Incontro in Uganda
Il primo ministro Netanyahu e Abdel-Fattah al Burhan, capo del Consiglio sovrano sudanese, hanno rotto un tabù. Ora Israele conta di scongelare il dialogo con il continente schierato con i palestinesi. E il Sudan di uscire dalla lista Usa dei paesi sostenitori del terrorismo

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, è arrivato il 3 febbraio a Kampala, Uganda, in visita ufficiale, dichiarando che il suo paese «sta tornando in Africa in modo massiccio», ma alla fine della giornata è stato dato rilievo soprattutto alla dichiarazione che Israele avrebbe aperto un’ambasciata se l’Uganda avesse fatto lo stesso a Gerusalemme.

Il presidente ugandese, Yoweri Museweni, ha risposto all’invito, piuttosto ricattatorio per la verità, facendo sapere che ci avrebbe pensato. L’affermazione può essere letta come un modo diplomatico per respingere l’offerta al mittente.

L’Uganda, come gran parte dei paesi del mondo, ha sempre sostenuto e continua a sostenere l’idea che lo status di Gerusalemme deve essere negoziato internazionalmente, e dunque non puó essere sede di ambasciate straniere. L’unanime consenso internazionale è stato messo in discussione con la prova di forza Usa che, nel maggio 2018, vi ha spostato la sua sede diplomatica, a evidente sostegno delle richieste israeliane di vedersi riconosciuta la città santa come capitale. Ma finora solo il Guatemala ne ha seguito l’esempio.

Probabilmente non è un caso che l’attivismo diplomatico israeliano in Africa riprenda all’indomani della presentazione del piano di Trump per il Medio Oriente, considerato dai piú, e soprattutto dai paesi della regione, come un favore fatto dal presidente americano a Netanyahu contro i diritti e gli interessi palestinesi. Infatti il piano è stato rigettato all’unanimità dalla Lega Araba e dall’Organizzazione per la cooperazione islamica (di quest’ultima fanno parte 57 paesi la cui popolazione è in maggioranza musulmana).

Nemici da sempre

Già altre volte, infatti, il primo ministro israeliano ha cercato di guadagnarsi i favori dei paesi africani in momenti delicati, e i loro voti quando all’Onu erano in discussione risoluzioni controverse. Alla vigilia di un viaggio in Liberia, nel maggio del 2017 – dove, primo capo di stato di non africano, intervenne a un incontro della Cedeao/Ecowas (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale) – ebbe a dire: «Lo scopo del viaggio è di sciogliere questa maggioranza, questo blocco gigantesco di 54 paesi africani che è la base della maggioranza automatica contraria ad Israele all’Onu e nelle altre istituzioni internazionali».

Ma con ogni probabilitá la visita del 3 febbraio a Kampala aveva come obiettivo principale quello di incontrare il capo del Consiglio sovrano sudanese, generale Abdel-Fattah al Burhan. Il primo ministro israeliano aveva promesso grandi notizie ai giornalisti che lo accompagnavano, e l’incontro di due ore con il leader sudanese, tenuto segreto fino alla fine, certamente lo è.

Il Sudan, infatti, è sempre stato considerato come uno dei più decisi nemici di Israele e sostenitori delle ragioni palestinesi. Il paese, per molti anni il piú convinto alleato dell’Iran nella regione, ha funzionato come corridoio per gli aiuti militari alle formazioni islamiste palestinesi e forse anche libanesi, Hamas ed Hezbollah. Khartoum ha ovviamente sempre negato, ma Israele ne era cosí sicuro da aver per due volte colpito direttamente in territorio sudanese.

Nel 2009, fu distrutto un convoglio sulle piste del deserto a nord di Port Sudan. 119 persone rimasero uccise; si dice che la copertura del traffico di armi fosse il traffico di migranti che furono la maggior parte delle vittime. Nel 2012, fu bombardata una fabbrica di munizioni a Khartoum. Israele non confermò, ma neppure smentí, il proprio coinvolgimento e le autorità sudanesi non insistettero troppo che si facesse luce sui due episodi.

Perplessità a Khartoum

Sembra che l’incontro di Kampala, avvenuto su invito del presidente ugandese, sia stato facilitato dagli Emirati Arabi Uniti, grandi sostenitori dell’attuale corso sudanese, che hanno in comune con Israele una radicale ostilità per l’Iran. L’obiettivo di al Burhan nell’accettare potrebbe essere stato la cancellazione del Sudan dalla lista americana dei paesi sostenitori del terrorismo.

E certamente non è un caso che, in concomitanza, il generale abbia avuto un invito a Washington. Le sanzioni americane, in buona parte ancora in vigore, sono un enorme impedimento all’uscita del paese dalla gravissima crisi economica in cui si trova, e in definitiva alla stabilizzazione del nuovo corso a Khartoum.

Certo l’incontro, e la sua segretezza, hanno generato malumore e sconcerto in Sudan. Faisal Mohamed Saleh, portavoce del governo, ha dichiarato di aver saputo dalla stampa dell’incontro, forse addirittura attraverso il tweet dello stesso Netanyahu: «Abbiamo concordato di iniziare a cooperare in modo da normalizzare le relazioni tra i due paesi… Storico».

Il generale al Burhan ha giustificato il passo con ragioni di sicurezza. Ha dovuto però ammettere che le modalità della decisione hanno violato il documento costituzionale che impone il coordinamento con il governo nelle questioni di politica estera. Solo dopo due giorni il primo ministro, Abdallah Hamdok, ha fatto sapere di aver preso atto delle ragioni addotte dal generale ma ha sottolineato che è competenza del governo prendere decisioni politiche, con un distinguo che mette in evidenza quanto la collaborazione tra le istituzioni sudanesi sia faticosa, al di lá delle parole che affermano il contrario.

Per ora si può dire che l’incontro, certamente storico, ha portato parecchia acqua al mulino del primo ministro israeliano, che si avvicina ad un nuovo turno elettorale in posizione di debolezza per le accuse di corruzione. Ma altrettanto certamente si può dire che ha reso piú complicate le non facili relazioni tra l’ala militare e quella civile che in questo momento convivono nelle istituzioni sudanesi.

Il presidente ugandese Museveni, facilitarore dell’incontro Sudan-Israele, accoglie il primo ministro Netanyahu a Kampala, lo scorso 3 febbraio.