Sit-in di protesta pacifica davanti al quatrier generale dell’esercito a Khartoum. La popolazione fu dispersa con la forza dai militari il 3 giugno 2019, con almeno 120 morti.

Un anno dopo i massacri compiuti il 3 giugno dai militari al potere sui manifestanti riuniti da mesi, pacificamente, davanti a quartiere generale dell’esercito a Khartoum, il paese è ancora alle prese con un complesso e delicato processo di transizione ad un sistema democratico.

Trent’anni di regime islamista, crollato proprio grazie alle proteste popolari, d’altronde, non si cancellano in pochi mesi. Tanto più in un paese vasto e interessato da conflitti interni (nelle regioni del Darfur, dei Monti Nuba e Sud Kordofan) la cui risoluzione si sta ancora trattando nell’ambito del processo di pace.
Riemergono, intanto, tensioni regionali e politiche, fomentate dalla vecchia guardia legata ai sostenitori del deposto presidente Omar El-Bashir e da attori esterni, interessati a mantenere o estendere la propria influenza nella regione.

Giugno sarà un mese decisivo, non solo perché potrebbe vedere la firma di un iniziale accordo di pace – annunciato per il 20 – ma anche per l’attesa conclusione dell’inchiesta sui massacri, affidata a una commissione creata ad hoc, che nei primi giorni del mese dovrebbe presentare il suo rapporto al Consiglio sovrano.

Un’inchiesta che coinvolge uno degli uomini di maggior potere, il vice capo del Consiglio sovrano Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemeti”, alla testa delle Rapid support forces (Forze di supporto rapido – Rsf), un’unità irregolare, assoldata dal vecchio regime e riassorbita nei ranghi delle forze di sicurezza che uccisero almeno 120 civili il 3 giugno 2019.

Un quadro intricato, sullo sfondo di un paese duramente colpito da anni di profonda crisi economica, sul quale si è inserita l’emergenza per il Covid-19. Un quadro che descrive chiaramente una nostra fonte nella capitale, coperta da anonimato e la cui voce è stata modificata a garanzia della sua sicurezza.