EDITORIALE – MAGGIO 2019

La pace è possibile. Questo è il cuore del discorso rivolto dal papa, l’11 aprile in Vaticano, alle autorità civili del Sud Sudan. Ed è possibile che ci si faccia servi gli uni degli altri come Francesco ha fatto nel chinarsi a baciare loro i piedi. Questa è la posizione di chi è costruttore di pace.

Francesco ha fornito un encomiabile contributo al processo di mediazione che vuole porre fine alla guerra civile iniziata nel dicembre 2013. Rivolgendosi in particolare ai responsabili del paese, Francesco li ha incoraggiati a diventare quei padri di cui la nazione ha tanto bisogno: non padri padroni, ma padri che promuovono vita. Riek Machar, di etnia nuer e capo della maggiore fazione di opposizione armata, presente all’incontro, ha dichiarato: «È stata un’occasione unica. Il gesto del papa è una sfida per noi. Non possiamo tornare indietro». Il presidente Salva Kiir, di etnia denka, condivide gli stessi sentimenti ed esprime la volontà di implementare l’accordo di pace.

Rimangono comunque molte incertezze. I sudsudanesi, dopo tanti accordi disattesi, non intendono illudersi. I più ottimisti ritengono che il processo di pacificazione richiederà più anni prima di portare frutto. Tra i tanti nodi da sciogliere, la posizione dei grandi assenti sia in Vaticano sia al tavolo della pace. Ad esempio, il National Salvation Front del generale Thomas Cirillo. Senza dimenticare il ruolo di alcuni gruppi di pressione, come quei leader dell’opposizione o il Consiglio degli anziani denka, che in molti casi hanno determinato le scelte del governo.

Non è stata inoltre ancora chiarita la questione federalista, con la conseguente definizione dei diversi distretti amministrativi (regioni e stati interni). Il processo di definizione dei territori e dei confini dei numerosi gruppi etnici rischia di creare altre tensioni. Altro tema: non è prevista nessuna concreta soluzione per i quattro milioni di sudsudanesi rifugiati o sfollati interni. Rimane aperto anche il punto dolente del reintegro dei militari dell’opposizione nell’esercito nazionale. Una proposta è che diversi gruppi militari controllino determinate aree ancora da definire. Mentre le grandi città dovrebbero essere smilitarizzate.

È realistico pensare che Riek Machar torni al governo senza una ingente forza militare di protezione? Lui ha già proposto una proroga di sei mesi per la formazione del governo di transizione proprio per studiare questi passaggi. Nel frattempo è necessario che si evitino altri scontri e altre vittime civili.

L’augurio è che le autorità civili e religiose accompagnino questa complicata transizione, con l’occhio fisso sull’esempio e l’incoraggiamento di papa Francesco.

Nella foto papa Francesco con il presidente sud sudanese Salva Kiir

 

Accordo di pace
Si chiama Revitalized Agreement on the Resolution of Conflict in South Sudan l’accordo di pace sottoscritto il 12 settembre 2018 ad Addis Abeba (Etiopia). Prevede l’insediamento, il 12 maggio 2019, di un governo di transizione di unità nazionale guidato dal presidente Salva Kiir, dal primo vicepresidente Riek Machar e da altri quattro vicepresidenti che rappresentano realtà etniche e politiche. Il Sud Sudan è divenuto una stato indipendente il 9 luglio 2011, a seguito di un referendum che si era tenuto dal 9 al 15 gennaio precedente.