Samir Benlarbi, al centro della foto con la bandiera dell'Algeria al collo, dopo una sua scarcerazione

Samir Benlarbi, 45 anni, è uno dei leader del movimento algerino Hirak, nato nel febbraio del 2019, antidoto e, allo stesso tempo, il detonatore che ha innescato la cacciata, dopo 20 anni, della mummia presidenziale Abdelaziz Bouteflika. Una detronizzazione che non è bastata al movimento, che ha continuato a manifestare e a chiedere una revisione del “sistema” algerino.

Per il suo attivismo, Benlarbi è stato detenuto nel carcere di El Harrach per 5 mesi, dal settembre 2019 al febbraio 2020. Poi un tribunale lo ha assolto. Ma appena ha rimesso piede nelle strade di Algeri per il venerdì di protesta, lo hanno prelevato e riportato in galera. Il 7 marzo in un video pubblicato dal giornalista e attivista Khaled Drareni, alcuni partecipanti alla protesta hanno cercato di impedire il suo arresto. Ma non hanno fatto i conti con la violenza dei servizi di sicurezza.

Anche a causa di quel video Drareni – 40 anni, giornalista locale, fondatore del sito Casbah Tribune e collaboratore del canale televisivo francese TV5 Monde – è stato arrestato. Lo hanno pure accusato di avere criticato su Facebook la corruzione e i soldi del sistema politico e di avere pubblicato il comunicato di una coalizione di partiti politici favorevoli allo sciopero generale.

Lo scorso 10 agosto è arrivata per Drareni la condanna in primo grado a 3 anni di carcere. Il 15 settembre, in secondo grado, la pena è stata ridotta a 2 anni. Nel frattempo è diventato il simbolo della lotta contro la repressione della libertà di stampa e di espressione non solo in Algeria. Sempre il 15 settembre, Samir Benlarbi è stato invece condannato a 4 mesi, già trascorsi peraltro con la carcerazione preventiva.

Attualmente, secondo il Comitato nazionale per il rilascio dei detenuti, sono incarcerate 60 persone accusate di atti legati al movimento di protesta algerino. Gli attivisti vedono in queste condanne e nelle detenzioni un modo per le autorità algerine di scoraggiare una possibile ripresa del movimento di protesta Hirak. Ma la sua spinta non si è prosciugata.

Nel frattempo, il 12 settembre anche il Consiglio della nazione (la camera alta del parlamento) ha approvato il progetto di revisione costituzionale. Il testo sarà ora sottoposto a referendum popolare il prossimo primo novembre. Data non casuale: nella stessa giornata si celebra l’inizio della guerra di liberazione dal dominio coloniale della Francia ed è prevista l’inaugurazione della nuova Grande moschea di Algeri, il terzo luogo di culto musulmano più grande al mondo e il primo del continente africano.

Su questi temi, qualche giorno fa abbiamo mandato alcune domande scritte a Benlarbi. Ci ha risposto con degli audio.

Dall’inizio delle manifestazioni del 22 febbraio 2019, tra le richieste più popolari c’era l’applicazione di una nuova costituzione per dare vita a una “nuova Algeria”. Il presidente Tebboune ha assicurato che il progetto di revisione costituzionale risponde alle richieste del movimento Hirak. È così?

Per la popolazione algerina Tebboune rappresenta un uomo del vecchio “sistema”. Non può essere lui che può dare una nuova vita all’Algeria. Non può essere lui a gestire il passaggio verso un paese democratico. Nel suo primo intervento presidenziale, parlò di una nuova Costituzione che avrebbe accolto le tante richieste di Hirak. Ma la popolazione scesa in strada ogni venerdì ha risposto che la priorità non era una nuova Costituzione, ma un nuovo sistema che rispetti le esigenze e le domande della gente che ha riempito le piazze per un anno e mezzo. Per una nuova Algeria libera e trasparente. Invece Tebboune che ha fatto? Ha scelto una commissione tecnica chiusa per riscrivere la Carta fondamentale, sapendo che rispettare quella esistente è più importante di rifarne una nuova. Perché il popolo non ha bisogno di una nuova Costituzione per ogni presidente eletto.

Il nuovo documento sembra introdurre alcune novità: il primo ministro dovrebbe avere più poteri, i parlamentari e i presidenti potranno essere eletti solo per due mandati, mentre nella sezione dedicata ai diritti fondamentali e alle libertà il testo propone di proteggere le donne da ogni forma di violenza. Viene sancita inoltre l’autorizzazione a esercitare la libertà di riunione e di dimostrazione, nonché la libertà di stampa in tutte le sue forme, impedendo la censura. Sono sufficienti? Sono riforme credibili?

Non è così. La commissione ha preparato una Costituzione che dà più poteri al nuovo presidente. Toglie ogni forma di controllo sulla sua figura. Non prevede la separazione tra i poteri del sistema. Tra le novità anche la possibilità dell’Esercito nazionale di partecipare alle operazioni al di fuori del territorio nazionale. La Costituzione del 1976 lo aveva proibito. È la prima volta dal 1962 che i militari hanno accettato di agire fuori dai confini per proteggere gli interessi nazionali. Non sarà facile per gli algerini accettare che i loro figli partecipino a operazioni fuori dai confini.

Hirak ha ancora un peso nella società algerina?

Certo. Da un anno e mezzo l’Algeria sta conoscendo un periodo interessante della sua storia. Tutto un popolo si è ribellato, in modo pacifico, contro il quinto mandato del suo ex presidente. Dopo 6 settimane da quel 22 febbraio 2019, con l’aiuto dei militari, Bouteflika è stato obbligato a dare le dimissioni. Ma i militari non hanno voluto che la rivoluzione pacifica continuasse fino ad arrivare a un paese democratico, di diritto, dove le persone possono scegliere i loro rappresentanti in un’elezione libera e trasparente. Dopo 8 mesi dalla rivoluzione, il sistema algerino, con l’aiuto dei militari, ha organizzato un’elezione presidenziale chiusa, dove si sono presentati 5 candidati, perlopiù ex appartenenti al “sistema”. Il 12 dicembre 2019, giorno delle elezioni, la popolazione algerina ha dato una risposta netta, non partecipando in massa al voto. Il sistema ha scelto Tebboune. Il vecchio.

Sta suscitando clamore fuori dall’Algeria la vicenda del giornalista Drareni, condannato a 2 anni di carcere. È divenuto un simbolo per la difesa della libertà di stampa nel mondo. È stato incarcerato a marzo proprio per aver ripreso il suo arresto durante una manifestazione dell’Hirak. Quali sono oggi, in Algeria, gli spazi per la libertà di espressione?

Drareni è accusato di attentato all’unità nazionale. Ma è vittima di un rapporto militare scritto nel carcere in cui è detenuto. Rapporto presentato al presidente. Il quale in 2 conferenze stampa lo ha definito una spia dei servizi stranieri. È vero: per Khaled si stanno mobilitando politici e associazioni sia all’interno che all’esterno del paese. È diventato un simbolo della libertà della stampa e diventerà il simbolo di una generazione che sta combattendo per le libertà algerine. Che mancano.

L’Algeria può giocare un ruolo decisivo nel risolvere la partita libica?

Algeri ricopre un ruolo importante nel Nordafrica, malgrado durante gli ultimi 7 anni la diplomazia algerina si sia mossa molto poco. Rimaniamo, comunque, un paese che ha e avrà sempre un ruolo importante in Libia e in Mali. Gli europei sanno di non poter ignorare o scavalcare questo ruolo.

A suo avviso è ipotizzabile, in futuro, un maggior decentramento di poteri in Algeria, arrivando a una regionalizzazione, termine ancora tabù nel paese?

No. Dal 1962 l’Algeria è un paese unico, con un’amministrazione centrale. Non potrà diventare una federazione di stati. Gli stessi algerini non accetteranno mai di dividere il paese.