Ridimensionati dal Covid-19. Rappresentati sempre attraverso termini degradanti: l’onnipresente “clandestini” cui si aggiunge la new entry pandemica “untori”. Gli immigrati, nei media cartacei, nei telegiornali di prima serata, così come nei social, sono coloro che fanno notizia prevalentemente quando sbarcano.

Sono oggetto notiziabile, ma non protagonista. In una narrazione sempre distorta e distorcente, finalizzata alla creazione di qualcosa che serve a chi sceglie di raccontare un fenomeno strutturale sempre come emergenziale e portatore di crisi: il mondo della comunicazione e quello della politica.

Con l’unico fine di incrementare la paura. Perché di questa inquietudine, questi due ambiti, così importanti nella formazione delle idee e della percezione della realtà, hanno bisogno. I media, per tenere alto l’audience, la politica, per mantenere il consenso.

Lo dice senza tanti giri di parole Ilvo Diamanti, che cura l’analisi dei risultati dell’ottavo Rapporto della Carta di Roma, che ha per titolo Notizie in transito. «Nel momento in cui “la notizia” è diventato il virus, gli immigrati sono diventati una notizia, si è placata la narrativa dell’assedio, è crollato il tema della criminalità migrante.

È salito alle cronache un altro “straniero”, sconosciuto e invisibile, che creava altrettanta paura e gli immigrati sono passati in secondo piano. Per poi tornare d’estate, quando il virus sembrava scomparso. Ma questo ci racconta come comunicazione e politica non possano vivere senza alimentare questa inquietudine. Occorre avere coscienza e consapevolezza di questo».

Tra dati e numeri

L’analisi commenta i numeri del rapporto che nasce dalla ricerca condivisa da Carta di Roma con l’Osservatorio di Pavia che quest’anno ha allargato il suo campo d’analisi: oltre alla stampa, con le prime pagine dei principali 6 quotidiani nazionali e l’analisi lessicale dei titoli, ai telegiornali di prima serata delle reti ammiraglie Rai, Mediaset e La7, si sono aggiunti i social, Facebook e Twitter, di testate giornalistiche e di alcuni giornalisti famosi.

Le 834 notizie a carattere migrante pubblicate sulle prime pagine dei giornali mostrano un crollo vertiginoso del tema, il 34% in meno rispetto al 2019. La copertura discontinua dell’immigrazione è segnata dai picchi della pandemia, con una narrazione che, nel 53% dei casi, si riferisce esclusivamente ai flussi via mare, come se non esistesse altra forma di arrivo o altra voce/fatto meritevole di essere raccontato. Con un perenne, anche se in netto calo rispetto al passato, tono allarmistico (il dato più basso dal 2005 a oggi), accompagnato da un quasi inesistente (il 2%) tono rassicurante.  

La presenza dei 6402 titoli tra le pagine dei giornali, da gennaio a ottobre di quest’anno, mostra come le 108 testate esaminate abbiano dedicato in media 21,3 titoli al giorno al tema dell’immigrazione. Un titolo ogni circa 4 persone arrivate via mare sul territorio italiano.

I protagonisti sono spesso esponenti politici, e la prevalenza del lessico è (come accade anche per il virus) di stampo bellico: invasione, respingimenti, noi e loro, confini, frontiere, attacco all’identità. Cui si aggiunge un fenomeno nuovo: la stigmatizzazione dei migranti come untori, portatori e diffusori del virus.

Una fotografia che non si discosta se si passa ai telegiornali: attenzione discontinua; percezione di una pericolosità e minaccia che non scompare nonostante cali la voce criminalità e sicurezza tra le notizie; crollo netto della rappresentatività del tema, 2012 le notizie nei primi dieci mesi del 2020, la metà rispetto a quanto rilevato negli ultimi due anni. Solo nel 7% dei servizi televisivi, i rifugiati e i richiedenti sono protagonisti. Una narrazione passiva che si conferma nel tempo.

Sui social

L’apoteosi di questa comunicazione distorta e allarmistica abita sui social. Sulle pagine Facebook delle testate giornalistiche, prevale la cronaca all’approfondimento. Il preponderare di notizie su chi è positivo, chi scappa dai Centri di accoglienza, sulle varie dichiarazioni di chi denuncia che c’è chi può sbarcare e chi invece non può uscire di casa, rafforza la contrapposizione “noi” “loro”, contribuendo ad alimentare una narrazione sempre emergenziale e poco riflessiva.

Minoritaria la contro-narrazione, che cerca di fornire letture accompagnate da dati e testimonianze. Le varie pagine personali dei giornalisti più conosciuti diventano terreno di scontro tra tifoserie che non contribuiscono a una maggiore comprensione, ma anzi rafforzano la confusione.

Il “noi” e “loro” diventa netto su Twitter, dove prevale la retorica dell’altro, con la formazione di due gruppi opposti: l’out group dei migranti versus l’in group degli italiani. Una contrapposizione che agisce a livello pervasivo sedimentando, ancora una volta, la narrazione distorta.

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