Nella foto l'abbraccio tra il presidente Félix Tshisekedi (a destra) e il suo braccio destro Vital Kamerhe, durante la presentazione della loro alleanza pre-elettorale il 23 novembre 2018

Dunque da qualche mese è ufficiale che i magistrati congolesi – viste anche le dichiarazioni del ministro delle giustizia Célestin Tunda: «Si va verso un nuovo stato di diritto» – hanno nel mirino la corruzione, merce corrente nella Repubblica democratica del Congo.

Ma chi è davvero preso di mira? Vien da chiederselo soprattutto dopo che l’8 aprile un mandato d’arresto provvisorio ha colpito Vital Kamerhe, capo dello staff del presidente Félix Tshisekedi, nell’ambito dell’inchiesta anticorruzione avviata dalla procura generale di Kinshasa.

Kamerhe è uno stretto alleato del presidente e il suo partito, l’Unione per la nazione congolese (Unc), ha numerosi ministri nella compagine governativa che si regge anche col supporto e la “supervisione” dell’ex presidente Joseph Kabila, l’uomo che negli ultimi vent’anni ha gestito le dinamiche politiche congolesi e che anche oggi determina alleanze ed equilibri.

Nel carcere di Makala a Kinshasa, i magistrati stanno interrogando Kamerhe sull’utilizzo di fondi pubblici destinati al finanziamento del programma di grandi opere (strade, case popolari, scuole) detto dei “100 giorni” e che avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello di Tshisekedi, al potere dal 24 gennaio 2019. Si indaga sull’aggiudicazione delle gare d’appalto e sulle modalità di erogazione dei fondi.

È piuttosto improbabile che Tshisekedi sia stato tenuto all’oscuro delle vicende legate al programma dei “100 giorni”. Si sa che tra i due ci sono divergenze, com’è logico tra alleati, ma mantenute nei confini della dialettica politica. Ora l’arresto del suo più stretto collaboratore non rafforza certo il presidente e anzi annuncia incertezza politica, possibili rimpasti e manovre kabiliste.

Il silenzio del capo

Rimane il fatto che finora Tshisekedi non ha detto una parola sull’arresto. Eppure Kamerhe è il partner politico con il quale ha scelto di costituire quell’alleanza – Rotta per il cambiamento (Cach) – che gli consente di governare. E poi come dimenticare la desistenza di Kamerhe a favore di Tshisekedi prima delle presidenziali del 30 dicembre 2018? Parliamo delle elezioni vinte da Martin Fayulu, leader della coalizione Lamuka, come sostenuto dalla Conferenza episcopale e da inchieste giornalistiche, senza che il risultato fosse confermato dalla Commissione elettorale.

Vital Kamerhe, 61 anni, originario di Bukavu nella regione del Sud Kivu, economista di formazione, è un politico di lungo corso, conosciuto anche con il nomignolo “camaleonte”. È stato presidente del parlamento e quindi responsabile della campagna elettorale 2006 di Joseph Kabila. Caduto in disgrazia nel 2009, Kamerhe nel 2010 ha lanciato l’Unc e si è presentato alle presidenziali del 2011: pur schiacciato tra Kabila ed Étienne Tshisekedi (il padre di Félix), ha ottenuto quasi l’8% dei voti. Il resto è storia di oggi.

Non è insomma il tipo che si fa intimidire da un provvedimento di custodia cautelare, conosce il tessuto politico congolese e sa navigare a vista, dote peraltro indispensabile in un contesto in cui l’instabilità è permanente.

Domande inevase

Tornando alle ipotesi di reato che gli vengono contestate dalla magistratura, è utile ricordare che anche i parlamentari dell’opposizione hanno posto problemi di legalità e trasparenza. Lo scorso 17 febbraio, Jean Jacques Mamba, deputato all’assemblea nazionale della Repubblica democratica del Congo ed esponente del partito di opposizione Movimento per la liberazione del Congo Lukunga ha rivolto a Vital Kamerhe, in quanto capo dello staff del presidente, alcune domande scritte che sono state protocollate dalla segreteria di Kamerhe. Nigrizia è in grado di riportale.

«Innanzitutto constato che, nel quadro del programma dei 100 giorni, lei è a capo dell’“autorità aggiudicatrice”, come è definita dalla legge 10/010 del 2010 relativa agli appalti pubblici. In una nostra inchiesta preliminare, abbiamo rilevato numerose violazioni della legge sugli appalti pubblici e di quella delle finanze per un ammontare di 237 milioni di dollari. Le chiedo perciò di darmi dei chiarimenti su alcuni aspetti».

Prima domanda: «La quasi totalità degli appalti pubblici conclusi dalla presidenza sono stati fatti attraverso la procedura della trattativa privata in violazione degli articoli 37 e 42 della legge sugli appalti pubblici. Potrebbe, legalmente, giustificare la necessità di questa procedura per questo tipo di opere?».

Seconda domanda: «Il signor Samih Houballa Jammal, non altrimenti identificato, ha ottenuto dalla sua amministrazione due appalti pubblici per 171 milioni di dollari a vantaggio di due sue società create nell’arco di 8 mesi: la Samibo Sarl (agosto 2018) e la Husmal Sarl (aprile 2019). Potrebbe dirci di più su questo privilegio che viola numerosi articoli della legge, spiegando anche il quadro legale di questa scelta?».

Terza domanda: «Dopo una sua visita alla sedicente impresa Sococ (che non risulta iscritta al registro delle imprese e sarebbe di proprietà del signor Bishekwa Vanny), quest’ultima si è vista attribuire dalla sua amministrazione un appalto di 66 milioni di dollari, con la procedura della trattativa privata, per la costruzione di 30 km di strade a Goma (Nord Kivu,10 km) e a Bukavu (Sud Kuvu, 20 km). Potrebbe spiegarci il dispositivo finanziario che ha coinvolto il Fondo nazionale per la manutenzione delle strade (Foner) e la Trust Merchant Bank, tenendo conto che il Foner non può partecipare a dei finanziamenti per la costruzione e la manutenzione di strade?».

I congolesi aspettano risposte chiare.