Almeno 1.750 persone hanno perso la vita nei viaggi lungo le rotte dall’Africa occidentale e orientale alle coste nordafricane del Mediterraneo, tra il 2018 e il 2019. Significa 72 decessi al mese, un tasso che rende quelle rotte tra le più mortali al mondo. Il rapporto, redatto sulla base di oltre 16.000 testimonianze, descrive come «la maggior parte delle persone in viaggio lungo queste rotte cada vittima o assista a episodi di inenarrabili brutalità e disumanità per mano di trafficanti, miliziani e, in alcuni casi, i funzionari pubblici». Circa il 28% delle morti si è verificato nel corso delle traversate del deserto del Sahara. Sebbene i dati 2020 non siano completi, è certo che siano almeno70 i rifugiati che hanno già perso la vita. Sono urgentissimi interventi statali e internazioanli per proteggere i migranti e per sbarrare la strada ai trafficanti di esseri umani. Ne parliamo in videoconferenza (in francese ma con trascrizione in italiano) con Vincent Cochetel, inviato Speciale dell’UNHCR per il Mediterraneo centrale che ha curato il rapporto:

Signor Vincent può presentarci il rapporto? Qual é la novità?

Ci sono già stati molti rapporti che descrivono gli abusi sui migranti e i rifugiati in Libia o nel loro attraversare il Mediterraneo ma non ci sono stati altrettanti studi su quello che succede prima del loro arrivo in Libia, Egitto, Marocco. Ci siamo allora concentrati con i nostri partners sulle rotte che i migranti percorrono per spostarsi verso l’Africa del nord. Sfortunatamente gli abusi sono molto numerosi e ben prima che i migranti arrivino in Libia. Si tratta di numeri molto al di là di quello che pensavamo.

Di quali abusi si tratta?

Di violenze fisiche con spesso estorsione di soldi. Abbiamo questi riscontri sulla base di oltre 16.000 interviste, quindi sono dati che ci permettono di dire questo con una certa affidabilità.

Nel 47% dei casi le violenze sono provocate da agenti di sicurezza, responsabili dei migranti, guardie carcerarie, quindi non sono solo i contrabbandieri, miliziani e trafficanti di esseri umani che sono implicati in queste violenze. Sono anche le autorità di molti paesi di transito.

Quali sono le rotte più pericolose?

Sono quelle che dall’Africa occidentale passano attraverso il Mali e che continuano o verso l’Algeria o verso il Niger e poi la rotta che passa dal Sudan e va verso l’Egitto o verso la Libia. Inoltre ci sono quelle nel sud della Libia dove vediamo migranti e rifugiati esposti a forme di detenziona arbitraria, a forme di schiavitù, a violenze sessuali per le donne e in questi casi sono soprattutto i trafficanti i responsabili una volta che i migranti arrivano sul suolo libico.

Nella vostra ricerca si dice che ci sono state almeno 1.750 vittime nel periodo cha va dal 2018 al 2019. Ma quanto sono attendibili questi dati?

Per noi si tratta della testa dell’iceberg, quella visibile, nel senso che abbiamo scartato un numero enorme di incidenti che non potevamo verificare. Si tratta dei decessi dove abbiamo riscontri in molteplici testimonianze. Il numero reale delle persone che hanno perso la vita é quindi certamente maggiore. Ci sono molti corpi non identificati nel deserto, molte famiglie che cercano disperatamente i corpi dei loro cari di cui non hanno più notizie da tempo. Secondo noi il numero delle persone che perdono la vita nel cammino é molto più di quello di coloro che perdono la vita in mare.

Su quali tavoli deve arrivare questo rapporto perché le cose possano davvero cambiare?

C’é una riflessione da fare tra i paesi donatori, che non sono molti, e le organizzazioni umanitarie su cosa possiamo fare di meglio per un certo numero di paesi di transito per dare alternative credibili ai giovani. Perché anche se informiamo dei pericoli, la gente non ci ascolta e non ci da fiducia. Ascoltano molto di più la diaspora o qualche trafficante di esseri umani e sfortunatamente poi si fanno assaltare sulla strada. Dobbiamo davvero proporre dei programmi nei campi dell’educazione, sanità, accesso al lavoro molto più credibile, programmi per le riunioni di famiglia che funzionano perché altrimenti i trafficanti restano i principali fornitori di servizi alle riunioni di famiglia. La gente paga, é molto pericoloso, ma pensano che avranno molte più possibilità così che passare da vie legali molto più complicate. Si deve allora lavorare su questo aspetto ma anche sull’impunità. Talmente tanta sofferenza umana, come ha detto recentemente Papa Francesco, non può lasciarci indifferenti ma, sfortunatamente, rapporto dopo rapporto abbiamo l’impressione che dobbiamo prepararci ad una nuova ondata d’indifferenza. Sento molta gente dirmi: ” E’ colpa loro, sanno a cosa vanno incontro, noi non ci possiamo fare niente”. Invece credo che possiamo cambiare qualcosa e dobbiamo combattere l’impunità di queste reti criminali che sfruttano la miseria umana sulle due sponde del Mediterraneo.

Ma queste persone che usano questi argomenti non sanno cosa succede in queste terre?

Nessuno lascia il suo paese di origine per piacere, là dove si hanno famiglia e affetti. I migranti cercano una migliore situazione economica e i rifugiati non hanno scelta in quanto fuggono da conflitti e violazioni di diritti umani. Arrivano in altri paesi dove sono trattati come stranieri, spesso non troppo inclusi nei programmi di assistenza. L’80% dei migranti e rifugiati resta nel primo paese limitrofo in cui arrivano. Altri proseguono perché si trovano a fronteggiare problemi di siccurezza, hanno paura, particolarità individuali che fanno sì che non possono restare. Spesso cadono nelle trappole dei trafficanti che sventagliano loro un mondo di opportunità che non esiste.

L’Europa é divisa sui migranti e spesso assente. Una politica comune europea sui migranti é assente sia nel Mediterraneo sia sulle rotte che precedono gli arrivi. Cosa ne pensa?

L’Europa e il mondo devono fare tutto ciò che é possibile a valle per mettere fine a questo movimento pericolissimo e irregolare di essere umani, prima di tutto per i migranti stessi, prima che per il bene dell’Europa o dell’Africa. Bisogna proteggere questi movimenti in zone spesso molto male controllate dagli Stati. Abbiamo visto troppe vite perse e distrutte. Dobbiamo lavorare per stabilizzare queste persone nella dignità con programmi che rispondono ai loro bisogni e su questo abbiamo bisogno di molta più solidarietà internazionale. Ci sarà ancora una piccola minoranza, in termini di numeri, che attraverserà il Mediterraneo ma ricordiamoci che in piena emergenza Covid in Burkina Faso abbiamo avuto più di 350.000 sfollati a causa delle incursioni jihadiste. Un numero estremamente più alto rispetto a coloro che hanno attraversato il Mediterraneo nello stesso periodo. E quando attraversano e arrivano in Europa allora bisogna vedere chi ha bisogno di protezione come rifugiati o come vittime della tratta umana. Ci vuole un atteggiamento di apertura ma anche di solidarietà. Non bisogna lasciare alle sole Italia e Malta il fardello della risposta all’emergenza. Ci vuole uno slancio di solidarietà. In effetti il fenomeno é assolutamente gestibile in termini di numeri se gli Stati si decidessero finalmente a trovare un accordo per far fronte comune a questo fenomeno.