, il 58% viva nei 20 paesi più colpiti dal terrorismo. Questo riguarda, appunto, in buona parte le aree di crisi del continente africano.

La violenza militante islamista in Africa rimane concentrata in cinque teatri, e in ciascuno interagiscono attori localmente distinti e legati a sfide specifiche del contesto: Sahel, Somalia, bacino del Lago Ciad, Mozambico e Nordafrica, e solo nel Sahel e nella Somalia – come ricorda anche il lavoro dell’African Center for Strategic Studiesla violenza militante islamista ha rappresentato il 77% del totale delle violenze denunciate in tutta l’Africa nel 2022.

Il gruppo terroristico che ha provocato più morti e più attacchi è il gruppo Stato islamico (Is) con 410 attacchi e 1.045 morti. Segue al-Shabaab (315 attacchi, 784 vittime), il Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani – Gsim/Jnim (77 attacchi, 279 morti), e ancora lo Stato islamico in Africa occidentale (Iswa) con 65 attacchi e 219 morti.

A questi gruppi va aggiunto Boko Haram che opera quasi prevalentemente in alcune regioni della Nigeria e ai confini di paesi limitrofi, come il Camerun. Al computo dei morti andrebbero aggiunte le centinaia di feriti ma anche le famiglie e tutti quei figli rimasti senza sostentamento.

L’aumento generale delle vittime è soprattutto il risultato dell’incremento della violenza nel Sahel e in Somalia (che rappresentano il 74% del totale delle vittime segnalate in Africa) mentre si registra una sorta di stabilizzazione o anche diminuzione lungo il bacino del Ciad, Mozambico e Nordafrica.

In ogni caso, il picco di morti legate alle aggressioni dei militanti islamisti è stato in pratica ovunque contrassegnato da un aumento delle vittime civili, 68%, elemento che fa riflettere sugli ingenti costi che la società civile sta pagando.

Ed è il Sahel occidentale (Burkina Faso, Mali e Niger occidentale) ad aver subito la più grande escalation di eventi violenti legati a militanti islamisti nell’ultimo anno in qualsiasi regione dell’Africa.In totale, dal 2020, in tutta la regione saheliana è quasi raddoppiato (90%) il numero delle vittime e sono più che raddoppiati (130%) gli eventi violenti che coinvolgono militanti.  

Un periodo che coincide con la presa del potere da parte di una giunta militare in Mali decisa – questa era la promessa – a risolvere la questione della sicurezza una volta e per tutte. Tuttavia, gli attacchi non sono affatto diminuiti e questo anche nonostante per anni abbia operato una missione di mantenimento della pace a guida francese, la Minusma.  

Modello che sembrerebbe essersi replicato in Burkina Faso, dove lo scorso anno ci sono stati due colpi di Stato e nel frattempo il numero delle vittime legato alle azioni dei militanti islamici è aumentato del 69%. Ad oggi, dunque, il Sahel rappresenta il 40% di tutte le attività violente dei gruppi islamisti militanti in Africa, e di più di qualsiasi altra regione del continente. 

Secondo gli analisti, la presenza in questo teatro del gruppo di mercenari russo Wagner, ha ulteriormente intensificato la violenza contro i civili. Wagner è stato collegato a 726 vittime civili rispetto alle 1.984 dei militanti islamisti.

Mentre, il 90% di tutti gli eventi violenti nel Sahel si è verificato in Burkina Faso e in Mali, lo scorso anno è stato notevole – come dicevamo – anche l’aumento degli episodi violenti in altri Stati. In Benin il numero di eventi è balzato da 5 a 37 e in Togo da 1 a 17. E anche il Niger ha visto un aumento del 43% di eventi violenti nell’ultimo anno. Non va dimenticato che la violenza militante islamista nel Sahel è anche responsabile dello sfollamento di oltre 2,6 milioni di persone. La situazione più drammatica in Burkina Faso con oltre 1,8 milioni di sfollati.  

Come accennavamo, anche in Somalia la situazione lo scorso anno è molto peggiorata, con l’aumento del 133% del numero di vittime legato alla violenza estremista, in particolare di al-Shabaab, e un aumento del 23% di attacchi portati a compimento dal gruppo. Con la crescita degli eventi drammatici nel Sahel, è la prima volta però, dal 2007, che questa parte del Corno d’Africa ha perso quella che era stata la sua posizione dominante riguardo alla violenza di matrice islamica.  

Va detto però che gli attacchi si sono ripresentati con maggior virulenza dopo l’elezione del presidente Hassan Mohamud, a maggio dello scorso anno, e il suo appello per un’offensiva a tutto campo contro al-Shabaab. La cosa peggiore è che, secondo le analisi, al-Shabaab nell’ultimo periodo avrebbe reagito puntando su bersagli deboli, i civili.  

A tutto questo si aggiunge la forte siccità che sta colpendo nell’area almeno 8,3 milioni di persone. La preoccupazione delle agenzie governative sono ora le azioni di sabotaggio contro l’invio di aiuti umanitari.  

Passando al bacino del Lago Ciad (a cavallo di quattro paesi: Nigeria, Camerun, Ciad e Niger sud-orientale) questo rimane la terza area più pericolosa (rispetto all’estremismo islamico) del continente e lo scorso anno ha visto un aumento del 33% della violenza contro i civili. Mentre Boko Haram che dal 2017 stava diminuendo le sue minacce, è stato nel 2022 collegato a un aumento del 57% di eventi violenti e un aumento del 70% delle vittime.  

Aumentato anche, del 29%, il numero di azioni legate a gruppi islamisti militanti nel nord del Mozambico, dove la violenza contro i civili rappresenta il 66% di tutti gli attacchi, più che in qualsiasi altra regione del continente. La conseguenza sta nel numero di sfollati interni – oltre un milione –  nelle quattro province di Cabo Delgado, Niassa, Nampula e Zambézia.  

Diminuite del 32%, invece, le azioni terroristiche nella regione nordafricana. Quasi tutta l’attività militante islamista segnalata in questa regione è in Egitto (circa il 90%).

 

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